La storia dell'autocefalia della Chiesa serba

Parlando dell’autocefalia della Chiesa ortodossa serba, 800 anni fa, ci si ricorda sempre che la storia degli eventi correlati a San Sava è ben conosciuta dal pubblico. Tuttavia, in questo momento, ciò che attira la mia attenzione è la domanda: come possono l’autocefalia della Chiesa serba, e gli eventi relativi, essere un paradigma dell’acquisizione canonica dell’autocefalia? 

sava di serbiaÈ difficile trovare un modo adeguato per esprimere l’entusiasmo e la gratitudine che derivano dal privilegio di vivere al tempo in cui la nostra Chiesa celebra 800 anni di esistenza. È un evento unico, non solo per la nostra vita, ma per la storia della nostra Chiesa. Oggi non stiamo solamente parlando di storia, ma la viviamo, e forse la stiamo persino creando. Al giorno d'oggi, a maggior ragione, dovremmo vedere noi stessi come anelli di una catena formata da molte generazioni, le quali ci hanno lasciato un patrimonio da preservare, migliorare e trasferire alle progenie future. La nostra speranza è di non essere un anello debole, ma è certamente già abbastanza difficile tenersi al passo con le grandi figure e gli eventi importanti della ricca storia della nostra Chiesa.

Parlando dell’autocefalia della Chiesa ortodossa serba, 800 anni fa, ci si ricorda sempre che la storia degli eventi correlati a San Sava è ben conosciuta dal pubblico. Tuttavia, ciò che attira la mia attenzione in questo momento è la domanda: come possono l’autocefalia della Chiesa serba e gli eventi circoscritti essere un paradigma dell’acquisizione canonica dell’autocefalia? Anche se andrò a toccare il tema dell’autocefalia in senso generale, non è mia intenzione portare l’attenzione su una specifica autocefalia, o su qualsiasi altra autocefalia nella storia della Chiesa, eccetto quella della Chiesa ortodossa serba. Sarebbe certamente pretenzioso tentare di spiegare, in un breve articolo, la filosofia che sta dietro le dinamiche dello sviluppo della storia della Chiesa; men che meno sarebbe possibile trattare qui ogni segmento di un argomento così vasto e complesso, seppur sia contemporaneo, interessante e soprattutto significativo.

La Chiesa è una, secondo l’ottica biblica e dogmatica, perché il capo della Chiesa è uno – il Signore Gesù Cristo (Col. 1, 18; Ef. 5, 23; Eb. 13, 20…). Benché sia una, la Chiesa è stata concepita per includere il mondo intero (Mt. 28, 19). Sin dagli inizi, meglio noti come tempi apostolici, e durante i primi secoli della storia cristiana, la Chiesa si è sviluppata in svariati centri, creando di conseguenza molte Chiese locali a carattere nazionale, ciascuna con la propria amministrazione, eppure unite nella fede. Una delle peculiarità della Chiesa ortodossa è che ha sempre conservato questa caratteristica della decentralizzazione anche con il moltiplicarsi delle Chiese locali (1Cor 12, 12-14); questo modello è biblico ed è stato fissato dai canoni [1]. Questo modello biblico di decentralizzazione non si è mai scontrato con la reale unità della Chiesa, in alcun modo. Pertanto, fin dagli albori, la Chiesa si è identificata come una, malgrado fosse divisa in diverse Chiese autocefale.

