Il siriano ribelle

Coperto solo di un mantello di pelliccia come un tempo Giovanni Battista, incatenato alla roccia con una grossa catena, Simeone sulla sua montagna affrontava la calura estiva e il gelo invernale. E quando questo Antonio siriano alzava le braccia al cielo in perenne preghiera, una forza divina scendeva in lui.

simeone stilitaNel monastero di Teleda, in cima alle montagne della Siria, regnava nell'anno 412 l'armonia cristiana. Il merito era dell'abate: «Eliodoro il meraviglioso». Così chiamato soprattutto perché – proprio com'era nello spirito di san Pacomio – era diventato monaco già alla tenera e duttile età di tre anni. Nel monastero di Teleda il meraviglioso Eliodoro era diventato così santo, che una volta chiese a un ospite che cosa fosse «un maiale». Ogni tanto – disse – sentiva parlare di una creatura che portava quel nome, ma non riusciva a immaginarsela, perché nel monastero di Teleda non ce n'erano, e lui dall'età di tre anni non aveva più guardato al di là delle mura monastiche.

Probabilmente neanche gli altri ottanta monaci. Completamente dediti all'ideale della comunità totale, si alzavano tutti alla stessa ora. Cantavano tutti le stesse preghiere. Mangiavano le stesse verdure e gli stessi cereali. Digiunavano e facevano penitenza tutti quanti con la stessa umiltà. Sotto la meravigliosa guida dell'abate Eliodoro, gli ottanta monaci di Teleda erano tutti ugualmente santi.

Erano davvero tutti santi allo stesso modo, nel monastero di Teleda? Molto tempo prima che qualcuno ne parli, nelle sante comunità o, come diremmo oggi, nelle comunità «politicamente corrette», tutti sentono lo stesso disagio. Così anche nel monastero di Teleda. Nessuno ne aveva ancora parlato, ma tutti avevano la stessa sensazione: «In fratello Simeone c'è qualcosa che non va».

Voler descrivere oggi l'atmosfera di santa «correctness» di un antico monastero di montagna può sembrare audace. Ma abbiamo un testimone «di raro valore» (Hans Lietzmann). Si tratta di Teodoreto di Ciro, vescovo siriano e al tempo stesso intellettuale di formazione greca e quindi di insaziabile curiosità. Un cronista della realtà religiosa del suo tempo. Ovunque nella Siria del V secolo ci fosse odore di santità, Teodoreto vi si precipitava per metterci personalmente il naso. Fu lui, ospite nel monastero di Teleda, a carpire all'abate Eliodoro quella significativa osservazione sui maiali. Tenne delle vere e proprie interviste anche agli altri monaci, ripetendo sempre la stessa domanda: che cosa non va in fratello Simeone?

Avevano cominciato a notare qualcosa durante i pasti: Pacomio aveva ordinato che tutti i monaci mangiassero con il cappuccio calato sulla fronte affinché non invidiassero al vicino neppure un boccone. Nel monastero di Teleda si accorsero che fratello Simeone calava il cappuccio stranamente in basso. Perché? Forse Simeone portava via di nascosto il cibo ai suoi confratelli? Colti dallo stesso sospetto, ottanta monaci sbirciarono dalla parte di fratello Simeone.

Quello che scoprirono era sconvolgente: fratello Simeone non portava via il cibo a nessuno. Calato sotto il suo cappuccio, faceva qualcosa di molto peggio: Simeone mangiava meno.

Non serve avere esperienza di monasteri per capire come fosse tesa ora la situazione a Teleda. È così in qualunque ufficio: se qualche impiegato non è bravo come gli altri, non è una tragedia. I colleghi sorridono di lui, gli danno dei consigli. Ma la situazione diventa critica se si vuole essere migliori degli altri. Era questo il brutto, in fratello Simeone: che voleva essere migliore degli altri. Migliore nell'ascesi.

Non a caso nel frattempo l'Occidente latino aveva tradotto la parola «asketés» con «athleta Domini»: «campione di Dio». Cos'è un campione senza gara?

Lo scandalo arrivò con la quaresima. In questo periodo il meraviglioso Eliodoro mangiava solo ogni due giorni. Gli altri ottanta monaci facevano lo stesso. Ma alla fine della prima settimana di quaresima corsero tutti agitati dall'abate Eliodoro: «Fratello Simeone non mangia niente già da sette giorni».

