Il Nemico

“Mondo”, secondo una comprensione contemplativa, è un nome complesso atto a indicare l’insieme delle passioni. Quando vogliamo dire le passioni complessivamente, le diciamo “mondo”; quando invece [vogliamo indicarle] singolarmente, diciamo “passioni”, distinguendone i nomi.

Isaac the Syrian1II nemico da combattere si manifesta in modi diversi, e tra questi Isacco si sofferma soprattutto su alcuni: l’ozio, le abitudini, la negligenza, la mormorazione, l’ira e la vanagloria. Ma accanto a questi pericoli della vita spirituale, abbastanza ricorrenti nella letteratura ascetica, Isacco si intrattiene anche sul danno che può essere causato da realtà che hanno apparenza di frutti spirituali, più che di nemici da combattere, come lo zelo e le stesse acquisizioni spirituali.

Dice Isacco: “Colui che è mosso dallo zelo è malato di una grande infermità”; che uno sia “continuamente rivestito di zelo contro la condotta degli altri” è frutto “o di orgoglio o di stupidità”. Non si dà zelo infuocato contro chicchessia nella vita cristiana, neppure per difendere la verità; anzi “colui che ha gustato la verità non litiga neppure per la verità”, perché “il dono di Dio e la conoscenza di lui non sono motivo di turbolenza e di urla”.

Altra lotta ugualmente dura è quella contro le acquisizioni spirituali. “La virtù è causa di vita come anche di morte”; e in particolare può essere causa di morte ogni virtù che introduce a un’altra successiva: essa può addirittura diventare “una vipera per l’anima di coloro che l’hanno trovata”. Chi non è capace di conoscere a fondo il dono spirituale che Dio gli ha fatto, invochi da Dio un custode per quel dono, oppure chieda che gli sia tolto!

Isacco chiama “mondo” “l'insieme delle passioni” contro le quali si combatte. La lotta contro il mondo quindi non deve essere intesa come lotta contro la realtà creata né contro gli uomini, ma contro il “vivere secondo la carne”. Allontanandosi dal mondo ci si può avvicinare a Dio, però Isacco precisa che lui intende parlare di migrazione: “Io non parlo di distacco dal corpo, ma dai suoi desideri”; per essere, “nel proprio pensiero, vuoti di mondo”. L'allontanamento dal mondo è possibile solo facendo leva sul “desiderio delle cose future” che quindi introduce all'unione con Dio; tuttavia, dice Isacco, vi sono alcuni casi in cui, per grazia, “il legame con Dio precede la liberazione dalla materia”.

1. L’ozio

L’ascesi è la madre della santità: da essa è generato il gusto della prima sensazione dei misteri divini, chiamata primo culmine della conoscenza dello Spirito.

Possiamo osservare come vi siano molte radici sepolte e nascoste sotto terra la cui esistenza durante l’estate, a causa della potenza del sole e la veemenza del caldo, è ignota a chiunque. Quando però arrivano su di esse alcune gocce di acqua e la potenza dello spirare dell’aria, immediatamente, ciascuna di esse inizia a mostrarsi da qualsiasi luogo in cui sia sepolta. Ugualmente, neppure tu ti accorgerai che è per la potenza del fervore nell'ascesi e per i raggi della grazia della quiete, che tu sei lasciato tranquillo dalle molte passioni. Se però verrai in presenza degli oggetti, allora tu vedrai come ciascuna di esse si leverà e alzerà il capo dal proprio luogo, e questo non appena sentono anche solo un po’ il profumo del riposo.

Quando un corpo debole è costretto a troppe fatiche, nell'anima si accumulano tenebre su tenebre ed essa è condotta ancor di più nel turbamento e nell'oscurità. Ma se un corpo solido, o di costituzione sana, si riduce all'ozio e se ne sta a riposo, nell'anima che lo abita si compiono tutti i mali. E se anche si rallegra molto nel bene, tuttavia dopo un po’ sarà spogliata anche di quell'intelligenza che si rallegra nel bene. Quando, invece, l’anima è ebbra della gioia della sua speranza e dell’esultanza in Dio, il corpo non è sensibile alle afflizioni, anche se è debole. Infatti porta un peso doppio e non è affaticato, come avviene a colui che si è appesantito. Il corpo allora, anche se ancora debole, si rallegra della delizia dell’anima, quando l’anima entra nella gioia dello Spirito.

2. Le abitudini e la negligenza

Amante delle fatiche non è colui che non ama i riposi del corpo, ma colui che non ama le consuetudini del corpo.

Temi le abitudini più dei nemici. Colui che nutre l’abitudine è come uno che nutre il fuoco. Ambedue hanno la misura della loro forza nella materia [di cui dispongono].