Ci sono espressioni positive (via positiva) e negative (via negativa) sull'unità della Chiesa. Le espressioni negative sostengono che le Chiese autocefale sono divise, anche se solo per ragioni pratiche e amministrative. In termini mondani, si potrebbe dire che la Chiesa ortodossa è una federazione o una libera unione di Chiese locali; un corpo con molteplici unità amministrative individuali, al fine di evitare un accentramento di potere e autorità da parte di un solo individuo o di una sola Chiesa locale. Al tempo stesso, ci sono espressioni positive sull'unità della Chiesa, dove l’unità è vista come una unità nella fede, cioè la reale unità di presbiteri (vescovi, capi) e laici (Gv. 17, 21), e di conseguenza l’unificato sistema di amministrazione canonica di tutte le Chiese locali. Tuttavia, questa unità della Chiesa può essere preservata solo se viene custodito dalla generale legislazione della medesima, adottata negli insegnamenti della Chiesa cattolica ortodossa e ratificata dalla vita nella Chiesa stessa. È importante sottolineare che è solo sotto la condizione di unità la Chiesa universale riconosce l’indipendenza delle Chiese regionali, le quali si sottopongono alla promessa di mantenere l’unità della Chiesa rispettando il Diritto canonico – normativa e regolamentazione universale della Chiesa. La Chiesa, nel tentativo di ottenere l'autocefalia, deve essere certa, prima di tutto e soprattutto, che il desiderio di unità sia genuino e l'autocefalia sia a beneficio della Chiesa universale. Detto questo, è importante sottolineare che le Chiese locali sono indipendenti solo per alcuni aspetti. Sono indipendenti:

  • Nell'elezione di tutti i loro gerarchi e di chi è a capo della loro Chiesa. [2]
  • Nei diritti e privilegi gerarchici di una Chiesa sopra le altre. [3]
  • Nell'amministrazione, e nell'adozione di legislazioni locali e di una corte indipendente. [4]
  • Nel coltivare i costumi e i riti ecclesiastici, i quali non possono in qualunque modo essere in contrasto con la dottrina cristiana ortodossa. [5]

Non di meno, tutte le Chiese locali dipendono dalla dottrina della Chiesa cattolica ortodossa, e pertanto, in accordo con i canoni, non possono e non devono: a) introdurre un nuovo insegnamento sulla fede, [6] b) deviare dalle leggi e dai canoni della Chiesa universale-ecumenica, [7] c) introdurre novità di fede nella Chiesa, [8] d) demolire l'unità della Chiesa, calpestando l'ordine prestabilito, [9] e e) recare offesa ai diritti locali e ai costumi acquisiti delle altre Chiese. [10]

Attraverso queste brevi considerazioni vediamo che, fin dagli inizi, la Chiesa aveva istruzioni, norme e regole ben precise indirizzate a preservare l'unità nella dottrina, nella fede e nello spirito.

La formazione di Chiese autocefale non è mai stata accidentale. Al contrario, è da sempre un progresso naturale basato sulle necessità pratiche della Chiesa. Al tempo stesso, la decisione se garantire un'autocefalia è di importanza universale; pertanto, dai primi tempi e fino ad oggi, l'intera Chiesa ne è stata coinvolta. Nei primi secoli, questa decisione era presa tramite i Concili ecumenici (ad esempio: le autocefalie ripristinate della Chiesa di Cipro e della Chiesa di Gerusalemme). Dal tempo dei Concili ecumenici, e fino ad oggi, la valutazione dei diritti acquisiti di una Chiesa è rimasta sotto la giurisdizione del vescovo della Chiesa autocefala a cui suddetta Chiesa appartiene al momento della richiesta di autocefalia. Pertanto, il volere dell’Assemblea della Chiesa autocefala, nella cui giurisdizione una parte della Chiesa cerca indipendenza, ovvero il consenso della Chiesa madre, è il requisito indispensabile per l’ottenimento dell’autocefalia. Solo l’Assemblea della Chiesa madre può acconsentire alla separazione di una sua parte, perché questa diventi prima autonoma, in certi casi, e poi autocefala. Ciò può solo essere acconsentito da una Chiesa in possesso della piena autocefalia per due ragioni: 1) Autocefalia significa autorità sovrana sul proprio territorio, e di conseguenza su quella parte di Chiesa che cerca l'indipendenza, e 2) nessuno può dare ad altri ciò che non possiede lui stesso. Senza il consenso della Chiesa madre, non ci può essere autocefalia. Altrimenti, se fattori esterni potessero garantire l'autocefalia nel territorio di un'altra Chiesa, allora tale Chiesa locale non sarebbe né sovrana né autocefala. La violazione di queste regole, stabilite in tempi antichi dalla Chiesa ortodossa cattolica, inevitabilmente conduce a scismi; tali trasgressioni sono viste come anomalie ed atti arbitrari.