L'abate fece a Simeone una ramanzina incentrata, secondo le indagini di Teodoreto, sul concetto di «hypèr dýnamin». Chi lo traduca con «iperdinamico» non sbaglia del tutto. Una comunità è santa – avrebbe detto Eliodoro – solo se tutti quanti sono santi. Questo però presuppone che tutti «la pensino allo stesso modo e agiscano allo stesso modo». Presuppone soprattutto che non si faccia niente di «hypèr dýnamin», cioè che vada «al di là delle forze» altrui. Il digiuno iperdinamico di Simeone – dice Eliodoro – nuoce alla comunità e quindi è un'«ataxia», un disordine grave e peccaminoso.

Nel fissare regole, il siriano Eliodoro era severo quanto l'egiziano Pacomio. Nel punire invece era longanime. Continuò a rimproverare Simeone come un padre. La sua pazienza non sembrava affatto esaurita, quando accadde qualcosa di atroce.

Un fratello aveva visto del sangue scendere lungo la veste di Simeone. Un rivoletto sottile, ma continuo. Immediatamente diede l'allarme all'abate. Questi fece prendere fratello Simeone. Davanti agli occhi di tutti gli ordinò di togliersi la veste. Simeone rifiutò. Allora l'abate ordinò ai frati che stavano intorno di spogliare con la forza il monaco recalcitrante.

Da ottanta bocche uscì un mormorio di orrore: da solo e di nascosto Simeone si era intrecciato intorno ai fianchi una cintura. Una cintura da asceta, fatta di foglie di palma taglienti come rasoi. Il minimo movimento doveva procurare dolori infernali. Dalle ulcere usciva il sangue.
Immediatamente l'abate Eliodoro ordinò a fratello Simeone di togliersi quello strumento di martirio illecito e irragionevole. Di nuovo Simeone scosse la testa: «Non sento alcun dolore».

Per questi casi di «ataxia» ostinata e continua l'abate Eliodoro aveva escogitato una nuova punizione, che paragonata ai vecchi metodi grossolani di Pacomio aveva il doppio vantaggio di essere molto più efficace e al tempo stesso molto più cristiana: la cacciata dal monastero con successiva grazia.

Sospirando l'abate ordinò di rimettere addosso a fratello Simeone la tunica e la veste. Poi accompagnò l'incorreggibile monaco alla porta del monastero, salutandolo con un sorriso muto, ma più eloquente delle parole: «Arrivederci, fratello Simeone, e auguri là fuori nel mondo!».

Il resto era routine. Nel monastero di Teleda lo sapevano tutti: nel giro di due o tre giorni alla porta del monastero sarebbe ricomparso il povero fratello pentito, tutto curvo e in lacrime.

Passò la sera e arrivò la mattina del primo giorno. Passò la sera e arrivò la mattina del secondo giorno. Passò la sera e arrivò la mattina del terzo giorno. Passò la sera e arrivò la mattina del quarto giorno. Ma quando, passata la sera del quarto giorno, arrivò la mattina del quinto, l'abate Eliodoro si fece portare una scala. Per la prima volta dall'età di tre anni diede un'occhiata oltre le mura del monastero. Ma fin dove arrivava il suo meraviglioso sguardo, Eliodoro non vide maiali.

A quel punto l'abate perse la calma. Spedì i suoi ottanta monaci a perlustrare tutti i pascoli intorno a Teleda alla ricerca di quell'unica pecorella smarrita (Matteo 18,12).

Lo stesso Simeone era stato pastore di pecore prima di entrare in monastero, all'età di tredici anni. E ora furono proprio dei pastori di pecore a indicare ai monaci di Teleda, sconvolti, le tracce che portavano al loro confratello cacciato dal monastero. Prima ancora di vederlo, i monaci lo sentirono cantare.

Teodoreto descrive la scena così come l'avrebbe rappresentata Barlach: Simeone, il fratello cacciato dal monastero, era seduto in fondo a un pozzo asciutto e cantava. E cantando gridava dalla gioia: «Venite, applaudiamo il Signore!» (Salmo 95,1).

E come accade di solito quando qualcuno canta, intorno al pozzo c'erano tutti i pastori in atteggiamento di approvazione. Al monaco scacciato non mancava niente. Fratello Simeone urlava di gioia.

L'abate Eliodoro ordinò subito di mettere fine allo scandaloso spettacolo, di tirar su Simeone dal pozzo con una corda, a qualunque costo, e di riportare manu militari nell'unica vera comunità il condonato a forza. L'operazione, racconta Teodoreto, fu difficile. Perché Simeone si opponeva o perché il popolo di pastori che gli stava intorno non voleva restituire così presto il nuovo e divertente santo del pozzo? «Salire», commenta filosoficamente Teodoreto, «non è così facile come scendere».

