Santa Sofia di Costantinopoli

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Per mille e cento anni, Costantinopoli fu il cuore del mondo. Per mare e per terra, svedesi, danesi, tedeschi, inglesi, russi discendevano verso il Bosforo; e persiani, arabi, amalfitani, veneziani, genovesi, normanni risalivano verso il Bosforo. All´alba, quando i viaggiatori si alzavano per contemplare Costantinopoli, la città era nascosta, o mascherata, o lasciava confusamente trasparire le infinite abitazioni. Attorno alle navi si stringeva una luminosa nebbia bianca, qualcosa di folto, umido e lattiginoso: il primo segno di Costantinopoli.

Verso mezzogiorno, quando cominciò a soffiare una brezza, la spessa nebbia lattiginosa si diradò. Poi scomparve. All´improvviso, tutto fu chiarore, splendore, irradiazione, trionfo. La folla degli oggetti luminosi abbagliarono gli occhi che non riuscivano a contemplarli tutti insieme; e la visione era raddoppiata e moltiplicata nelle acque del mare. Tra queste innumerevoli visioni di Costantinopoli, una si distinse tra tutte: quella dell´estate 1203 quando le navi veneziane arrivarono a Santo Stefano: «Nessuno poteva immaginare esserci nel mondo –scrisse Geoffroy de Villehardouin - una città tanto ricca, quando vedemmo quelle alte mura e quelle torri possenti, dalle quali è racchiusa tutt´intorno in un cerchio, quei ricchi palazzi in così gran numero e quelle alte chiese, e nessuno avrebbe potuto crederlo se non l´avesse visto con i suoi occhi». Tutti provarono stupore. «L´illustre e venerabile città brillava stranamente di un´infinità di meraviglie», insisté Geoffroy de Villehardouin. Sulla riva della città si levavano centinaia di statue: statue che i primi imperatori avevano saccheggiato dai tesori dell´Occidente e dell´Oriente, che col passare degli anni diventarono segrete, fantastiche, incomprensibili, o soggette a qualsiasi interpretazione. [...]

Santa Sofia, "la chiesa senza pari", "il modello del Paradiso", come dicevano i turchi, era stata inaugurata nel 360: distrutta in una rivolta del 404, ricostruita nel 415, di nuovo distrutta nel 532; e di nuovo definitivamente inaugurata il 27 dicembre 537. Sopra una grandissima lastra bianca, la mano della natura aveva inciso segni, venature, rilievi, screziature, che disegnavano a loro volta le figure umane di Gesù Cristo, Maria e Giovanni Battista. La pietra sembrava illusione: il sasso immagine umana; e tutto era variegato, suscitando in chi vedeva stupore e sgomento. Gli architetti avevano rivestito il pavimento di lastre di marmo colorato, o di sottilissime luci policrome. Se dal pavimento si guardava Santa Sofia, la volta sembrava un infinito cielo stellato, e se dalla cupola si guardava il pavimento, ecco, le pietre tumultuavano, ondeggiavano, oscillavano, sembravano un ardimentoso mare in tempesta.

Quando qualcuno penetrava sotto la cupola di Santa Sofia, la sua mente si innalzava verso Dio, nella convinzione che Egli fosse lì accanto, lì prossimo, e che amasse risiedere nel luogo che aveva prescelto. Santa Sofia, scriveva mirabilmente Procopio, era uno spettacolo bellissimo, quasi eccessivo per chi lo vedeva, e assolutamente incredibile per chi ne sentiva parlare. Era luce e riflesso. Sembrava «che la luce non venisse da fuori, ma che un bagliore accecante nascesse nel suo interno». Tutto il soffitto era rivestito d´oro puro, per aggiungere maestà alla bellezza, eppure lo splendore dell´oro era sopraffatto dal barbaglio della pietra preziosa. Fasci di luce penetravano da finestre diverse, convergendo verso un punto diafano, oppure incrociandosi ad altezze varie, le lame di luce scivolavano lungo le pareti e si allungavano sul pavimento. Questa mobile irradiazione accresceva, agli occhi di tutti, l´effetto irreale e inverosimile della visione.