Dopo aver ricordato tutto ciò, sorge la questione dell'autocefalia della Chiesa serba. Cosa significa affermare che San Sava ottenne l'autocefalia della Chiesa ortodossa serba? San Sava avrebbe acquisito lui l'autocefalia, oppure in realtà gli fu concessa? Prima di tentare di dare una spiegazione a queste domande, dobbiamo indagare più a fondo su chi fosse la Chiesa madre agli inizi del XIII secolo, in quella parte della Chiesa ortodossa della Serbia. Era l'Arcidiocesi di Ocrida o il Patriarcato di Costantinopoli?

Facciamo pertanto un passo indietro nella storia, per avere un'idea del contesto e dello svolgimento di tale periodo. Ad essere considerato il fondatore del Cristianesimo in terra Serba [11] è l'apostolo Tito (un discepolo dell'apostolo Paolo); egli venne dalla costa, diffondendo il Vangelo nella regione (2Tim. 4, 10). Per un breve periodo, dal 535 al 545 d. C., queste terre furono sotto la giurisdizione di Giustiniano I [12]. La cristianizzazione delle tribù serbe cominciò durante il regno dell'imperatore bizantino Eraclio (610-640) [13]. Dall'ottavo secolo, l'influenza di Bisanzio sulle terre serbe iniziò a crescere, e così di pari passo crebbe l'influenza del Patriarcato di Costantinopoli. Per un lungo periodo, i Serbi furono divisi in due centri, e in un certo senso in due giurisdizioni [14]. Dal 927 al 971, buona parte della Chiesa serba cadde sotto l'autorità della Chiesa indipendente bulgara e, dal 976 al 1018, la maggior parte dei territori serbi furono governati da Samuele di Bulgaria. Pertanto, la Chiesa serba finì sotto il Patriarcato di Ocrida. Con la caduta dell'Impero di Samuele e del sopracitato Patriarcato nel 1018, l'imperatore Basilio II stabilì nel 1019 una nuova organizzazione della Chiesa [15] ad Ocrida, a livello di un'Arcidiocesi che comprendeva quasi tutta la penisola balcanica.

Poiché le terre serbe erano parte dell'Arcidiocesi di Ocrida, la domanda che sorge è: poteva essa dare l'autocefalia alla Chiesa ortodossa serba? Il responso è senza dubbio negativo. La risposta breve è che l'Arcidiocesi di Ocrida non poteva garantire l'indipendenza alla Chiesa serba, poiché l'autocefalia può essere data solamente da una Chiesa madre, completamente indipendente ed autocefala, ad una delle sue parti. Tuttavia, canonicamente l'Arcidiocesi di Ocrida non ottenne mai l'autocefalia completa. Ovvero, l'Arcidiocesi di Ocrida fu creata per decisione imperiale, e tali iniziative imperiali in campo ecclesiastico avevano rilevanza solo se approvate dalla Chiesa. Pertanto, dopo la morte dell'Imperatore Basilio II, tutti gli atti e i privilegi che egli concesse all'Arcidiocesi di Ocrida persero di importanza, soprattutto perché le diocesi elencate nei documenti imperiali appartenevano al Patriarcato di Costantinopoli, almeno formalmente. È risaputo che alcuni Arcivescovi di Ocrida tentarono di attribuirsi dei diritti che nessun'altro gli riconosceva. Alla fine, cercarono persino di dipingere il trono di Ocrida come un’estensione di Giustiniano I. Poiché questa tesi non aveva fondamento storico [16], non fu mai appoggiata o riconosciuta da alcuna Chiesa, men che meno dalla Chiesa della città imperiale.

In breve, l'Arcidiocesi di Ocrida non ottenne mai l'autocefalia piena perché gli arcivescovi di Ocrida non erano eletti dal Sinodo bizantino per la Chiesa di Ocrida. Al contrario, essi erano nominati dagli imperatori bizantini e ordinati dai Patriarchi di Costantinopoli, almeno fino alla seconda metà del XII secolo, e la Chiesa di Costantinopoli, in quanto Chiesa madre, non diede mai il consenso all'autocefalia dell'Arcidiocesi di Ocrida. Questa è una delle ragioni.

