Prologo
– In questa densa omelia, Sant’Anfilochio di Iconio (cugino di San Gregorio il Teologo e amico intimo di San Basilio Magno), un padre cappadoce spesso meno noto ma teologicamente incisivo, affronta una delle questioni più spinose della cristologia: l’agonia di Cristo nel Getsemani.
Partendo dalla preghiera di Gesù al Padre («Padre, se è possibile, passi da me questo calice...» [Mt. 26, 39]), l'autore smonta punto per punto le obiezioni degli eretici che vedevano nella paura della morte una prova dell'inferiorità del Figlio rispetto al Padre o una debolezza della sua divinità. Con una dialettica affascinante e quasi drammatica, Sant’Anfilochio presenta questa paura non come un difetto, ma come una "santa astuzia" (pía fraus) divina: Cristo finge timore per "ingannare l’ingannatore", per attirare il diavolo e la morte a ingoiare l’esca della sua umanità, al cui interno è celato l’"amo" tagliente della Sua divinità invincibile. Un testo vibrante, dove teologia e soteriologia si intrecciano per celebrare la vittoria della vita.
1. Di nuovo, come legittimo soldato, entro in battaglia con gli eretici sotto il comando di Stefano, paladino della pietà. Poiché come Gesù [figlio di Nave, cioè Giosuè] mise in fuga i nemici per la preghiera di Mosè, così anche io vincerò i nemici della verità con l’aiuto del martire. Dico questo con audacia non per sovrabbondanza di parole, ma per la fede nella preghiera del martire, perciò intraprendo con coraggio il discorso. Non mi spaventa il peso del loro fardello verbale, non temo l'insidia del loro astuto inganno, perché ho imparato che non bisogna temere la paura dove non c'è paura. Lasciamo pure che dicano che Cristo temeva e aveva paura della morte, ma noi preferiamo morire per Cristo tante volte quanti sono i giorni che viviamo nella carne, per glorificare con franchezza la verità. Perciò, come avendo ora un vantaggio, mi lancio contro di loro. Cristo infatti mi incoraggia attraverso il profeta, dicendo: «E tu, figlio dell’uomo, non temere le loro parole… anche se ti pungeranno e ti circonderanno: poiché vivi in mezzo agli scorpioni» (Ez. 2, 6). Io veramente non temo gli scorpioni che pungono, perché non cammino a piedi nudi, perché ho calzari per l’evangelizzazione della pace, affinché, se anche pungeranno, non subisca danno, come dice l’Apostolo: «calzati i piedi con la prontezza del vangelo della pace» (Ef. 6, 15).
2. Schiacciamo con i calzari della pace il capo dei vari eretici, per lanciarci senza timore contro di loro con l’aiuto di questi calzari. Insegniamo loro che si sbagliano profondamente, attribuendo alla natura dell’Unigenito timore e paura. Infatti, pensando e parlando di tutto senza discernimento e irragionevolmente, e non capendo ciò che è stato detto: «Padre, se è possibile, passi da Me questo calice», accusano Cristo di viltà e Lo definiscono imperfetto e debole, perché ha pregato il Padre e ha chiesto la liberazione dalla necessità imminente. Poiché essi, per insolenza verso Dio, calunniano la parola di Dio e, per estraneità al Santo Spirito, lodano la lettera, deridendo e distruggendo l’opera di Cristo, e inoltre nascondono i loro morsi velenosi con stile abile e parole raffinate, sottraendo la salvezza agli inesperti, noi, come inesperti nelle parole, invocheremo il Verbo stesso di Dio, affinché l'Interprete stesso delle Proprie parole, apparendo, smascheri la loro follia e confermi il nostro pensiero.