In alto, in alto, Santa Sofia culminava in un quarto di sfera, al di sopra della quale si elevava un´altra semisfera, «di bellezza meravigliosa ma anche spaventosa», perché, diceva Procopio, tutto sembrava instabile, inquieto e incerto e in procinto di crollare al suolo. «Chi potrebbe descrivere lo splendore delle colonne e delle pietre che le abbelliscono? Sembrava di essere capitato in un superbo prato fiorito. Allo sguardo ammirato si offriva la tonalità purpurea, verde, rosso acceso, bianco brillante delle pietre, per non parlare dei marmi che la natura, come una pittrice, aveva screziato di tinte d´ogni sorta». Ciò che sorprendeva nelle vette di Santa Sofia, era l´estrema cangiabilità del sacro, la mobilità incessante dell´eterno, simile alle irradiazioni degli angeli evocate nei libri dello Pseudo-Dionigi l´Areopagita. Settantadue tonalità diverse brillavano, secondo la natura della pietra, delle perle e dei materiali più diversi.

Maometto II aveva conquistato Costantinopoli penetrando in Santa Sofia nel dicembre 1453. [...] Quando volle godere lo spettacolo delle opere d´arte, salì sulla superficie concava della cupola, come Gesù -"il soffio di Dio"- ascese al quarto cielo. Dopo aver ammirato il mare ondoso del pavimento, raggiunse la cima. Così sia Costantinopoli sia Santa Sofia, diventarono la più intima delle sue passioni.

In apparenza, Costantinopoli era vastità, grandezza, teatralità, sublimità, tragedia, ineffabilità – tutto portato all´estremo, fino a inebriare ed estasiare gli abitanti della capitale. In realtà gli architetti, gli artefici, i truccatori cercavano qualcosa di profondamente diverso, come accadeva a Bagdad e a Ctesifonte: qualcosa di stravagante e di illusionistico, di bizzarro e di eccentrico.

Secondo il famoso racconto di Liutprando, un albero di bronzo dorato era disposto davanti al trono imperiale: i rami erano gremiti di uccelli di ogni specie e colore, anch´essi in bronzo dorato; e ciascuno degli uccelli emetteva il canto inconfondibile della sua specie. In quel momento gli ambasciatori si prosternarono tre volte a terra, secondo un costume che risaliva ad Alessandro Magno. Il trono imperiale appariva dapprima disteso, poi si innalzò e in un attimo torreggiò altissimo nella grande stanza, custodita da leoni di immensa grandezza che sferzavano il pavimento con la coda e ruggivano con la bocca aperta.

L´imperatore di Costantinopoli era in primo luogo il signore delle forme e delle apparenze e delle liturgie. Quando nasceva, si sposava o aveva figli, la città era in festa per sette giorni e su tutte le piazze si mangiava e beveva a spese del sovrano. Le strade erano purificate: durante le processioni si spargevano fiori sul selciato, sulle finestre e sui balconi: si esponevano le suppellettili più preziose e si ostentava vasellame d´oro e d´argento. Un tappeto di bellissima lana rappresentava una coda di pavone: le stoffe di seta, tinte con porpora di Tiro, erano ricamate con l´ago; si esaltava lo scarlatto fiammante, il cupo viola, il delicato splendore del verde. I fabbricanti degli oggetti di lusso – orefici, importatori di seta, mercanti di lino, profumieri, autori di bronzi niellati - affermavano al mondo intero il prestigio di Bisanzio. Come scriveva lo storico turco, «si mescolavano le bellezze greche, franche, russe, ungheresi, cinesi»: le belle dai morbidi capelli, le fanciulle simili alle stelle della Lira, fresche come il gelsomino, alte e sottili come il cipresso, con la fronte simile alla luna e le ciglia al Sagittario.