Siccome questo tema è vasto, mi limiterò a menzionare le condizioni relative e secondarie per l'autocefalia, senza andare troppo a fondo. Esse sono: l'indipendenza dello stato, il desiderio unanime tra il clero e i fedeli, e l'abilità di una parte della Chiesa di ottenere l'autocefalia. Tutte queste condizioni erano soddisfatte dalla Chiesa serba, e ciò non fu mai messo in discussione. Tuttavia, queste condizioni secondarie e relative non sono sufficienti per l'autocefalia.

A questo punto, vorrei dire alcune parole in merito ai fattori canonici che creano un'autocefalia. Perché l'autocefalia della Chiesa ortodossa serba è considerata canonica? L'autocefalia della Chiesa ortodossa serba fu considerata canonica semplicemente perché San Sava si recò presso le autorità competenti per la benedizione necessaria ad essere consacrato come arcivescovo, e successivamente per l'autocefalia stessa. Per la precisione, San Sava era un monaco (archimandrita) del Monte Athos, il quale era sotto la diretta giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli, e pertanto tutti i monaci e il clero erano sotto la sua competenza e autorità spirituale. Precedentemente, abbiamo affermato che anche all'Arcidiocesi di Ocrida non fu mai concessa la piena indipendenza dalla sua Chiesa madre di Costantinopoli e, pertanto, se San Sava fosse andato presso l'Arcidiocesi di Ocrida, non avrebbe mai ottenuto l'autocefalia, poiché Ocrida stessa non aveva l'autorità di concederla.

Comunque, quando si parla della canonicità dell'autocefalia, è di assoluta importanza il fatto che San Sava abbia sempre goduto di una buona reputazione nella Chiesa canonica; ordinato canonicamente prima come monaco e successivamente archimandrita (sacerdote-monaco). La canonicità comincia così: i candidati per qualunque ordinamento della Chiesa, e certamente per il rango di prete, di vescovo e dei livelli più alti, devono essere in ordine canonico con la Chiesa. San Sava era un archimandrita canonico, e da tale grado fu consacrato Arcivescovo. Nessuno mai contestò il suo stato canonico e il suo rango quando era sul Monte Athos. Pertanto, sarebbe stato contro i canoni della Chiesa cattolica ortodossa, oltre che altamente problematico, se San Sava, chierico del Monte Athos, si fosse rivolto a chiunque altro tranne che al suo vescovo di competenza, nel suo caso il Patriarca di Costantinopoli.

Qui potremmo ricordare quanto i biografi di San Sava registrarono, nelle trattative con il Patriarca di Costantinopoli e l'Imperatore sulla necessità della Chiesa serba, che San Sava non era l'unico candidato, e anzi lui stesso propose uno dei “fratelli” del suo entourage perché fosse consacrato Arcivescovo; tuttavia la scelta cadde su Sava. Solamente a seguito delle pressioni dell'Imperatore e del Patriarca, San Sava acconsentì. Ovviamente, la decisione fu presa dal Patriarca attraverso il Concilio del Patriarcato di Costantinopoli. Quando tutto fu stabilito, la consacrazione di San Sava ebbe luogo dopo un grande giorno festivo. La consacrazione avvenne nello spirito delle regole canoniche (Ap. 1; I Conc. Ec. 4; VII Conc. Ec. 3; Antiochia 19 e 20; Laodicea 12; ecc.), e nel rispetto delle pratiche stabilite nella Chiesa ortodossa. Poco dopo la consacrazione come Arcivescovo, San Sava ricevette dal Patriarca e dall'Imperatore la decisione presa in merito all'autocefalia, firmata di proprio pugno dal Patriarca e da tutti gli arcivescovi e i metropoliti. La decisione mise in rilievo che in futuro l'Arcivescovo (un serbo) stesso avrebbe preso decisioni assieme all'assemblea dei propri vescovi... [17] e i vescovi stessi si sarebbero riuniti per consacrare i loro arcivescovi. [18] Quindi, l'elezione di San Sava fu canonica e gli fu concessa, anziché essere acquisita.