Pochi giorni dopo, quando Simeone l'incorreggibile lasciò per la seconda volta il monastero di Teleda, era tutto diverso. All'alba, senza essere visto, oggi diremmo «in mutuo consenso», il giovane siriano, all'età di ventitré anni, fece il passo definitivo fuori dalle mura monastiche. Fuori, per vivere una vita da monaco «deregolato», cioè da «monachus», di nuovo nel senso vero, originario del termine. Da cristiano «solitario» come Antonio.

Dal monastero di Teleda salì sulle colline fino a una montagna ai cui piedi sorge il paese di Telenissa. Vicino al paese, ma un po' fuori, come Antonio agli inizi, Simeone si costruì – così scrive Teodoreto – un «mikros oikiskos», una «minuscola casetta». Questa microcella di sua fabbricazione era di argilla. Sul retro era sprangata da una porticina, sul davanti aveva un piccolo passavivande dalla sinuosa forma a chiocciola, perché gli ammiratori potessero passargli il cibo, ma i curiosi non potessero vederlo. Per tre anni intorno all'asceta Simeone ci fu un silenzio incredibile.

Poi, all'improvviso, l'annuncio sensazionale. Rafforzato da tre anni di silenzio e di preghiera, Simeone annunciò al paese stupefatto di avere finalmente deciso di compiere una «áskesis» che nessuno prima di lui aveva mai compiuto. Nessuno, tranne Mosè ed Elia. Per quaranta giorni non avrebbe mangiato un solo boccone, né bevuto una sola goccia. E perché tutti potessero convincersi con i propri occhi che non si trattava di un pio imbroglio, ma di un vero primato ascetico, pregava i cari abitanti di Telenissa di murare ermeticamente la sua microcella.

Lo scalpore fu grande. Troppo grande, pensò l'arciprete Basso, alla cui parrocchia apparteneva il villaggio, e a fatica si aprì un varco tra la folla verso l'alloggio di Simeone. Di fronte alla comunità riunita fece una ramanzina all'asceta invisibile attraverso la chiocciola passavivande. La predica, com'era prevedibile, parlava di «hypèr dýnamin» e «ataxia». Quando vide che Simeone non replicava una sola parola, Basso fu preso da sacro furore. Dio stesso – disse a Simeone – è il creatore del corpo umano. Digiunare fino alla morte – continuò l'arciprete – era un suicidio e quindi non era un'eroica impresa ascetica, ma, al contrario, «il peggiore e il primo di tutti i delitti».

Dall'oscurità dell'alloggio, dopo un breve silenzio, arrivò una risposta sorprendentemente umile: «Ma padre, prima che mi muriate, mettetemi pure nella cella dieci pani e anche una brocca d'acqua. Se poi mi accorgo che il corpo ne ha bisogno, li userò».

Così a Telenissa cominciò la più emozionante di tutte le quaresime. Trattenendo il fiato, bambini, donne e uomini accostavano l'orecchio alla casetta di Simeone. Inizialmente all'interno si udiva di tanto in tanto un fievole rumore. Poi nient'altro che il silenzio. Quaranta giorni dopo, quando l'arciprete Basso afferrò la zappa, un silenzio di morte regnava su Telenissa. Davanti agli occhi di tutti Basso diede un colpo alla porticina d'argilla della cella ed entrò carponi.

I dieci pani erano lì. Intatti. Intatta anche la brocca d'acqua. Lì accanto, steso a terra immobile, Simeone. Basso lo chiamò per nome. Le labbra di Simeone non si mossero.

Immediatamente padre Basso cominciò a rianimarlo. Per prima cosa si fece passare una spugna e pulì la bocca di Simeone. Inutile. Poi l'idea salvifica: per tre anni lo avevano pur nutrito, gridò l'arciprete agli abitanti. C'era qualcosa che a Simeone piacesse particolarmente? Come da una sola bocca echeggiò la risposta: «Lattuga cappuccina e indivia!».

Lattuga cappuccina e indivia: il piatto preferito dagli asceti. «Simeone li mandò giù così, senza masticarli», racconta Teodoreto. L'arciprete Basso, però, tenne una trionfale predica pasquale sul nuovo Mosè, il nuovo Elia nato in quel paese della sua parrocchia: «Ma tu, Telenissa, non sei certo il più miserabile di tutti i paesi della Siria […]» (vedi Michea 5,1).

Un'occasione unica per Telenissa. «Infatti, quando la fama di Simeone si diffuse dappertutto», scrive il testimone Teodoreto, «accorse l'intera popolazione, non solo i vicini, ma anche chi abitava a parecchi giorni di viaggio». A Deir Samaan – così si chiama oggi il villaggio di Telenissa – sono ancora sparpagliate qua e là nel paesaggio carsico le imponenti rovine di numerosi alberghi della tarda antichità. Telenissa conobbe un boom.

