Pensieri di S. Silvano del Monte Athos su piante e animali

Sovente s’incontrano persone che s’affezionano agli animali fino a provare «amicizia» nei loro confronti. Lo Staretz riteneva che ciò fosse una perversione dell’ordine stabilito da Dio e contrario alla condizione normale dell’uomo (Gen 2, 20).

silvano el atonita Icono en el Monte AthosIl beato Staretz è stato per noi un grande dono ricevuto dall’alto ed un incontro eccezionale. La cosa che più ci stupiva in lui era l’immagine perfetta del vero cristiano; in lui si poteva notare una splendida ed armoniosa unione d’intenti apparentemente incompatibili: da un lato una grande compassione per ogni essere vivente, per ogni creatura, caratteristica questa poco comune negli uomini virili come lui. Questa compassione assumeva, talvolta, tali proporzioni che facilmente poteva venir considerata quasi una sensibilità patologica. D’altro lato, alcuni aspetti della sua vita mostravano che la sua compassione non era per nulla un fenomeno patologico, ma l’espressione di una grandezza d’animo soprannaturale e d’una bontà derivata dalla grazia.

Lo Staretz aveva anche verso le piante un atteggiamento di dolcezza. Ogni gesto violento che causava loro un danno veniva da lui considerato come contrario alla dottrina della grazia. Ricordo che una volta camminavamo insieme sulla strada che collega il Monastero alla «kaliba», dove io vissi per circa un anno. La «kaliba» si trovava a un chilometro di distanza dal Monastero e lo Staretz desiderava vedere dove io abitassi. Com’è d’uso in questi luoghi montuosi, avevamo un bastone. Da una parte e dall’altra del sentiero spuntavano ciuffi di alte erbe selvatiche. Per impedire che il sentiero venisse invaso dalle erbe, ruppi con il bastone la cima di un fusto in modo che non si formasse il seme. Questo gesto parve brutale allo Staretz, che scrollò leggermente il capo con disapprovazione. Capii cosa voleva dirmi e mi vergognai.

Lo Staretz diceva che lo Spirito di Dio insegna a riconciliarci con ogni creatura, fino a desiderare, «se non vi è necessità», di non far male neppure a una foglia. «La foglia era verde sull’albero e tu l’hai strappata senza necessità. È vero che questo non è un peccato, ma il cuore che ha imparato ad amare si riconcilia con ogni creatura, anche con una piccola foglia».

La pietà per la foglia verde d’un albero o per il fiore dei campi calpestato, trova in lui gioiosa armonia con quell’atteggiamento perfettamente realista verso ogni cosa che esiste nel mondo. Egli però era anche cosciente, in quanto cristiano, che tutto è stato creato per servire l’uomo: quindi, quando ciò è «necessario», l’uomo può usufruire di ogni cosa. Egli stesso calpestava l’erba, abbatteva gli alberi, faceva provvista di legna per l’inverno e mangiava il pesce41.

Leggendo gli scritti dello Staretz è bene soffermarsi sui suoi pensieri e sui suoi sentimenti verso gli animali. Non potremmo non essere colpiti dalla compassione che prova per ogni creatura; e ce ne possiamo fare un’idea solo rileggendo il passo in cui spiega quanto deplorò «la sua crudeltà verso le creature del creato», per aver «senza necessità» ucciso una mosca o per aver versato l’acqua bollente su un pipistrello che si era installato sul balcone del suo deposito; e possiamo capire «quale compassione egli ebbe verso ogni creatura ed ogni essere che soffre», quando ci narra di aver visto su un sentiero un serpente tagliato a pezzetti.

Contemporaneamente, però, il suo ardente slancio verso Dio lo rendeva distaccato da ogni creatura. Egli infatti pensava che appartenendo gli animali alla «terra», lo spirito dell’uomo non avrebbe dovuto affezionarvisi, poiché bisogna amare Dio con tutta la propria mente, con tutto il proprio cuore e tutte le proprie forze, cioè con tutto il nostro essere, dimenticando la terra.

Sovente s’incontrano persone che s’affezionano agli animali fino a provare «amicizia» nei loro confronti. Lo Staretz riteneva che ciò fosse una perversione dell’ordine stabilito da Dio e contrario alla condizione normale dell’uomo (Gen 2, 20). Accarezzare un gatto dicendogli «micio bello», o giocare e parlare con un cane dimenticando Dio, od anche preoccuparsi degli animali fino al punto di dimenticarsi della sofferenza del prossimo, o a causa loro entrare in discussione con altri, tutto questo era per lo Staretz una violazione dei comandamenti divini, i quali devono essere osservati fedelmente per condurre l’uomo alla perfezione. Non troviamo difatti, in tutto il Nuovo Testamento, un passo in cui si dica che il Signore abbia fermato la sua attenzione sugli animali, pur amando tuttavia tutta la creazione. La nostra vocazione sta nel giungere a questa perfetta umanità, ad immagine del Cristo-Uomo, in conformità alla nostra natura creata ad immagine di Dio. Per questo, lo Staretz considerava l’affetto verso gli animali come un abbassamento della condizione umana. A questo riguardo egli scrisse: «Alcuni si affezionano agli animali, ma ciò offende il Creatore poiché l’uomo è chiamato a vivere con il Signore per l’eternità, regnare con lui ed amare Dio solo. Non bisogna affezionarsi agli animali, ma bisogna aver un cuore benevolo verso ogni creatura...»

Tutto è stato creato, egli diceva, per servire l’uomo; e quindi in caso di bisogno possiamo usufruire di tutto ciò che è stato creato. Ma, allo stesso tempo, l’uomo ha il dovere di aver cura di ogni creatura; per questo motivo il male causato ad una pianta o a un animale senza alcuna necessità si oppone alla legge della grazia. Ma contraria ai comandamenti di Dio è anche ogni affezione passionale verso gli animali, perché ciò diminuisce l’amore verso Dio e il prossimo. Chi ama veramente gli uomini e nelle sue preghiere piange per il mondo intero, non può affezionarsi agli animali.

 

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Fonte: "Archimandrita Sofronio, SILVANO DEL MONTE ATHOS (1866-1938) - Vita, dottrina, scritti, Gribaudi editore"

 

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Note

41 Mangiava del pesce: I monaci cenobiti e gli eremiti che vivono al Monte Athos di solito non mangiano la carne secondo la parola dell’Apostolo: «Per questo se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Cor 8,13).

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