È interessante che entrambi i biografi indichino il nome di Patriarca Germano II anziché del Patriarca Manuel I, nel documento di consacrazione dell'Arcivescovo della Chiesa serba. Vi sono alcune differenti spiegazioni su come questo sia avvenuto. Io sarei, personalmente, d'accordo con quella di Blagota Gardašević, riportata nel suo articolo La canonicità nell'acquisizione dell'autocefalia della Chiesa ortodossa serba nell'anno 1219, il quale spiega il fatto nel seguente modo: forse l'attenzione di Domenziano fu attirata da un documento più tardo firmato dal Patriarca Germano II. L'interesse deve inoltre essere rivolta sulla conoscenza delle Chiese locali, che la creazione di un'autocefalia non è solo materia riguardante la Chiesa madre e l'area dalla quale va a separarsi, ma di tutta la Chiesa ortodossa. Poiché, all'interno delle Chiese autocefale esiste un certo ordine gerarchico ed ecclesiastico, il quale non può essere cambiato in base alla volontà delle singole Chiese.

Esiste un documento conservato, emesso un solo decennio dopo che San Sava ricevette l'autocefalia, a riguardo della rinnovata Chiesa bulgara, il quale testimonia la procedura per l'acquisizione dell'autocefalia. Ovvero, dopo aver ricevuto una richiesta dalla Bulgaria, in questo caso sempre il Patriarca di Costantinopoli, Germano II si rivolse anche a tutti i Patriarchi orientali: Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, per il loro consenso e accordo ufficiale. Fu solo quando il Patriarca ottenne il loro consenso che, insieme all'assemblea, firmò e inviò un documento al Patriarca Bulgaro nel 1235, con il quale furono istituiti il Patriarcato Bulgaro e le relazioni fraterne tra le Chiese. Pertanto, è possibile presumere che San Sava abbia ricevuto il consenso scritto del Patriarca Manuele I inizialmente, e solo dopo aver ottenuto l’approvazione degli altri Patriarcati ortodossi, un documento è stato inviato in Serbia, con la firma del Patriarca Germano II, divenuto Patriarca di Costantinopoli nel 1222. Quel documento fu poi letto in tutte le chiese dell'arcidiocesi, ed è così che i biografi sentirono il nome del patriarca Germano II.

Una cosa simile è accaduta, nella storia più recente della Chiesa ortodossa serba, dopo l'unificazione della medesima e il ristabilimento del Patriarcato nel 1920, per decisione del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli n. 2056 del 19 marzo 1920. Tuttavia, un documento ufficiale riferito a ciò venne firmato dal nuovo Patriarca di Costantinopoli, Melezio IV, con i membri del Sinodo, solo nel 1922: esso fu letto in un solenne servizio di culto nella Cattedrale di Belgrado, quello stesso anno. Altre Chiese ortodosse autocefale furono consultate in merito, e anche loro inviarono il consenso e riconoscimento. Certamente, questa piccola ambiguità sul nome del Patriarca di Costantinopoli che firmò il documento sulla consacrazione di San Sava, non diminuisce in alcun modo la correttezza canonica dell'istituzione della Chiesa serba autocefala nel 1219.