E poi la tragica notizia. Simeone – dicevano – voleva andarsene di nuovo. Via dall'indicibile baccano intorno al suo eremo ai margini del paese di Telenissa. Simeone voleva andarsene, proprio come un tempo Antonio se n'era andato dal suo primo eremo ai margini di un villaggio egiziano. Simeone voleva andarsene lontano, da solo, come un novello Antonio, nel deserto.

Quello che non riuscì alle contadine di Telenissa con razioni extra di lattuga cappuccina e di indivia, riuscì a un prete di nome Daniele che abitava lì vicino: fece cambiare idea a Simeone. Con un argomento seducente: per rimanere solo con Dio come Antonio, Simeone non aveva affatto bisogno di andare nel deserto di sabbia. La montagna brulla sopra Telenissa era altrettanto adatta. Forse era addirittura migliore. Starsene soli soletti lassù sulla montagna, con qualsiasi tempo, non sarebbe stata una prestazione ascetica più grande della vita contemplativa e ritirata di Antonio nella sua grotta? E indicò la montagna che da allora in poi nei racconti dell'epoca viene indicata solo come «la famosa montagna». Si tratta della «rocca di Simeone» («Quala'at Samaan»), che oggi nei fine settimana richiama da Aleppo e dal Libano colonne di macchine di gitanti cristiani, a cui si mescolano in un groviglio multiculturale le pellegrine e i pellegrini dei «Viaggi Biblici Stoccarda». Tutti godono il panorama sconfinato che Simeone godette per primo. Giù in basso, sotto di lui, il brulichio della folla. Sopra di lui, nient'altro che il cielo. Nel suo secondo eremo, sulla montagna di Telenissa, Simeone era solo con Dio.

Per quanto tempo? Non più di Antonio nel suo secondo eremo presso Pispir. Sino all'Asia minore, all'Arabia addirittura, si diffuse la notizia che sulla «famosa montagna» di Telanissos, nome greco di Telenissa – perché nel frattempo il villaggio era diventato famoso anche in Grecia – c'era uno tutto da solo. Si trattava di un anacoreta che conduceva una vita ancora più rigida dei padri del deserto egiziani. Questo novello Antonio non aveva più neppure un «mikros oikiskos», neppure una grotta. Coperto solo di un mantello di pelliccia come un tempo Giovanni Battista, incatenato alla roccia con una grossa catena, Simeone sulla sua montagna affrontava la calura estiva e il gelo invernale. E quando questo Antonio siriano alzava le braccia al cielo in perenne preghiera, una forza divina scendeva in lui. Chi toccava la sua veste miracolosa era immediatamente risanato da qualunque malattia.

Quando Teodoreto, il cronista del vescovo, volle andare di persona a vedere cosa succedesse nel nuovo «eremo alto» di Simeone, si trovò, a quanto riferisce lui stesso, «in grave pericolo». Simeone urlò alla folla che lo circondava che stava arrivando uno più importante di lui, un vescovo, e che dovevano corrergli incontro perché l'alto prelato avrebbe saputo benedirli meglio di lui. «Allora», scrive Teodoreto, «tutti si accalcarono intorno a me. Gli uni mi schiacciavano dal davanti, gli altri da dietro, altri ancora dai fianchi, e quelli che erano più lontani salivano sui più vicini per tendere le mani verso di me. Alcuni mi tiravano per la barba, altri per i vestiti. Se il santo non l'avesse dispersa urlando a gran voce, quella folla di fanatici mi avrebbe soffocato».

Nel frattempo si era sparsa la voce che toccare Simeone faceva particolarmente bene per i reumatismi. Ma toccarlo non bastava. Solo chi possedeva un capello dell'eremita sarebbe stato immune dai reumatismi per sempre.

Simeone, disperato, si procurò dei cani. Per difendersi costruì un muro intorno alla sua postazione sulla vetta. Ma dopo un pellegrinaggio così lungo, chi è disposto a tornarsene a casa senza avere almeno strappato all'eremita un capello miracoloso? La pia massa dei pellegrini sfondava semplicemente il muro.

«Il discepolo non è da più del maestro» (Matteo 10,24). Come Antonio aveva dovuto fuggire alla folla dei suoi ammiratori, e fuggire ancora dal secondo eremo nel terzo, a Simeone ora non rimaneva altro che fuggire anche dal suo secondo eremo.

Sì, ma dove?

