Il monaco e la missione

Prologo

– In questa vibrante lettera scritta nel 1980 per la rivista "Dialoghi Athoniti", l’Archimandrita Epifanio (Theodoropoulos), una delle figure spirituali più autorevoli della Grecia del XX secolo, risponde a una delle obiezioni più comuni rivolte al monachesimo: l'accusa di "inutilità sociale". Di fronte alla domanda se non sarebbe meglio per i monaci impegnarsi attivamente nel mondo come missionari o operatori sociali, Padre Epifanio offre una difesa appassionata e teologicamente profonda della vita contemplativa.

Il testo scardina la visione utilitaristica della fede, dimostrando che il monaco è il missionario per eccellenza attraverso tre vie: la potenza della preghiera di intercessione (illustrata dal toccante aneddoto dell'anziana monaca inchiodata a letto), il monastero come polmone spirituale per un'umanità asfissiata, e la vita stessa del monaco come "predica gridata" senza parole. Un richiamo al fatto che l'azione più incisiva sulla storia spesso accade nel silenzio e nel nascondimento.


Se il monachesimo fosse stato qualcosa di superfluo e inutile, se fosse stato uno stato senza essenza e senso, non sarebbe diventato un'istituzione nella Chiesa, non se ne sarebbero occupati i santi Concili Ecumenici e Locali, non ne avrebbero scritto i grandi Padri portatori di Dio.

monaco e missioneCari fratelli!

Alcuni mesi fa mi trovavo in un monastero situato lontano da Atene. Accadde che nello stesso giorno arrivasse lì un piccolo gruppo di escursionisti da Atene. Erano tutti scienziati pii, alcuni celibi e giovani, altri padri di famiglia. In refettorio, dopo la lettura, iniziò una conversazione durante la quale uno dei pellegrini pose questa domanda: «Qual è il contributo del monachesimo alla società sofferente? Non sarebbe meglio se i monaci si trovassero nel mondo, come chierici celibi o predicatori laici, a compiere l'opera della missione?».

L'Igumeno si rivolse alla mia umile persona e mi chiese di rispondere alla questione sollevata. Questo mio discorso al refettorio, sebbene improvvisato e detto senza alcuna preparazione, a mio modesto parere reca in sé una qualche integrazione all'articolo «Monachesimo ortodosso e missione», recentemente pubblicato nella vostra rivista (aprile-giugno). Ve lo invio così com'è, e se anche voi riterrete che contenga qualcosa di «migliore del silenzio», pubblicatelo.

Con amore nel Signore
Archimandrita Epifanio

 

I chierici che faticano nel mondo svolgono un'opera della massima importanza, che a nessuno è lecito sminuire o disprezzare. Essi sono strumenti della grazia, «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor. 4, 1). Essi continuano nei secoli l'opera dei santi Apostoli. Predicano Cristo Crocifisso e Risorto, insegnano il pentimento e la remissione dei peccati «nel Suo nome». Attraverso l'insegnamento e la celebrazione dei santi Misteri, essi guidano una moltitudine di persone nel Regno di Dio senza tramonto. «Senza di loro non c'è Chiesa», secondo sant'Ignazio il Teóforo (Ai Tralliani, 3, 1).

Ma se non è lecito sminuire la missione e l'opera dei chierici che servono nel mondo (così come dei fedeli zelanti e di coloro che, tra i laici, sono portatori dei doni della grazia), altrettanto non è lecito sminuire la missione e l'opera dei monaci. La Chiesa è guidata in modo infallibile dal Santo Spirito.

Se il monachesimo fosse stato qualcosa di superfluo e inutile, se fosse stato uno stato senza essenza e senso, non sarebbe diventato un'istituzione nella Chiesa, non se ne sarebbero occupati i santi Concili Ecumenici e Locali, non ne avrebbero scritto i grandi Padri portatori di Dio.