Infine, vorrei brevemente esaminare l'unica lettera di protesta conosciuta, [scritta] da Demetrio Chomatenos, all'epoca Arcivescovo di Ocrida, e indirizzata a San Sava dopo la sua consacrazione ad Arcivescovo. Come già affermato, l'Arcidiocesi di Ocrida era competente nella parte occidentale dell'Impero Bizantino, nel Despotato dell'Epiro, dove Teodoro Komnenos Doukas governò dal 1215 al 1230 come imperatore. Dunque, il sovrano dell'Epiro ambiva a conquistare l’intero Impero Bizantino. Di fronte a tali ambizioni, l'imperatore Teodoro Komnenos Doukas indusse Demetrio Chomatenos, il canonista più colto dell'epoca, a diventare Arcivescovo di Ocrida. Perciò è sorprendente come Chomatenos, in veste di Arcivescovo di Ocrida, abbia prima inviato la sua lettera di protesta a San Sava, il quale non era l'autorità di competenza, ed abbia poi evitato di scrivere direttamente al Patriarca di Costantinopoli, il quale era l'autorità realmente competente. Ad ogni modo, nonostante questa protesta provenga da un famoso canonista e oratore, e a prescindere da tutta l'eloquenza e il sarcasmo enfatico, essa non può affatto essere definita convincente. Per cominciare, Chomatenos colpisce l'onore di San Sava e attacca la sua vita personale, dicendo: «Sava sta lasciando il silenzio monastico e torna in questo mondo tumultuoso, diventando così uno statista, partecipando a feste statali, cavalcando splendidi cavalli della razza più nobile e indulgendo in processioni cerimoniali con varie accompagnatrici». Tutto ciò, però, non ha nulla a che fare con la sua consacrazione come arcivescovo o con l'istituzione della Chiesa serba autocefala. Citando specifici canoni, procede tentando di contrastare ciò che già era stato concesso a San Sava, e non nasconde che San Sava avrebbe potuto ricevere anche da lui un atto episcopale di consacrazione, solo se si fosse rivolto all'autorità legale, la quale secondo Chomatenos sarebbe stato "il capo della diocesi Bulgara". Tutto ciò indica una mera ambizione personale, non un approccio canonico alla questione, dal momento che San Sava era un sacerdote del Monte Athos, il quale era sempre stato, e lo è ancora oggi, sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli. Pertanto, la lettera di Chomatenos a San Sava fu a dir poco inutile, e ciò che è particolarmente significativo, è che tutti i canoni citati da Chomatenos nella sua lettera a San Sava non parlano delle violazioni di colui il quale è consacrato arcivescovo, ma di colui che ha celebrato la consacrazione. Quindi, secondo i canoni citati nella sua lettera contro San Sava, Chomatenos avrebbe fatto meglio, piuttosto, ad inviare la sua missiva di protesta al Patriarca di Costantinopoli. Egli, tuttavia, non manda la sua lettera al Patriarca di Costantinopoli, perché sa di non avere il diritto di farlo, ed inviando la lettera a San Sava, un vescovo giovane ed appena consacrato, sperava forse di intimidirlo ed indurlo a rinunciare. Chomatenos però, sottovalutò la personalità, l'abilità e l'innegabile conoscenza di San Sava. Le intenzioni apparentemente egoistiche e disoneste di Chomatenos nella sua lettera a San Sava sono pienamente manifestate nel 1222, tre anni dopo l'indipendenza della Chiesa serba, quando egli scrisse una lettera molto cordiale al nuovo Patriarca di Costantinopoli, con la quale rivolge complimenti e parole di esultanza al trono di Costantinopoli. Ad ogni modo, anche se Chomatenos sentiva il diritto canonico di farlo, questa era l'opportunità perfetta per manifestare al Patriarca di Costantinopoli la sua insoddisfazione verso la consacrazione di San Sava, eppure non disse una parola in merito.

È inoltre strano che nella sua lettera a San Sava, Chomatenos citasse il canone che condanna l'uso di “nobiltà” e “decreti imperiali” per stabilire l'autorità ecclesiastica in una particolare area, perché è ben risaputo che lo stesso Chomatenos e l'Arcidiocesi di Ocrida basavano i propri diritti sulla sola base di documenti imperiali. Infatti, al tempo stesso, San Sava basava le proprie prerogative sul possesso del consenso da parte dell'Imperatore e dell'autorità della Chiesa.

È inoltre vero che il Patriarca di Costantinopoli, Germano II, scrisse successivamente una lettera di protesta a Chomatenos per aver avuto l'ambizione d’incoronarsi Imperatore bizantino. Nella sua risposta, Chomatenos cercò di giustificarsi in modo poco convincente, cercando di collegare l'Arcidiocesi di Ocrida con i privilegi concessi dal Papa di Roma a Giustiniano I. Pertanto, secondo Chomatenos, l'Arcidiocesi di Ocrida non aveva soltanto gli stessi diritti di Costantinopoli, ma anche le stesse prerogative del Papa di Roma. Tutto ciò fu certamente la conseguenza di interpretazioni personali, arbitrarie e ambiziose. Tuttavia, sapere ciò aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva, ed esse vengono menzionate al solo scopo di rendere chiaro che, nella stessa sua risposta in tale circostanza, Chomatenos non protestò con il Patriarca di Costantinopoli riguardo alla consacrazione di San Sava. Sapendo infondata la protesta di Chomatenos verso di lui, San Sava non gli prestò molta attenzione. Secondo tutte le fonti e i riferimenti disponibili, lo stesso Chomatenos non insistette nella protesta e non agì ulteriormente contro San Sava.