Quando la negligenza comincia a penetrare furtivamente nella tua anima e la fa tornare indietro nell'oscurità, e la casa sta per essere riempita di tenebra, questi sono gli indizi prossimi che tu sperimenterai segretamente in te stesso: [sentirai] di essere malato nella tua fede, di concupire le cose visibili, di avere una fiducia diminuita, di essere danneggiato dal tuo vicino; e ti [sentirai] tutto pieno di accuse, nella bocca e nel cuore, contro ogni uomo, e [contro] le cose e gli argomenti che incontri con i tuoi pensieri e con i tuoi sensi, e anche contro lo stesso Altissimo. Avrai paura di ciò che arreca danno al corpo, e per questo la pusillanimità dominerà sempre su di te; di tanto in tanto la tua anima sarà mossa dalla paura, al punto che sarai terrorizzato e sconvolto dalla tua stessa ombra113.

La fede, poi, cui qui io mi riferisco, non è il fondamento della confessione comune, ma quella forza intelligibile che, nella luce del pensiero, sostiene il cuore e, nella testimonianza della coscienza, muove nell'anima una grande fiducia in Dio.

3. La mormorazione

Ciò che conduce la grazia di Dio nell'uomo è un cuore mosso a un continuo rendimento di grazie. Ciò che introduce le tentazioni alla presenza dell’anima è il moto della mormorazione che si agita continuamente nel cuore. Dio pazienta in tutte le debolezze dell’uomo; ma non sopporta di non correggere colui che mormora continuamente.

Davanti a colui che è vanaglorioso e malato di invidia, parla con vigilanza; perché mentre tu parli, lui nel suo cuore interpreta le tue parole come gli piace. Anche se in te c’erano buone intenzioni, lui coglie l’occasione per fare inciampare gli altri; e le tue parole vengono stravolte nella sua intelligenza, diventando occasioni di malattie. Rendi scuro il tuo volto con colui che comincia a parlare114 dei suoi fratelli davanti a te. Così facendo sarai trovato vigilante sia da Dio sia da lui stesso.

4. L’ira

Il moto dell’ira che è nella natura non merita rimprovero quando si verifica in noi per la veemenza naturale, come la passione della fame e l’impulso del desiderio, che sono [originati] da [varie] cause. Infatti è la natura che da se stessa agisce in essi in modo veemente, e [questi impulsi] non sono soggetti a rimprovero per il loro moto. Così anche quello dell’ira non è biasimevole quando è mosso dalle cause [naturali] che lo destano in noi, ma lo è quando ce ne serviamo nelle azioni, o gli facciamo spazio in noi, [lasciando] che persista nell'intelligenza, nel rimuginare del pensiero.

Perciò noi non siamo meritevoli di rimprovero quando ci adiriamo, ma quando facciamo sì che ciò avvenga, indirizzando con veemenza una parola insensata al fine di offendere qualcuno; e merita rimprovero un gesto commesso per la veemenza, anche se sommamente buono, quando lo compiamo contro qualcuno per istigazione dell’ira.

La frequenza dell’ira, la sua facilità e la sua persistenza sono però segni di una grave malattia dell’anima.

In coloro che si preoccupano di se stessi [l’ira] diventa abituale a motivo dell’acedia e dell’afflizione dell’intelligenza, perché essi professano la loro rinuncia senza [preoccuparsi di] guarire le loro anime, senza essere solleciti nell'acquisire l’ampiezza di cuore nei loro dolori.115 Invece, in coloro che iniziano, essa [viene] dal grande amore per i desideri. E ancora c’è colui nel quale la passione dell’ira è eccitata dalla superbia e dall'amore della gloria.

5. La vanagloria

Il cane che lecca una lima, beve il suo proprio sangue e non si accorge del male che si fa, per la dolcezza che ne trae; [così] il monaco che acconsente a bere la vanagloria, succhia la propria vita, e non ha la sensazione del male che si fa, a motivo della dolcezza del momento.

La vanagloria quando è in una intelligenza corporale ci spinge verso la passione della lussuria, quando invece è in una intelligenza psichica fa crescere in noi la piaga della superbia. La prima [agisce] servendosi delle lodi del corpo, la seconda invece servendosi della virtù delle condotte, o della conoscenza.

6. Lo zelo

Un uomo zelante non raggiunge mai la pace del pensiero, e colui che è privo di pace è privo anche di gioia. Se infatti la pace del pensiero è detta essere la salute piena, lo zelo invece è l’opposto della pace. Colui che è mosso dallo zelo116 è dunque malato di una grande infermità. O uomo, mentre pensi di muovere il tuo zelo contro la malattia degli altri, tu invece espelli la salute dalla tua anima. Preoccupati innanzitutto della medicina per te stesso.