In momenti straordinariamente solenni, l´imperatore lasciava da solo il palazzo e passava il Bosforo in una galera imperiale. Quando raggiungeva la giusta distanza dal ponte, conosceva la visione spettacolare e grandiosa della città. Allora, si alzava sulla sedia: restava in piedi guardando verso est con le mani alzate al cielo, faceva tre volte il segno della croce sulla città e poi rivolgeva una preghiera a Dio: «Signore Gesù Cristo mio Dio, nelle tue mani affido questa tua città: preservala, Ti prego, dall´assalto di ogni avversità e tribolazione, dalla guerra e dalle invasioni straniere. Conservala inviolata dalla cattura e dal saccheggio, perché è in Te che abbiamo riposto la nostra speranza e Tu sei signore di misericordia e padre di pietà e Dio di ogni consolazione e a Te spetta avere grazia e preservarci e salvarci dalle difficoltà e dai pericoli ora e per sempre e nell´eterno dell´eterno». Mai, come in quel momento, l´imperatore aveva rivolto al cielo una preghiera così commovente: così tenera, delicata e quasi indifesa.

 

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Per mille e cento anni, Costantinopoli da Antemio di Tralle e Isidoro da Mileto ed edificata in cinque anni (532-537), sotto la diretta supervisione di Giustiniano, sul luogo dove in precedenza erano sorte due basiliche fatte edificare da Costantino (335) e Teodosio (415), quest'ultima data alle fiamme durante la rivolta di Nika (532). La nuova S. Sofia viene consacrata il 27 dicembre del 537. Successivamente, nel 562, viene riconsacrata dopo un restauro della cupola. L'edificio subirà nuovi restauri nel 989 e nel 1346.

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Con la caduta di Costantinopoli nel 1453, la chiesa fu trasformata in moschea e in epoche successive vennero aggiunti i quattro minareti. Il primo fu fatto costruire dal Conquistatore, il secondo da Selim II e il terzo da Murad III.

L'enorme mezzaluna di bronzo dorato fu fatta collocare sul vertice della cupola da Murad III alla fine del XVI sec., a quest'epoca risalgono anche i contrafforti eretti per rinforzare le mura perimetrali lesionate da un terremoto. Stranamente i mosaici non furono distrutti ma fatti ricoprire da Solimano il Magnifico nel XVI sec.

Abdul Mecit I fece restaurare la chiesa dai fratelli Fossati (1847-1849).

La moschea fu trasformata in museo nel 1935.

santa sofia 12Il doge Enrico Dandolo fu tumulato in S. Sofia, sotto una pietra grigia, ancora visibile nella tribuna meridionale, con inciso il suo nome nel 1205. Nel 1453, dopo la conquista, i turchi violarono la sua tomba e ne dispersero le spoglie.

L'incoronazione dell'imperatore si svolgeva nell'ambone. Il primo ad essere incoronato in Santa Sofia fu Costante II (641). Il primo a ricevere la corona dalle mani del patriarca fu invece Leone I (457). Il trono veniva posto per l'occasione al centro dell'ombelico di porpora (grande lastra di porfido circolare, circondata da altri dischi di colore diverso) a opus alexandrinum ancora visibile nella parte sud-occidentale della navata.

Dedica: secondo una leggenda, la Divina Sapienza apparve al figlio del capomastro durante i lavori di ricostruzione e Giustiniano decise di dedicarle la chiesa per l'aiuto prestato.

Architettura

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Presenta un organismo a doppio involucro con un perimetro esterno rettangolare (m. 109 x 80), sopravanzato da un atrio, oggi non più visibile, e da un doppio nartece. All'interno lo spazio si organizza attorno ad un enorme nucleo centrale quadrato, definito da quattro pilastri da cui originano i pennacchi sferici su cui poggia la cupola traforata da 44 finestre. Attorno a questo nucleo centrale si articolano un ambulacro e, superiormente, le tribune schermate da colonne. Sui lati nord e sud, il nucleo centrale è serrato da enormi pareti fenestrate mentre in senso longitudinale si dilata in due semicupole.

Le navate laterali che formano l'ambulacro sono ripartite in tre sezioni da tre gruppi di quattro colonne. Nel primo gruppo della navata di sn (N) si trova la colonna piangente o di Gregorio il Taumaturgo cosiddetta perché trasuda continuamente acqua ed è considerata miracolosa.