Ovunque volgesse lo sguardo, su tutti i pendii intorno al suo eremo in cima alla montagna, Simeone vedeva schiere interminabili di pellegrini. Non poteva fuggire né avanti, né indietro, né verso sinistra, né verso destra e neppure lontano. Era già così famoso in tutto l'Oriente, che cristiani e pagani insieme lo avrebbero cercato e scovato dappertutto, persino nel più profondo deserto. Se voleva trovare una pace duratura da «quell'ammirazione e da quel fastidio assurdi» – così si esprime Simeone parlando con Teodoreto – per lui c'era solo una possibilità: la fuga verso l'alto. Ma come può fuggire verso l'alto uno che si trova già sulla cima di un monte?

«Così», scrive Teodoreto, «gli venne l'idea di salire su una colonna».

La prima colonna di Simeone era alta solo tre metri. Ma «l'ammirazione e il fastidio assurdi» finirono. Nessuno poteva più toccare l'eremita con facilità. Eppure la folla dei pellegrini era entusiasta. Nessuno, infatti, aveva più bisogno di calpestare gli altri per intravedere l'uomo di Dio: ora potevano vederlo tutti senza fatica e ammirarlo a distanza, il novello Antonio di Siria. Sì, ma tre metri sono abbastanza per un «athleta Domini»?

«Altius!» La famosa montagna di Telenissa si trasformò per anni in un cantiere permanente. Secondo la Vita siriaca, la seconda colonna di Simeone era alta sei metri, la terza nove metri, la quarta ben undici metri. Grazie a un audace tubo a caduta lungo la colonna, un accorgimento tecnicamente molto avanzato per l'epoca, fu risolto addirittura lo scabroso problema di smaltire i resti terreni dell'asceta.

Ma undici metri sono abbastanza per uno come Simeone? Quindici metri sembrarono anche a lui l'altezza giusta. Ma qui per la prima volta si presentarono dei problemi statici. I nuovi tamburi della colonna andarono a pezzi l'uno dopo l'altro. I muratori, disperati, andarono da Simeone per chiedergli se avesse ancora senso andare avanti. «Fate la colonna non di quindici metri», fu la risposta di Simeone, «ma di venti».

Nella vita della maggior parte dei santi esiste un qualcosa che assomiglia al momento dell'appagamento. Dopo lunghi anni di oscuro tormento, di penosi insuccessi e di contraddittori esperimenti, tutto all'improvviso si armonizza felicemente, come disposto dalla provvidenza. Tutto va bene. E tutto andava bene nella vita di Simeone Stilita, non appena si ritrovò sulla sua colonna alta venti metri.

Giù in basso sotto di lui, a perdita d'occhio, una marea immensa di uomini. «Sulla montagna di Simeone non si affollano solo cittadini del nostro paese», scrive Teodoreto, «ma anche arabi, persiani, armeni, sottomessi dai persiani, e poi omeriti e popolazioni che provengono da lontano, dal cuore dell'Asia. Molti arrivano anche dal margine occidentale del mondo, come gli spagnoli, i britanni e i galli. Dell'Italia non occorre parlare». «Lo stilita siriano era così famoso nella lontana Roma, che la sua effigie era appesa come protezione e benedizione nelle botteghe e nei negozi dei parrucchieri, nelle locande e nelle osterie. Moltissime case avevano un mini-Simeone su una mini-colonna, portato come ricordo da Telenissa a benedizione della famiglia.

Visibile a tutti lassù sulla sua colonna, Simeone era il «tele-santo» dell'antico «world village». Ma nello stesso tempo era un «monachus» nel senso originario del grande Antonio. Come Antonio nella sua grotta sul Mar Rosso, anche Simeone sulla sua colonna alta venti metri era completamente solo con Dio.

La scomunica lo colse di sorpresa. Sulla montagna di Telenissa arrivò in pellegrinaggio da Nitria una delegazione di eremiti scuri in volto. A nome di tutti i padri del deserto egiziano intimarono a Simeone di scendere subito dalla sua colonna. A conferma di quanto detto, lessero ad alta voce una lettera formale di scomunica. E alla scomunica aggiunsero una minaccia: se Simeone non avesse desistito subito dal suo «insolito comportamento» e non fosse ritornato alla sperimentata vita ritirata e alla modestia di tutti gli eremiti, essi, i padri del deserto egiziano, lo avrebbero «tirato giù con la forza» dalla sua colonna siriana.

Non è chiaro come sia andata a finire questa prova di forza. Evagrio Scolastico la racconta in un modo, Suida in un altro e Tedoro Lettore in un altro ancora. È probabile che solo una volta arrivati sulla famosa montagna i delegati del deserto egiziano si siano resi conto di quanto fosse immenso il pubblico dello stilita e di come non avessero alcuna possibilità di imporre le norme egiziane dei padri del deserto nel nord della Siria, vista la grande distanza – grande per l'epoca – tra i due paesi. Così gli egiziani fecero dietrofront.