Considerato tutto questo, possiamo con certezza affermare che San Sava ottenne l'autocefalia della Chiesa serba in modo legittimo, su una base totalmente canonica e in accordo con le antiche tradizioni. Domenziano e Teodosio, biografi di San Sava, confermano con chiarezza ed inequivocabilmente che l'autocefalia della Chiesa serba fu stabilita dopo l'approvazione dell'Imperatore bizantino, e il fattore principale nella conferma di tale atto fu il consenso del Patriarca di competenza, con la sua Assemblea dei Vescovi, in accordo con gli antichi costumi. San Sava fu scelto per la consacrazione al ruolo di Arcivescovo quando si trovava in regolari condizioni con la Chiesa e, infine, nessun patriarca contestò la canonicità dell'autocefalia della Chiesa serba. Questi tre fattori principali sono la chiave per una comprensione adeguata del contesto canonico per l'ottenimento dell'autocefalia nella Chiesa cattolica ortodossa, a prescindere dal contesto storico, e senza alcuna eccezione.

 

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Fonte: orthochristian.com/125223.html - Titolo originale: "Autocephaly of the Serbian Church in 1219 AS a paradigm of canonical acquisition of autocephaly"

Traduzione libera a cura di Giovanni Fellettigiovanni fellettiCollaboratore occasionale - Sono nato nel 1993 a Bologna, città che mi ha visto crescere e dove tuttora risiedo. Nel 2018 ho iniziato a leggere il Nuovo Testamento e al termine di un percorso, durato 15 mesi, sono stato battezzato nella Chiesa ortodossa col nome di Giovanni. per hristos.it

 

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Теодосије, Житије Светога Саве, Београд 1984; (Teodosije – La vita di San Sava, Belgrado 1984)
  2. Доментијан, Животи Светога Саве и Светога Симеона , Београд 1938; (Domentijan, Vite di San Sava e San Simeone, Belgrado 1938)
  3. Благота Гардашевић, Каноничност стицања аутокефалности Српске цркве 1219. године , у: Избор црквено-правних радова, Београд 2002.; Blagota Gardašević
  4. Ђоко Слијепчевић, Историја српске православне цркве , Минхен 1962; (Đoko Slijepčević, Storia della Chiesa Ortodossa Serba, Monaco 1962)
  5. Јустин Поповић, Живот Светога Саве и Светога Симеона , 1962; (Justin Popović, Vite di San Sava e San Simeone, 1962)
  6. Константин Јиричек, Историја Срба , Београд 1988, (Konstantin Jiriček, Storia dei Serbi, Belgrado 1988)
  7. Станоје Станојевић, Свети Сава, Београд 1935; (Stanoje Stanojević, San Sava, Belgrado 1935)
  8. Георгије Острогорски, Историја Византије, Сабрана дела књ. IV, Београд 1969; (Georgie Ostrogorski, Storia di Bisanzio, Belgrado 1969)
  9. Димитрије Богдановић, Измирење српске и византијске цркве , Православна мисао, Београд 1974; (Dimitrie Bogdanović, Reconciliazione della Chiesa Serba e Bizantina, Belgrado 1969)
  10. V. Pospischil, Der Patriarch in der Serbisch-orthodoxen Kirche, Wien 1966
  11. Ко́рмчая книга, Москва 1787

 

Rev. Vladimir Vranic

Информативна служба Српске Православне Цркве

 

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Note

[1] (Conc. Apostolico 34, I Conc. Ec. 6, II Conc. Ec. 2,3, III Conc. Ec. 8, IV Conc. Ec. 17,18)

[2] (Conc. Apostolico 34, 35, I Conc. Ec. 6, 7, II Conc. Ec. 2, III Conc. Ec. 8, Trullo 20, 36, 39, Antiochia 9, 13, 19)