3. Spiegaci, o Sovrano, il senso di ciò che è stato detto, apri la lettera, come rami di fogliame, e mostra il frutto dello Spirito, affinché, addentrandoci nella lettera, non periamo, ma affinché, resi partecipi dello Spirito, gustiamo la vita, poiché la lettera uccide, ma lo spirito dà vita (2 Cor. 3, 6). Insegnaci come bambini, e istruisci gli eretici come stolti, poiché «Tu sei educatore degli insipienti e maestro dei fanciulli» (Rom. 2, 20). A noi, come a bambini, scopri i seni della grazia e porgi dai seni del Santo Spirito il latte che scaturisce dall’insegnamento evangelico. E la stoltezza degli eretici rendila manifesta. Se infatti non fossero stolti, non macchinerebbero una dottrina blasfema con la negazione della Tua Divinità, poiché il profeta dice: «Disse lo stolto nel suo cuore: non c’è Dio» (Sal. 13, 1). Scopri la maschera della loro empietà, affinché diventi palese la loro ipocrisia. Mostra che essi pronunciano ovunque il Tuo nome per nascondere la loro premeditata bestemmia.
4. Dicci, o Sovrano, per quale motivo Tu, venuto per la passione, eviti la sofferenza e perché temi le minacce dei Giudei, sebbene Tu stesso avessi esortato a non temere coloro che uccidono il corpo? Se hai così paura della morte, perché non hai evitato la morte? Se infatti è stato da Te stabilito di soffrire o non soffrire, allora è superfluo dire: «se è possibile, passi». Perché è in Tuo potere o accettare o evitare le sofferenze. Ma se non è stato stabilito da Te, allora è naturale che Tu tema, come chi è condotto al supplizio contro la sua volontà e contro il suo desiderio. Se accetti la morte per noi contro la Tua volontà, come puoi dire: «Ho potere di dare la mia vita e potere di riprenderla di nuovo» (Gv. 10, 18)? E ancora in un altro luogo, incutendo timore ai Giudei, come dicevi: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni Io lo riedificherò» (Gv. 2, 19)?
Perché dunque Tu, che in molti modi e spesso prima della morte prefiguravi la morte e prima della Croce delineavi il segno vittorioso della Croce; Tu, che dicesti che è necessario che il Figlio dell’Uomo sia consegnato, e crocifisso, e sepolto e risorga il terzo giorno, ora, giunto alla Croce, eviti la morte? Infatti, se è necessario che il Figlio dell'Uomo sia consegnato, come dici: «Padre, se è possibile, passi da Me questo calice»?
Se Tu non volevi affatto soffrire, perché Ti sei rivestito di un corpo passibile? Se vai alla morte avendo un corpo passibile, perché Ti rattristi e Ti angosci? E quando delineavi la morte, quando parlavi della passione, quando prefiguravi la Croce, come Ti sei indignato con Pietro che diceva: «Abbi pietà di Te, Signore, non Ti accada questo»? E Ti indignasti tanto da dire: «Vattene via da Me, Satana! Tu Mi sei di scandalo! Perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mt. 16, 22-23)? Dunque, se evitare la morte è un ragionamento umano, per quale motivo ora cerchi ciò che prima vietavi? Come mai ora preghi di allontanare la morte, sebbene prima rimproverassi il discepolo per la paura di subire la morte? Non sei forse Tu Colui che è stato annunciato dalla Legge e dai profeti? Non è forse di Te che il profeta Osea diceva: «Questo dice il Signore: Dal potere dell'ade Io li riscatterò, affinché dicano: Dov'è la tua causa, o morte? dov'è il tuo pungiglione, o ade?» (Os. 13, 14)? Se Tu sei davvero Colui che libera dall’ade, come temi la morte? Se temi la morte Tu, grazie al Quale noi speriamo di vincere la morte, allora vana è la nostra speranza, inutile l’aspettativa. Se hai così paura della morte Tu, nel Quale abbiamo inoltre la speranza della vita, come dici: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv. 11, 25)? Infatti la vita non teme la morte, la risurrezione non paventa le sofferenze.