Per Simeone fu un bene che se ne andassero così presto. Altrimenti avrebbero trovato con facilità degli alleati. Se l'entusiasmo del popolo siriano per Simeone era immenso, netto era invece il rifiuto delle persone colte, sia cristiane sia pagane. Teodoreto le chiama in greco «mempsímoiroi». In italiano: «prefiche».

La classe colta dominante! Dall'antichità non è cambiata affatto. Le antiche «prefiche», con le loro lamentele sulla scandalosa colonna di Simeone, si differenziano ben poco dalla mentalità dell'odierna classe colta dominante. Il lamento senza tempo della cultura suona così: «È mai possibile tutto questo?».

È possibile, risponde in modo assolutamente sorprendente il vescovo Teodoreto di Ciro. Perché Dio è diverso dai «mempsímoiroi». «Dio», dice Teodoreto, «ama i fenomeni sbalorditivi». Il mondo intero non è altro che «phantasía» di Dio. Idea fantastica di Dio. Ecco perché, anche negli uomini, a Dio piacciono gli spettacoli forti e senza freni. «Chi non si meraviglia al vedere un uomo che va in giro nudo?». Ma al profeta Isaia pare che Dio avesse ordinato proprio questo. «E Isaia fece così, andando spoglio e scalzo» (Isaia 20,2). Al profeta Osea avrebbe invece ordinato un'altra cosa: «Va', prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione!» (Osea 1,2). E come non temeva gli scandali, Dio non temeva neppure «gli spettacoli bizzarri». Altrimenti – scrive Teodoreto di Ciro, anch'egli uomo molto colto, ma traditore della sua classe – perché avrebbe ordinato al profeta Ezechiele di prendere una spada «affilata come un rasoio» e di attirare l'attenzione radendosi i capelli (Ezechiele 5,1)?

E poi in pellegrinaggio alla montagna di Simeone arrivò lei, la traditrice della sua classe: l'imperatrice Eudocia. Paragonabile per la personalità all'indimenticabile regina Elisabetta del Belgio, Eudocia era il terrore della corte di Bisanzio. La sua passione era quella di riscrivere l'intera Bibbia in versi omerici: «Celebrami, o Musa, l'eroe!». Pari all'entusiasmo per Omero era l'entusiasmo di Eudocia per il nuovo eroe stilita sulla montagna di Antiochia. Le sarebbe piaciuto moltissimo portarselo in trionfo a Bisanzio, insieme alla sua colonna.

Più cauto era l'imperatore Marciano (quello del concilio di Calcedonia). Anche lui a Costantinopoli fremeva dalla curiosità. Tuttavia, per paura della classe colta regnante, preferì confondersi con la massa di entusiasti ai piedi di Simeone – così racconta Teodoro Lettore – «en schémati idiotou», cioè «camuffato da persona qualunque».

Tutti i testimoni sottolineano la cordialità di Simeone verso i pellegrini suoi pari, cioè verso i pastori e i contadini. Una volta però fu tanto duro da offendere. Fu quando la sua famiglia lo andò a trovare. Simeone respinse la madre bruscamente come Gesù aveva respinto Maria alle nozze di Cana: «Che ho a che fare con te, o donna?» (Giovanni 2,4). Non c'è seguace di Cristo senza rottura con la famiglia. E come per Gesù, anche per Simeone ci fu la rottura con la madre.

Tutta la sua gentilezza era invece rivolta a santa Genoveffa a Parigi. In questo senso gli tornava utile il vivace rapporto commerciale fra Gallia e Siria. «Dal momento che andavano avanti e indietro» – si dice in una cronaca gallica – i commercianti dovevano sempre riferire a Simeone le ultime novità su Genoveffa. E ogni volta il grande asceta dell'Oriente mandava i suoi saluti alla grande asceta dell'Occidente, «veneratione profusa», cioè «con profonda venerazione».

Con l'andar del tempo, nella tanto criticata «ataxia» sul monte di Simeone la giornata finì con l'essere scandita ordinatamente. Già alle prime ore del mattino la gente usciva dalle locande e affluiva alla vetta per osservare meravigliata l'anacoreta che sulla sua colonna si inchinava profondamente all'Altissimo. Con ritmica cadenza. Teodoreto scrive che uno dei suoi accompagnatori aveva cercato di contare gli inchini mattutini di Simeone ed era arrivato «a 1244», «poi si era stancato e aveva smesso di contare». Lo stesso Teodoreto considera questo esercizio particolarmente ascetico e quindi particolarmente salutare: «Così la schiena conserva la sua elasticità».