Se il monachesimo non fosse stato «opera di Dio», se non fosse stato «frutto del Santo Spirito», se non fosse stato «una pianta che il Padre ha piantato» (cfr. Mt. 15, 13), sarebbe stato espulso dall'organismo ecclesiale come un «corpo estraneo» fin dalla sua stessa apparizione.

Ma il monachesimo è germogliato nel «campo» di Lui (1 Cor. 3, 9), nella santissima Chiesa, e in questo campo si è rafforzato e ha portato frutto proprio perché era una «pianta di Dio». Il dubbio sulla dignità del monachesimo è impensabile dal punto di vista ortodosso. Qualsiasi attacco ad esso come «istituzione» è pura lotta contro Dio.

Anch'io, fratelli, appartengo al numero dei chierici che servono nel mondo. Ma, come figlio obbediente della Chiesa Ortodossa, devo seguire il suo insegnamento e non mettere in dubbio o, peggio ancora, biasimare ciò che essa, «guidata dal Santo Spirito», ha approvato e racchiuso nel suo abbraccio.

Non sappiamo forse che i nostri calendari sono stracolmi di nomi di monaci? Martiri e monaci (anch'essi martiri «per libera scelta») costituiscono otto, o forse nove decimi nel «novero» dei nostri santi! Noi non siamo più perfetti in teologia e non siamo più saggi della Chiesa. Noi non sappiamo meglio di lei cosa sia conforme e cosa difforme dallo spirito del Vangelo. Chi nega il monachesimo come contrario allo spirito del Cristianesimo diventa eretico, perché pone se stesso al di sopra dell'autorità della Chiesa.

Nessuno costringe l'uno o l'altro a diventare monaco. Se qualcuno ha il desiderio (ma anche la vocazione!) di servire la Chiesa nel mondo, questa è opera santa, la via è aperta e nessuno lo impedisce. Ma coloro che hanno inclinazione per il monachesimo non devono subire attacchi da parte nostra, non devono incontrare ostacoli da noi. Santo è il loro desiderio e beata la loro scelta. Il Santo Spirito distribuisce i doni «a ciascuno in particolare, come Egli vuole» (1 Cor. 12, 11).

Non mi metterò ora a svelare la dignità del monachesimo come «via perfettissima della deificazione», basandomi, ovviamente, non sulla mia esperienza personale, che non ho, ma sull'insegnamento dei Santi Padri. Non parlerò delle difficili e veramente eroiche fatiche dei monaci per la purificazione dalle «passioni vergognose», fatiche del cui «sapore» noi, che viviamo nel mondo, quasi non abbiamo idea. Non parlerò dell'incessante liturgia a Dio, adorato nella Trinità, che si compie nelle sante dimore e nel cuore di ogni monaco. Non parlerò dei «doni celesti» di cui si sono adornati molti monaci.

Mi soffermerò solo su un punto, che ha relazione diretta con la domanda proposta. E oserò affermare che il contributo del monaco alla «società sofferente» è assai grande! Oserò affermare che il monaco – ogni monaco (naturalmente, il monaco vero) – è un missionario!

Ho detto «ogni monaco», perché non voglio limitare l'attività missionaria solo a quei monaci che, avendo la grazia del sacerdozio, escono dalle loro sacre recinzioni e, con il permesso del vescovo locale, percorrono città e villaggi insegnando e confessando; né a quelli che, dotati di talento di scrittore, talvolta di rara potenza, pubblicano libri meravigliosi e con essi edificano migliaia di anime, anche per intere generazioni, come ad esempio il venerabile Nicodemo l'Aghiorita.

Io, fratelli, sono convinto – e non pensate che io parli per paradossi, perché fonderò questa mia convinzione – che missionari siano anche quei monaci che non hanno mai lasciato la recinzione del loro monastero e non hanno scritto nemmeno una riga.

«Intendi la preghiera?» – dirà qualcuno di voi.