Se, tuttavia, desideri anche curare le infermità, sappi che coloro che sono infermi hanno bisogno di cura più che di rimprovero. Perciò, quando tu non aiuti gli altri, tu fai soffrire a te stesso una grande infermità. Infatti, lo zelo tra gli uomini non è contato come una varietà di sapienza, ma come una delle infermità dell’anima, cioè: ristrettezza di intelligenza e grande ignoranza.
Principio della sapienza divina è la tranquillità117 che si ottiene dalla magnanimità, e il portare le debolezze degli uomini. È detto infatti: “Voi forti portate il peso degli infermi”;118 e ancora: “Correggete il trasgressore con spirito umile”.119 L’Apostolo conta tra i frutti dello Spirito santo la pace e la pazienza.120

Sappi che se da te uscirà un fuoco che brucerà gli altri, alle tue mani sarà chiesto conto delle anime di tutti coloro che il fuoco avrà toccato.

Due sono le ragioni per cui un uomo può essere continuamente ricoperto di zelo contro la condotta degli altri: l’orgoglio e la stupidità. Al di fuori di queste due [ragioni] che muovono l’uomo allo zelo, quest’ultimo non si dà.

Vuoi tu conoscere l’uomo che ha il cuore scardinato? [Lo riconoscerai] dal suo molto parlare, dal turbamento dei suoi sensi, e dal fatto che in ogni cosa che si dice litiga per prevalere in essa. Ma colui che ha gustato la verità non litiga neppure per la verità. Colui che è ritenuto zelante verso gli uomini a motivo della verità, non ha ancora imparato la verità, quale essa è. Quando infatti la impara in verità, desiste anche dallo zelo per essa.

Il dono di Dio e la conoscenza di lui non sono motivo di turbolenza e di urla, ma il luogo dove abita lo Spirito è interamente pieno di pace, amore e umiltà; e questo è il segno della venuta dello Spirito: che colui nel quale egli ha preso dimora è perfetto in queste realtà. La verità è Dio!

7. Le acquisizioni spirituali

La virtù è causa di vita come anche di morte. È vita per coloro che sono diligenti, morte invece per coloro che sono dissoluti.

Per ogni virtù che è madre di una seconda [virtù], la prima scoperta che si fa a suo proposito è che, se non la si espelle velocemente da se stessi, diventa una vipera per l’anima di coloro che l’hanno trovata.121 

Se tu pratichi una buona virtù, ma non sperimenti il gusto del suo aiuto, non stupirti. Finché l’uomo non diventa umile, non riceve il salario del suo lavoro. La ricompensa non è data per il lavoro, ma per l’umiltà. Colui che manca la seconda, perde la prima...

Se hai lavorato bene davanti a Dio ed egli ti ha elargito un dono per la tua rettitudine davanti a lui, al fine di stimolarti ancor più e darti gioia nella tua fatica, imploralo o che ti dia la conoscenza, perché tu sappia quanto sia necessario essere umile; o che su quel [dono] sia stabilito un custode; oppure che ti sia ripreso, perché non sia [per te] causa di perdizione. Non è da tutti, infatti, custodire una ricchezza senza [riceverne] danno...

Sono molti coloro che sono stati eccelsi nelle loro condotte, si sono arricchiti dei doni di Dio, e sono stati onorati con la gratificazione di segni. Ma in seguito, questi stessi che prima erano stati onorati, sono cambiati e sono stati colpiti da Dio, perché non erano capaci di portare il fardello dei molti doni che avevano ricevuto, si erano insuperbiti ed erano stati rigettati da Dio come un abominio.

La virtù non consiste nelle molte e varie azioni manifeste del corpo, ma in un cuore reso sapiente dalla propria speranza, che unisce alle opere un retto fine.

8. In una parola: il mondo

Quando senti parlare di allontanamento dal mondo o di abbandono del mondo o di purezza dal mondo, innanzitutto ti è necessario apprendere e conoscere, non in modo superficiale, ma tramite i moti conoscitivi, cosa indica il nome “mondo” e di quante parti si compone questo nome. [Solo] allora potrai conoscere te stesso e quanto sei lontano o mescolato al mondo.

Se l’uomo non conosce prima cos'è il mondo, non saprà neppure con quante membra è lontano [dal mondo] oppure avvolto in esso. Molti sono coloro che, poiché si astengono dal mondo in due o tre cose, sono convinti di se stessi che, nei loro comportamenti, sono quasi del tutto fuori da esso. Questo perché non hanno compreso e percepito sapientemente che con uno o due membra sono morti al mondo, ma con il resto delle loro membra vivono nella realtà122 del mondo. E per questo non sono coscienti delle loro passioni e, non essendone coscienti, neppure si preoccupano di curarle.