 

santa sofia 20Già in corso d'opera il progetto della cupola - che rimase la più grande della cristianità (diam. 31 m.) fino alla edificazione di quella di S.Pietro quasi mille anni più tardi - si rivelò troppo audace, provocando delle deformazioni della struttura e crollando definitivamente con il terremoto del 558. I lavori di ripristino furono affidati a Isidoro il giovane, nipote di Isidoro da Mileto, che provvide a ispessire i pilastri, rafforzò le pareti nord e sud chiudendo alcuni finestroni e realizzò la nuova cupola sopraelevandone l'imposta di circa sette metri.

I marmi utilizzati per la costruzione di S. Sofia provengono dalle maggiori cave del bacino del Mediterraneo. La storia che le colonne provengano dal tempio di Artemide di Efeso sembra assurda. Le uniche sicuramente di spoglio sono infatti quelle di porfido egiziano delle esedre, tutte di altezze differenti come testimoniato dall'uso di piedistalli diversi per ognuna di esse. La decorazione interna, in origine, era composta esclusivamente da motivi floreali o geometrici, scelta che prelude al periodo iconoclasta, i mosaici con figure rinvenuti sono pertanto tutti posteriori all'867. Il primo ad essere stato realizzato è quello nella conca absidale raffigurante la Vergine con il Bambino.

Mosaici

1. (Nel timpano della porta che attualmente introduce al nartece)

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La Vergine in trono con il Bambino con ai lati Costantino il grande nell'atto di donarle la città e Giustiniano che le offre il modellino della chiesa di S. Sofia. Fatto realizzare da Basilio II nel 989 o nel 1019, in occasione della sua vittoria sui bulgari.

La posizione della Vergine - rivestita dal maphorion - e del Bambino (compreso l'avanzamento del piede sinistro per conferire profondità) dipendono fortemente dalla Theotokos dell'abside da cui si discostano per una diversa concezione dello spazio come si nota nel forte ribaltamento della prospettiva del suppedaneo.

Nel vestibolo che precede l'ingresso al nartece vero e proprio era probabilmente localizzato il mosaico, oggi perduto, raffigurante l'arcangelo Michele con la spada sguainata come in atto di difendere la chiesa, descritto da Niceta Coniata.

Le porte di bronzo che introducono al vestibolo (da cui attualmente in realtà si esce al termine della visita) risalgono al II sec. a.C. (le croci vennero aggiunte successivamente) e furono trasportate qui dall'isola di Tarso durante il regno dell'imperatore Teofilo (829-842).

2. (Nel timpano della porta centrale, imperiale, che dal nartece introduce alla chiesa)

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Cristo in trono che regge il vangelo su cui è scritto: 'la pace sia con voi [Giov. 12,46], io sono la luce del mondo' [Giov.8,16] , ai lati 2 medaglioni con Maria in atteggiamento supplice e l'arcangelo Gabriele.

Davanti a lui un imperatore prosternato non identificato da alcuna epigrafe (Basilio I o Leone VI).

Leone VI (886-912) contrasse matrimonio quattro volte al fine di assicurarsi un erede, mentre la chiesa bizantina proibiva il terzo matrimonio. Questo spiegherebbe la sua prosternazione ai piedi del Cristo.

Nel suo De Caerimoniis, comunque, Costantino porfirogenito accenna alla proskynesis che l'imperatore compiva prima di attraversare esattamente la porta al di sopra della quale è posto il mosaico.

Più recentemente si è tornati ad identificare l'imperatore in Basilio I, datando quindi il mosaico a ridosso del 870. La proskynesis sarebbe infatti rivolta non solo al Cristo ma anche alla Vergine e all'arcangelo Gabriele sottolineando la rinnovata liceità del loro culto, in questa chiave i versetti di Giovanni alluderebbero alla pace ripristinata dall'imperatore che chiuse ufficialmente la controversia iconoclasta.

3. (Nel catino absidale)

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La Vergine con il Bambino.

L'originaria decorazione giustinianea del catino non è nota, dato però lo spazio ristretto tra le cinque finestre che si aprono alla base della curvatura e l'apice del catino, non doveva trattarsi di una composizione di ampio respiro. La stessa Vergine in trono oggi visibile appare infatti come forzata in uno spazio che non ne prevedeva la presenza.

