Prologo
– Cosa rimane nell'anima di un sacerdote quando le luci della chiesa si spengono, i fedeli se ne sono andati e il silenzio cala dopo l'ultimo «Amìn»? In questa riflessione straordinariamente intima e profonda, il sacerdote Leonid Bartkov ci apre le porte del suo cuore, svelandoci l'essenza stessa della vocazione sacerdotale. Non una professione, ma un'esistenza vissuta "in mezzo": tra Dio e l'uomo, tra il Cielo simboleggiato dall'altare e la terra rappresentata dalla navata. Con una prosa poetica e un'onestà disarmante, l'autore ci guida attraverso i misteri che un sacerdote è chiamato a custodire: il dramma della confessione, dove egli non è giudice ma testimone e condotto trasparente del perdono di Cristo; il vertice della Divina Liturgia, dove l'eternità irrompe nel tempo; la gioia e il peso di una vita vissuta "con l'anima spalancata". È la preghiera di un pastore che teme di diventare un "artigiano del sacro" e chiede a Dio una sola cosa: rimanere un umile sentiero che conduce gli altri alla Luce.
Le candele sono spente. Nella chiesa deserta si respira odore di cera e di silenzio. Non quello della strada, ma una quiete speciale, densa, sonora, come se l'aria stessa conservasse ancora le tracce delle preghiere appena risuonate. Sto presso le porte regali, la mano a contatto con la fredda doratura. Alle mie spalle, l'oscurità del nartece; davanti, l'altare, misterioso e muto nella notte. La mia seconda, la mia vera patria.
È proprio in questi momenti, quando la frenesia del giorno si placa e si allenta la tensione di decine di sguardi, domande, richieste, che sopraggiunge il sentimento più importante: la sensazione di un dono incommensurabile, quasi insostenibile, e di una responsabilità altrettanto insostenibile. Io non sono un insegnante, né un amministratore, né uno psicologo, sebbene a volte mi tocchi esserlo. Io sono un sacerdote. Colui che sta in mezzo. Tra Dio e l'uomo. Tra il cielo, che simboleggiamo con l'altare, e la terra, rappresentata da tutto il resto della chiesa.
Mi viene confidato ciò che è più intimo. Vengono da me con una crepa nell'anima, larga come un abisso. Una donna dagli occhi spenti, che ha perso un figlio. Un uomo in cui ribolle un rancore non perdonato, avvelenandogli l'intera vita. Un giovane smarrito in se stesso e nel mondo. Essi portano il loro dolore, avvolto nel silenzio o in un torrente di parole, e lo depongono davanti al Crocifisso. E il mio compito non è dare un consiglio. Non è risolvere un problema. Il mio compito è aiutarli a scorgere in questa oscurità almeno una scintilla di speranza. Aiutarli a capire che Dio non li vede come un "progetto da correggere", ma come un figlio amato, anche quando è ferito, sporco e disperato.
E a volte portano la gioia. Giovani, raggianti, stanno davanti all'analoghion, e nelle loro mani unite trema un'unica candela comune. E io vedo nei loro occhi non una semplice felicità umana, ma il riflesso di quella stessa Luce senza tramonto. E allora la mia anima canta «Axios!» – «È degno!» – non a me stesso, ma a questo amore che il Signore oggi ha suggellato con la Sua grazia.
Ma il mistero più terribile e più risanatore è la confessione. Io non sono un giudice. Sono un testimone. Un testimone del coraggio umano, perché dire ad alta voce la propria oscurità, guardarla in faccia, richiede una forza incredibile. Sto in piedi, tenendo l'epitrachìlio sopra un capo chino, e sento le mura di pietra attorno al cuore di qualcuno che si frantumano. E in quel momento, io sono solo un tramite. Un uomo che deve essere così trasparente che, attraverso di lui, come attraverso un vetro pulito, la persona veda non me, ma la mano di Cristo tesa verso di lei. «I tuoi peccati ti sono perdonati...», pronuncio parole che non mi appartengono. E ogni volta, dicendole, sento un brivido gelido. Non sono io a perdonare. Sono io, altrettanto debole, con le mie cadute, ad annunciare la volontà di Dio sul perdono. È un miracolo di una grandezza che supera la mia comprensione.
E poi, la Liturgia. Il coronamento di tutto. Quando stai presso l'altare e il tempo si contrae in un unico punto. Qui e ora accade l'Eternità. Offri il Sacrificio incruento, e nelle tue mani non hai simboli, ma la Realtà stessa. Tieni nei palmi delle mani tutto il dolore del mondo, tutta la sua speranza, tutte quelle persone i cui nomi hai appena letto, e porti tutto questo a Dio. E poi ti volti verso il popolo – verso l'anziana che prega da 80 anni, verso l'uomo d'affari stanco di correre, verso l'adolescente che guarda tutto con perplessa curiosità – e dici: «Con timor di Dio e fede, avvicinatevi...». E vedi che vengono. Alcuni piangendo, altri tremando, altri per abitudine. Ma vengono. Alla Fonte della vita.
Perché essere un sacerdote non è «lavorare in Chiesa». È vivere con l'anima spalancata. È rallegrarsi della gioia altrui in modo così acuto da sentirsi stringere il cuore.
E dopo la funzione si avvicineranno a me: uno per un consiglio, un altro solo per stringermi la mano, una terza per chiedere preghiere. E negli occhi di tutti ci sarà una domanda, una richiesta, una speranza. E io andrò a casa, portando questo fardello e questa gioia. Perché essere un sacerdote non è «lavorare in Chiesa». È vivere con l'anima spalancata. È rallegrarsi della gioia altrui in modo così acuto da sentirsi stringere il cuore. È soffrire il dolore altrui così tanto da non dormire la notte. È imparare di nuovo ogni giorno ad amare, perché senza questo amore tutto è solo un «bronzo risonante».
Per ricordare sempre: sono solo un vaso di creta, in cui le persone cercano acqua viva.