Certamente, alludo anche alla preghiera, ma non solo alla preghiera. È onnipotente la forza delle preghiere, specie quelle di coloro che hanno «una vita purificata o che viene purificata per Dio»[1], di persone che “hanno acquisito grande confidenza presso Dio”. Una sola «lacrima del cuore» di un uomo santo può portare a risultati per i quali sarebbero occorse molte prediche e molti libri. La preghiera compie miracoli. «Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura, e pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. E pregò di nuovo: e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto» (Giac. 5, 16–18).

Pensate! Non c'è ora, non c'è momento nelle ventiquattrore in cui non salgano preghiere ardenti al Trono del Potente. Per tutte le 24 ore del giorno Dio viene «assediato» da richieste infuocate e piene di lacrime di «avere pietà» e «salvare» il mondo.

Ora non mi rivolgo ai non credenti o agli indifferenti alla fede; mi rivolgo ai credenti. Perciò non ho bisogno in questo caso di dilungarmi. Tutti noi accettiamo la forza della preghiera, tutti sappiamo delle sue azioni salvifiche. Perciò tutti devono guardare alle preghiere dei monaci come al più grande contributo al mondo.

Pensate! Non c'è ora, non c'è momento nelle ventiquattrore in cui non salgano preghiere ardenti al Trono del Potente. Per tutte le 24 ore del giorno Dio viene «assediato» da richieste infuocate e piene di lacrime di «avere pietà» e «salvare» il mondo. E quando noi lavoriamo, quando mangiamo e quando dormiamo, qualcuno prega per noi, qualcuno si «esercita», vigila e nell'impresa spirituale invoca: «Signore, abbi pietà!». È forse piccolo questo contributo?

Alcuni anni fa visitai un grande monastero. Tra le monache che conoscevo ce n'era una quasi centenaria. Poco istruita, ma un'anima santa. Per la sua vecchiaia non si alzava ormai più dal letto. Piangendo, mi espresse... la sua lamentela:

Ah, questa Igumena! Le chiedo di darmi un lavoro da fare qui sul letto, dato che non posso alzarmi se non mi sostengono, ma lei non me lo dà. Posso avvolgere il filato in matasse. Ma lei non vuole. Dice che ho lavorato 80 anni in monastero (vi era entrata all'età di 16 anni). Ma così mangio il mio pane gratis. Le altre lavorano e mi nutrono. Che devo fare? L'Igumena non cede. Mi preoccupavo così tanto che non volevo neppure mangiare. Ma poi ho pensato a una cosa e mi sono tranquillizzata. Ho deciso di compiere costantemente la preghiera per tutti. Così mi sembra che anch'io lavori. Vedi questo komboskini (corda da preghiera)? (Mi mostrò un rosario con nodi molto grandi). Non lo lascio proprio mai dalle mani né giorno né notte, tranne le due o tre ore che dormo. Prego tutto il tempo per l'Igumena e per le monache che lavorano affinché io mangi. E prego per gli altri. Per il nostro Vescovo e per gli altri gerarchi, per i sacerdoti, per i predicatori, per i capi, per i giudici, per l'esercito, per i poliziotti, per gli insegnanti, per gli scolari, per le vedove, per gli orfani, per tutti quelli che ricordo. Così sento un peso minore sull'anima per il fatto che mangio senza lavorare

Mi scendono le lacrime ogni volta che mi torna alla memoria questa scena. Da allora non ho più visto quella venerabile monaca. Pochi mesi dopo se ne è andata in altri mondi, per continuare da lì le sue preghiere «dal profondo» «per tutti quelli che ricorda» (spero anche per me...), sebbene ormai senza il suo grosso komboskini, che è stato sepolto insieme al suo santo corpo.

Ma la preghiera è uno dei modi, il primo, con cui il monaco compie la missione, cioè aiuta le anime a salvarsi. Esistono, fratelli, altri due modi.