Solo all'ora nona, cioè verso le tre del pomeriggio, la folla era al culmine. Allora Simeone teneva la sua predica. Il tema preferito era il denaro.
La Siria – predicava Simeone Stilita – non uscirà mai dalla crisi economica se non ci saranno dei cambiamenti fondamentali nella politica del denaro. A tal fine, dalla sua colonna chiedeva pene severe per coloro che possedevano denaro ma non lo davano in prestito. Inoltre anche i tassi d'interesse erano troppo alti. Erano l'equivalente del dodici per cento di oggi. Per entrambe le parti – dice Simeone – sarebbe stato invece giusto un interesse del sei per cento. Il popolo ascoltava con attenzione crescente. Lo sapevano tutti: subito dopo la predica sarebbero cominciati i miracoli.

Simeone faceva miracoli incredibili. Gli stessi miracoli di Gesù. Teodoreto dice di averli visti con i suoi occhi. Ma evita di riferirli, «per paura che ai posteri tutto il suo resoconto sembrasse una mistificazione priva di ogni verità».

Nessun miracolo, dunque, per noi «posteri»? Poi però, grazie a Dio, lo scrittore siriano si fa prendere la mano dalla solita voglia di raccontare. Ma il miracolo che Teodoreto racconta con così tanto piacere incontrerà la clemenza della severissima genia delle pedagoghe e dei pedagoghi confessionali?

Anche in Siria, come in Egitto, il cristianesimo sin dalle origini ha affascinato molto di più le donne degli uomini. Ora però nel flusso di pellegrini sotto la colonna di Simeone si moltiplicavano gli uomini. Uomini che, come scrive Teodoreto, «volevano diventare padri. Non avendo potuto appagare il loro desiderio di paternità per via naturale, provavano con Simeone».

Un'infinità di uomini fissavano pieni di speranza quella colonna di venti metri, robusta e dritta come un fuso. «E non appena la loro supplica veniva esaudita, tornavano a casa contenti, rendevano noto il miracolo che avevano ricevuto e spedivano da Simeone altre schiere di uomini con lo stesso desiderio».

Improvvisamente capiamo perché l'imperatore Marciano sia andato a pregare in incognito sotto la colonna di Simeone. Per chi si vergognava troppo ad andare in pellegrinaggio di persona alla colonna miracolosa di Telenissa c'era il prodigioso «balsamo di Simeone», benedetto dal santo stesso e venduto dai mulattieri nelle più lontane steppe dell'Asia. Sembra che quel balsamo abbia aiutato persino il più cattivo di tutti i pagani, il re di Persia. La regina degli ismailiti arrivò addirittura di persona in pellegrinaggio da Simeone, portando fra le braccia l'erede tanto atteso, avuto grazie al balsamo del santo: «Questo fanciullo è dono tuo. Fra le lacrime io ho seminato con le mie preghiere. Tu però, con la tua intercessione, hai provocato la pioggia della grazia di Dio e hai fatto germogliare il seme».

Dopo i miracoli, nel tardo pomeriggio arrivavano le profezie. Pioverà o no? In una terra come la Siria, questa è una questione cruciale per i contadini. A Simeone, lassù sulla sua colonna, bastava soltanto alzare in aria il dito per stabilire con precisione da quale parte soffiasse il vento. Siccità, carestie, sciami di cavallette, Simeone annunciava tutto con esattezza. «A me», aggiunge Teodoreto, «predisse che un mio nemico personale sarebbe morto dopo quindici giorni; e infatti morì, e così la profezia fu confermata».

Dopo le profezie, le sentenze. Simeone non agiva da giudice terreno, ma assumeva il ruolo sorprendentemente moderno di mediatore per tutti quelli che non avevano fiducia nei giudici terreni. Da lontano arrivavano persino popoli pagani per riappacificarsi fra loro attraverso l'arbitrato di Simeone dalla sua colonna. Paternamente ammoniti da lui, tutti «rinunciano alle orge di Afrodite». E dal momento che lo stilita era ovviamente vegetariano, rinunciano per amor suo, se non a tutta la carne, almeno «alla carne di asino selvatico e di cammello». Quando poi all'imbrunire le tribù convertite e riconciliate cadono l'una nelle braccia dell'altra, Simeone in silenzio alza le braccia al cielo e rimane fermo nell'estasi della preghiera sino a notte fonda.