[3] (I Conc. Ec. 7, II Conc. Ec. 2, III Conc. Ec. 8, IV Conc. Ec. 12, Trullo 36); secondo i canoni (ad. es. Cartagine 13), come requisito minimo per l’autocefalia di una parte della Chiesa, è di avere almeno quattro vescovi diocesani. Questo soltanto nella teoria, perché per l’elezione e la consacrazione di un vescovo si disse che si sarebbero riuniti molti vescovi, e solo in casi di estrema urgenza, almeno tre vescovi diocesani avrebbero partecipato alla consacrazione di un vescovo. Lo stesso vale per la corte ecclesiastica (I Conc. Ec. 5, II Conc. Ec. 6, IV Conc. Ec. 9). Tuttavia, c’erano alcune Chiese indipendenti, come quella del Sinai, del Montenegro e della Bukovina-Dalmazia, in cui non c’erano quattro o più vescovi, perciò l’obiezione non regge perché queste Chiese non furono mai autocefale. Queste erano diocesi autonome subordinate ad altre Chiese autocefale dalle quali prendevano in prestito dei vescovi allo scopo di consacrare i loro capi. Una Chiesa che prende in prestito i vescovi non può essere autocefala, perché il dover prendere in prestito una parte dell’autorità indica che non ha piena sovranità ecclesiastica.

[4] (Ap. 37, I Conc. Ec. 5, II Conc. Ec. 2, IV Ec. Counc 19, Trullo 8, VII Conc. Ec. 6, Antiochia 20, Laodic. 40, Cartagine 18),

[5] (Introduzione all'Epistola ai Patriarchi Orientali).

[6] (II Conc. Ec. 1, 7, Trullo 2, Cartagine 2);

[7] (Trullo 2, VII Conc. Ec. 1);

[8] (Trullo 13, 28, 29, 32, 55, 56, 81; VII Conc. Ec. 7; Cartagine 37 etc.),

[9] (Conc. Apostolico 12, 13, 15, 16, 32; I Conc. Ec. 5 & 20; II Conc. Ec. 2 & 6; IV Conc. Ec. 11 & 13; Trullo 56),

[10] (III Conc. Ec. 8; IV Conc. Ec. 28; Trullo 36, 37 & 39; Cartagine 70; San Basilio il Grande I, ecc.).

[11] Terra serba, o terre serbe, è un termine che fa riferimento agli stati medievali Serbi esistenti prima della conquista Ottomana dei Balcani, così come a quelle terre dei periodi successivi perlopiù abitate da Serbi, oppure ancora terre significative per la storia politica del popolo serbo.

[12] L’arcidiocesi fu stabilita nel 535 d. C. dall’imperatore Giustiniano I. La fondazione viene menzionata nella undicesima delle Novelle [promulgate] dall’Imperatore nel 535. L’ultima menzione che viene fatta dell’Arcidiocesi è nel 601, nell’Epistola di papa Gregorio I, quando essa già era sottomessa a Roma.

[13] Costantino VII Porfirogenito, De Administrando Imperio ("Dell'amministrazione dell'impero"); Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ρωμανόν ("Al nostro proprio figlio Romano")

[14] Благота Гардашевић, Каноничност стицања аутокефалности Српске цркве 1219. године , у Свети Сава – Споменица поводом осамстогодишњице рођења 1175-1975, Београд 1977, стр. 33-77

[15] E’ stato argomentato da Blagota Gardašević in 'La canonicità nell'acquisizione dell'autocefalia della Chiesa Ortodossa Serba nell'anno 1219' (Каноничност стицања аутокефалности Српске цркве 1219. Године) che l’Arcidiocesi di Ocrida non è successore né del Patriarcato omonimo, né della più tarda Arcidiocesi di Ocrida.

[16] Nessun’altra Chiesa autocefala accettò mai quella teoria. Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1204, l’Arcidiocesi di Ocrida, non solo non aveva più autocefalia, ma non possedeva più nemmeno l’autonomia. Essa fu sottomessa al Patriarcato di Trnovo (Patriarcato bulgaro). Ovviamente, il Patriarcato di Costantinopoli non riconobbe mai l’autocefalia dell’Arcidiocesi di Ocrida.

[17] Domentijan (Domenziano), Le vite di San Sava e San Simeone (Životi Sv. Save i Sv. Simeona), pp. 116

[18] Teodosije (Teodosio), Vita di San Sava (Život Svetog Save), pp. 18

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