Il secondo modo: dove è mai esistito un monastero che non diventasse un centro di attrazione per le persone? Dove ha praticato l'ascesi un eremita senza che lì, «in caverne, monti e antri della terra» (cfr. Ebr. 11, 38), venissero moltitudini di visitatori in cerca da lui o di una «parola di consolazione», o della sola visione del suo volto, una visione che insegna molto ed edifica molto?

E questo non solo nei tempi antichi, ma anche ai giorni nostri. Quanti pellegrini della vita, «stanchi e oppressi», accorrono alle sante dimore per trovare un po' di quiete dell'anima! Quanti traggono beneficio dall'atmosfera impressionante che vi regna durante le funzioni divine! Quanti non credenti o indifferenti, visitando le sante dimore del monachesimo come turisti, sentono nel proprio cuore le trafitture per ciò che vedono lì! Molto spesso una sola visita è bastata per mettere alla prova la loro incredulità o indifferenza.

Di più: sono forse pochi i casi in cui hanno sentito scosso il loro mondo interiore, quando lasciavano i santi monasteri, dopo pochi giorni o ore di permanenza in essi, rigenerati!

Qualsiasi monastero è una vera oasi nell'arido deserto della vita attuale, specialmente della vita moderna... Soprattutto per le città e i villaggi vicini, ogni monastero costituisce i polmoni che forniscono ossigeno spirituale. E la Santa Montagna dell'Athos è i «polmoni» per tutta la Grecia; ma che dico, per il mondo intero!

Lasciate pure che i monaci non escano nel mondo. Il mondo va da loro. Lasciate che i monaci si nascondano in luoghi recintati. La loro luce risplende e illumina ciò che sta intorno; e talvolta illumina anche ciò che è molto lontano. Lasciate che parlino poco. Esiste anche l'«eloquenza silenziosa di una vita santa».

Fratelli, che ci siano i monasteri! Soltanto, preghiamo affinché siano degni della loro destinazione. E allora, per una certa legge divina, essi involontariamente diventano anche centri missionari particolari, fari spirituali, oasi delle anime, alberghi divini per molti «incappati nei briganti» (cfr. Lc. 10, 30). Il mondo può ricevere un beneficio non piccolo dai monasteri.

Il terzo modo: il monaco, anche se tace e si nasconde, è la predica più clamorosa. Una predica non a parole, ma con i fatti. Una predica potente e sconvolgente.

Fratelli, cosa annunciano i missionari, cioè gli operatori della nostra Chiesa, nelle loro prediche? Di cosa scrivono nei loro libri, quali sono i loro temi? A cosa ci esortano? Ad amare Dio, a pregare, a lottare contro i vizi, ad accostarsi ai Santi Misteri, a pentirsi dei peccati, a essere umili, a non attaccarsi ai beni materiali, ad avere la cittadinanza nei cieli, eccetera eccetera.

Ma non annuncia forse esattamente la stessa cosa anche il monaco – non con le parole, ma con le opere e l'esempio?

Se decido di diventare monaco, un vero monaco, ciò significa questo: l'amore per Dio – l'eros Divino – consuma tutto il mio essere. (Si intende che tale amore si incontra principalmente e prevalentemente nei monaci, ma non si può dire che solo ed esclusivamente il monaco abbia tale amore e nessun altro. Tale affermazione sarebbe un'unilateralità inaccettabile per l'Ortodossia. Abbiamo detto che il Santo Spirito distribuisce i doni come Egli vuole. Giovanni di Kronstadt, per esempio, era un prete «che viveva nel mondo». Ma chi potrebbe negare l'ardente amore Divino che bruciava nel suo cuore santificato?) La preghiera è acqua e aria per la mia anima. I Misteri della Chiesa sono il mio cibo quotidiano. Il pentimento è l'opera di tutta la mia vita. Il mio «io» è condannato a morte. Disprezzo i beni materiali. «Tutto ritengo spazzatura, pur di guadagnare Cristo» (Fil. 3, 8). Ricchezza, benessere, posizione, onore e gloria non mi toccano. Passo oltre, il mio sguardo fisso è incatenato alla Gerusalemme celeste...