Questo era il programma giornaliero. Per la quaresima veniva sospeso e ogni anno si ripeteva daccapo quel miracolo dei quaranta giorni di digiuno totale, che un tempo aveva reso famoso lo sconosciuto eremita quando si trovava nella sua microcasetta giù a Telenissa. Lassù sulla sua colonna, visibile a tutti, controllabile da tutti, Simeone ripeté per vent'anni questo primato ascetico.

I primi giorni di digiuno soleva passarli in piedi. Quando poi cominciava a girargli la testa, continuava a pregare da seduto. Negli ultimi giorni era costretto a sdraiarsi sulla piattaforma della colonna. Finché il quarantesimo giorno l'arciprete Basso, figura a noi già nota, si arrampicava su una scala oscillante portando un cesto con gli sperimentati cibi per rianimare Simeone: indivia e lattuga cappuccina.

Sotto la colonna, nello sterminato esercito di pellegrini, parecchi non resistevano alla fatica nervosa di quei quaranta giorni. Specialmente negli ultimi giorni, quando Simeone si sdraiava e da sotto non si vedevano altro che i suoi piedi allungati e immobili. E se il santo fosse morto per il digiuno, senza che nessuno se ne accorgesse?

Allora Simeone prese un provvedimento pratico. All'inizio della quaresima faceva conficcare un palo nel foro dell'incavigliatura in mezzo alla colonna e vi si faceva legare saldamente in posizione eretta. In questo modo tutti quelli che si preoccupavano per la sua vita potevano vederlo fino all'ultimo giorno. Anche le malelingue tacquero. Credenti o non credenti, tutti per quaranta giorni potevano vedere che non beveva una sola goccia né mangiava una sola briciola.

«Áskesis» significa «training», ed è stato detto spesso che all'inizio, come tutti gli esercizi, è difficile e alla fine facile. Più Simeone si allenava sulla sua colonna al digiuno di quaranta giorni, più gli riusciva facile. Finché alla fine si sentì capace di una prestazione suprema. Fece tirare di nuovo giù il palo al quale veniva legato, davanti al mondo stupefatto si mise in piedi sulla sua colonna senza essere legato e annunciò che per tutta la durata del digiuno non si sarebbe né seduto né sdraiato. Così il vecchio Simeone rimase in piedi per quaranta giorni a guardare il cielo senza muoversi, senza mangiare, senza bere, esposto a tutte le intemperie.

Sotto, fra la massa dei pellegrini, un uomo di Ravenna perse la calma: «Ma sei un uomo», gridò su verso la colonna, «o un essere senza corpo?». Simeone fece segno di mettere la scala e di far salire l'uomo fino a lui. Gli mostrò i piedi. Erano «corrosi da orribili piaghe». Gli mostrò gli occhi. Nella luce infuocata del sole in cima alla colonna gli occhi si erano così infiammati che Simeone era diventato cieco.

Simeone aveva settantanni, quando nell'estate del 459 una strana inquietudine percorse la Siria, anzi, tutta la cristianità. Nel caldo infuocato dell'estate la folla dei pellegrini aumentava di giorno in giorno. Un'infinità di uomini, si dice nella Vita siriaca, erano spinti dallo stesso presagio angoscioso. Come se «tutta la terra» fosse spinta dal desiderio «di rendere onore a Simeone prima che morisse».

Ma Simeone non ci badava più. Ora trascorreva spesso molti giorni in preghiera, senza predicare, senza benedire i pellegrini. Così nessuno si scandalizzò quando, alla fine di agosto del 459, un venerdì, Simeone si appoggiò alla ringhiera della sua colonna e rimase fermo immobile. Non si mosse neppure il sabato. Finalmente alla domenica il suo discepolo Antonio, senza averne l'ordine, osò appoggiare la scala alla colonna e salire. Ecco il suo racconto: «Benché di solito parlasse volentieri con me, non mi rispose. Allora mi venne il sospetto che fosse morto. Ma non ero sicuro e avevo anche paura ad avvicinarmi troppo. Alla fine mi feci coraggio. "Kyrie", gli dissi, "perché non parli con me e non dici la preghiera come al solito? Il popolo aspetta che tu lo benedica. È già il terzo giorno" Rimasi così per un'ora. Poi gli dissi: "Kyrie, non vuoi rispondermi?" Allungai la mano e gliela passai sulla barba. Allora sentii che il corpo cedette. E vidi che era morto».

Sulla sua colonna, circondato da un «pélagos anthropon», un vero e proprio «mare di gente», Simeone, come un tempo Antonio, era morto solo e senza che nessuno se ne accorgesse.

 

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Fonte: Hans Conrad Zander, Quando la religione non era ancora noiosa – Eremiti, asceti, stiliti: le incredibili avventure e le divertenti imprese dei padri del deserto, Garzanti, 2015.

 

 

 

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