Può essere datato con precisione al 867 per via dell'iscrizione un tempo leggibile lungo il bordo della conca absidale – tramandataci dalla Antologia palatina – che dice "le immagini che gli impostori avevano qui abbattuto, i pii imperatori hanno ripristinato". Questi ultimi sarebbero Michele III e Basilio I che regnarono insieme per pochissimo tempo. Il ritorno all'Ortodossia fu solennemente celebrato alla presenza di questi due imperatori con l'inaugurazione di questa immagine come si deduce dall'omelia del patriarca Fozio del 29 marzo 867.

Su fondo dorato campeggia la Vergine in trono con in braccio il Cristo Bambino. La Vergine è caratterizzata da un volto insolitamente giovanile. L'atteggiamento di Maria è naturale e disinvolto: la gamba sinistra è proiettata in avanti, mentre la destra è piegata verso il trono, secondo la tradizione. Il trono è senza schienale, molto ampio, e con suppedaneo: sia il trono che il suppedaneo sono decorati con gemme.

 

 

 

4. (Nella tribuna meridionale)

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A. Mosaico eseguito nel 1030 circa, raffigurante attualmente l'imperatrice Zoe con il suo terzo marito, Costantino IX Monomaco (1042-1055), la cui faccia fu dipinta sopra quella del suo predecessore Romano III Argiro intorno al 1042; la faccia del Cristo fu a sua volta ridipinta per renderla somigliante a quella del nuovo imperatore secondo il principio della christomimesis, così come furono ridisegnati i tratti dell'imperatrice che, al momento del suo terzo matrimonio aveva ormai sessant'anni. I sovrani sono ritratti nell'atto di offrire al Cristo l'apokombion (borsa contenente almeno 3 chili di pezzi d'oro) e il rescritto dei privilegi concessi alla chiesa di S. Sofia.

L'imperatore ha il capo cinto dallo stemma, diadema a fascia tempestato di gemme con una pietra centrale e sormontato da croce; l'imperatrice dal modios, corona con merlature triangolari, entrambi arricchiti da prae pendulia.

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B. Mosaico del XII sec., raffigurante l'imperatore Giovanni II Comneno (1118-1143) e l'imperatrice Irene d'Ungheria che recano alla Vergine con in braccio il bambino le stesse offerte del pannello precedente . E' databile al 1118. Leggermente successivo (1122, anno in cui viene associato al trono), sul pilastro d'angolo, il ritratto del figlio Alessio.

L'imperatore indossa il kamelaukion, corona ad elmetto arricchita da praependulia, mentre l'imperatrice indossa un maestoso modiolos.

 

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C. Mosaico del XIV sec. raffigurante Cristo benedicente tra Giovanni Battista e Maria (Deesis).

Un'ipotesi lo vuole donato da Michele VIII Paleologo dopo la riconquista di Costantinopoli (1261). In questo caso risalirebbe alla seconda metà del XIII sec..

Da documenti grafici del Settecento sappiamo che di fronte al pannello si trovava una recinzione presbiterale e che quindi il complesso assolveva alla funzione di cappella laterale.

La persistenza di un lacerto d'oro con apparente decorazione gemmata nella parte perduta alla base della composizione ha lasciato supporre che qui vi fosse ritratto lo stesso Michele VIII nell'atto della proskynesis.

L'intensa espressività dei volti, appena contenuta dal tradizionale aplomb dello schema iconografico, apre degnamente la grande stagione del rinascimento paleologo.

5. (Tribuna settentrionale)

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Ritratto in piedi dell'imperatore Alessandro (912-913). Figlio di Basilio I e fratello di Leone VI, che regnò da solo per soli tredici mesi.

L'imperatore è raffigurato con l'akakia nella destra e il globo nella sinistra.

L'abbigliamento è sontuoso e corrisponde a quello descritto nel De cerimoniis per la domenica di Pasqua con il loros, la larga sciarpa ricoperta di perle e pietre preziose che avvolge tutto il corpo ed il capo è cinto dallo stemma.

I quattro grandi medaglioni contengono uno il suo nome per intero e gli altri l'invocazione "Signore soccorri il tuo servo, fedele imperatore ortodosso"

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fonte: "Il Romanzo di Costantinopoli" di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini, Einaudi, 2010 - 'Architettura' da bisanzioit.blogspot.it/2012/04/santa-sofia-costantinopoli.html"

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