Dunque, quando senti che un tuo amico, vicino, parente, conoscente ha lasciato il mondo ed è andato in monastero, non è forse lo stesso che udire la predica più sonora e assordante su tutte le cose celesti, specialmente se colui che se n'è andato possedeva qualità straordinarie e avrebbe potuto avere un grande «successo» nella vita presente?

Il tuo amico se n'è andato in silenzio. Non si è visto con te prima della sua partenza, non ti ha salutato. Ma il suo atto, un atto eroico, un atto di sacrificio supremo per amore di Dio, parla da solo. Il suono dei suoi passi che si allontanano risuona chiaramente, e non tacerà mai. Lo sentirai per tutta la vita.

Magari non vedrai più il tuo amico. O saprai che è morto. Il ricordo di lui non ti lascerà in pace. Ti porterà incessantemente un turbamento salvifico e una santa inquietudine. Ti rimprovererà costantemente. Penserai:

«Io non riesco a digiunare il mercoledì e il venerdì, e lui... Io quest'anno non mi sono comunicato neanche a Pasqua, e lui... Io a malapena e con sforzo pronuncio due parole di preghiera, e lui... Io accumulo molto denaro, metto insieme una grande fortuna – e ho paura di dare un po' ai poveri, e lui... Io mento e adulo per salire nella società, e lui... Io inseguo onori e fama, e lui... Io sono incollato alla terra, e lui...»

Ma anche se fossi non credente o indifferente, l'atto del tuo amico o conoscente, oltre a quello stupore che ti provocherà, eroderà incessantemente le fondamenta della tua incredulità o indifferenza. Penserai a questo atto nei momenti di sobrietà spirituale, e forse anche nei momenti di amarezza e delusione per le «gioie del mondo», e udirai una voce interiore che ti chiede:

«Una fede che ispira tali sacrifici, forse non è solo un parto della fantasia? Una fede che ti rende felice quando neghi e rifiuti tutto ciò che gli altri considerano importante, cioè piaceri, soldi, comodità, successo, gloria, ecc. – forse in essa c'è la verità? Forse c'è una vita dopo la morte? Forse ciò che ha fatto il tuo amico, sotto altri aspetti così ragionevole e dotato, non è una "follia" eroica, ma un'"impresa molto redditizia"? Forse ha davvero trovato la "perla preziosa" (Mt. 13, 46) di cui parla un libro chiamato Vangelo?...»

Questo e altro simile annuncerà a un gran numero di persone l'esempio del monaco. Chi si assumerà l'onere di affermare che questa silenziosa, ma così clamorosa «predica» non «spezza le ossa», secondo una nota espressione?

È una predica non teorica, ma pratica. Non dura pochi minuti, ma colpisce il tuo udito costantemente e ininterrottamente. Ti perseguita letteralmente! Il monaco, prendendo la Croce e seguendo Cristo, INSEGNA CON I FATTI – e insegna a gran voce – a «disprezzare la carne, poiché essa passa, e ad aver cura dell'anima, cosa immortale»[2].

Dunque, il monaco è o non è, con il suo solo esempio, un araldo dell'eternità?

È o non è un indicatore della via verso il Cielo?

È o non è un predicatore e un missionario?

 

_________________________

Note
¹ San Gregorio il Teologo, Discorso 15, 2.
² Kondak (contacio) comune delle Venerabili donne.

 

Copyright © 2019 - 2026 Hristos – Tutti i diritti riservati
Fonte: Lettera alla rivista «Dialoghi Athoniti» (Ἀθωνικοί Διάλογοι)
Atene, 15 settembre 1980
(Traduzione non ufficiale)

 

 

Note interattive
  1. : San Gregorio il Teologo, Discorso 15, 2.
  2. : Kondak (contacio) comune delle Venerabili donne.

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