“Mondo”, secondo una comprensione contemplativa, è un nome complesso atto a indicare l’insieme delle passioni. Quando vogliamo dire le passioni complessivamente, le diciamo “mondo”; quando invece [vogliamo indicarle] singolarmente, diciamo “passioni”, distinguendone i nomi.

Le passioni sono parti del corso normale del mondo e quando le passioni cessano, il mondo si ferma dal suo fluire... Quando queste [passioni] si arrestano dal [loro] corso, allora, correlativamente al loro fermarsi, il mondo cessa di esistere e si ferma. Così [avviene per] ciascuno dei santi i quali, mentre vivono, sono morti: vivono nel corpo, ma non vivono secondo la carne...

Insomma, questo è il mondo: comportarsi secondo il corpo e pensare secondo la carne. Perciò, anche il distacco da esso si conosce da ambedue queste cose: dalla trasformazione dei comportamenti e dal discernimento dei moti.

DISCEPOLO: Cos'è il mondo, come lo si conosce e in che modo può danneggiare colui che lo ama?

MAESTRO: Il mondo è una prostituta che, con il desiderio della sua bellezza, attira ad amarla colui che la vede. E colui che [anche] per poco sia stato posseduto dal suo amore, non può sfuggire alle sue mani finché non è spogliato anche della sua vita; allora, essendo [l’uomo] nudo di tutto, [il mondo] lo espelle da dentro la sua casa, per mezzo della morte. L’uomo allora comprende ciò.123

Non può avvicinarsi a Dio se non colui che si allontana dal mondo. Migrazione però: io non parlo di distacco dal corpo, ma dai suoi desideri.124

Questa è la virtù: essere, nel proprio pensiero, vuoti di mondo. Finché i sensi vanno dietro ai desideri, il cuore non può trovare riposo dalle loro suggestioni. E non si estinguono le passioni e non cessano i cattivi pensieri senza deserto e solitudine.

Finché l’anima non acquisisce l’ebbrezza della fede in Dio e non sperimenta le sue potenze, non può guarire la debolezza dei suoi sensi né può calpestare con potenza la materia visibile che fa da schermo a ciò che è all'interno e di cui non riesce a fare esperienza125.

La liberazione dalla materia precede, per la sua natura, il legame con Dio; ma, per l’economia della grazia, in alcuni avviene che il legame con Dio preceda la liberazione dalla materia. E così l’amore ricopre l’amore.

DISCEPOLO: Chi è luminoso nei [suoi] moti?

MAESTRO: Colui che è riuscito a comprendere l’amarezza nascosta all'interno della dolcezza del mondo, che trattiene la bocca dalla sua coppa per non berne, che cerca con solerzia la salvezza della sua vita, che non smette di correre fino al giorno della sua liberazione dal mondo e che controlla le porte dei suoi sensi perché non entri e abiti nel suo intimo l’amore del mondo, al punto da spogliarlo dei suoi tesori nascosti.

 

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Fonte: Isacco di Ninive, UN’UMILE SPERANZA, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose

 

 

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Note

113 Il greco aggiunge: “Infatti, ha nascosto la fede nell’incredulità”.

114 Greco: “Sparlare”.

115 Probabilmente qui Isacco si riferisce ai monaci, intendendo per “rinuncia” l’inizio della vita monastica. Tra le cause che suscitano in essi l’ira vi è innanzitutto la loro mancanza di sollecitudine nell’acquisire “ampiezza di cuore nei loro dolori”. Questa sottolineatura è interessante perché mostra la vita monastica, e ogni vita nello Spirito, come in tensione verso l’acquisizione di uno spazio interiore in cui poter portare il proprio dolore, senza gettarlo sugli altri sotto forma di ira.

116 Il greco specifica “zelo cattivo”, lasciando quindi intravedere la possibilità anche di uno zelo buono. Per Isacco, invece, è tale il rischio che lo zelo degeneri, che raramente fa uso del termine in accezione positiva.

117 Greco: “Indulgenza e mitezza”.

118 Rm 15,1.

119 Gal 6,1.

120 Cf. Gal 5,22.

121 Greco: “Ogni virtù è madre di una seconda [virtù]. Se dunque abbandoni la madre che ha generato le virtù e te ne vai alla ricerca delle figlie, prima di possedere la loro madre, quelle virtù si riveleranno essere vipere per l’anima. Se non le allontani da te velocemente, morirai”.

122 Letteralmente: “Corpo” (gusma).

123 Greco: “Quando [il mondo] lo spoglia di tutto e lo espelle dalla sua casa, nel giorno della sua morte, allora Tuono comprende che esso è un mentitore e un impostore”.

124 Greco: “Dalle cose del mondo”.

125 Nel verbo qui tradotto con “fare esperienza” c’è la stessa radice di “sensi”.

 
 
 

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