5. Ma Tu sei la risurrezione e la vita. Perché dunque spaventi la mia anima, perché indebolisci le forze della mia mente pronunciando un discorso timoroso? Forse ciò che è accaduto con Lazzaro è un fantasma? Forse ciò che è accaduto con la figlia di Giairo è un sogno? Forse ciò che è accaduto con il figlio della vedova è cosa vana? Ma tutto ciò che è accaduto è verità. Come mai Tu, avendo distrutto la morte, temi la morte? Come mai Tu, avendo resuscitato con autorità morti fetidi, preghi e temi di subire la morte? Perché dunque hai tanta paura di subire la morte? Se Tu l’avessi davvero subita, avresti liberato Te stesso, perché Colui che risuscita gli altri a maggior ragione risusciterà il Proprio corpo. O Sovrano, o spiegami il senso, o ferma il discorso, o non turbare la mia anima e non costringere il mio pensiero a inciampare.
Se infatti Tu conosci tutto prima della sua apparizione, perché ora non sai se è possibile o impossibile che il calice passi? Se davvero non lo sai, allora Paolo mente dicendo: «Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Lui, ma tutto è nudo e scoperto ai Suoi occhi» (Ebr. 4, 13). Ma se lo sai, perché dici: «se è possibile»? Domandare è proprio di chi non sa e negare [o tirarsi indietro] è proprio dell’inesperto. Spiegaci dunque, o Sovrano, il senso di ciò che è stato detto. Perché ora Eunomio gioisce, ora Ario esulta, aggrappandosi alla parola come fondamento di bestemmia.
La morte di Cristo è volontaria
6. «Ma invano gioiscono. «Non c'è gioia per gli empi, dice il Signore» (Is. 48, 22). Perché Io non temo la morte, come essi dicono, non evito la sofferenza, come essi credono. Se Io in verità non avessi voluto donare la vita al genere umano attraverso la morte, allora, essendo Verbo impassibile, non avrei assunto una carne passibile. Ma poiché so che il genere umano è stato sottomesso con l’inganno e non con la costrizione, con suggestione demoniaca e non con la forza, Io ho assunto la vostra carne, per liberare l’uomo con un perfetto inganno, disponendo il contrario col contrario. Poiché il tiranno si è insuperbito per aver reso Adamo — abitante del paradiso, costituito signore dell’universo — schiavo, distruttore e lavoratore nella terra, inventando il peccato e attraverso il peccato introducendo la morte, per questo motivo Io, come Re, sono venuto sulla terra, avendo la carne come veste di porpora, per annientare l’audacia del tiranno e liberare con l’inganno dall’inganno, ergermi contro il peccato per la giustizia e toccare la morte per la vita. Dunque, pur provando timore, Io non ho paura della morte, perché questo non è contro il desiderio, ma un’azione volontaria. Io sono il buon pastore (Gv. 10, 11), che depone volontariamente la Propria anima per le pecore. Come Io, essendo in forma di Dio, senza costrizione ho svuotato Me stesso, assumendo la forma di schiavo, così anche di Mia volontà accetto la morte, non costretto dalla forza, ma camminando volontariamente verso la passione».
Cristo muore affinché Adamo risorga
7. Per che cosa soffri, o Sovrano?
«Per la salvezza degli uomini, dice il Signore. E dirò in che modo. Poiché il genere umano è caduto sotto la sentenza di morte a causa di Adamo creato dalla terra vergine, e Io sono Colui che revoca la sentenza di morte, e poiché è impossibile all'uomo sfuggire alla punizione se Io stesso non annullo la sua condanna, per questo motivo, avendo assunto l'aspetto d'uomo da un grembo verginale a somiglianza di Adamo, subisco la morte, per annullare la condanna come Dio e accettare la morte per gli uomini come uomo. Compio questo per liberare l’uomo non per [sola] autorità sovrana, ma in compartecipazione (o compassione) [con lui]. Se infatti l’uomo pecca e Dio corregge, non è grande la correzione. Per questo motivo ora sono diventato uomo e al posto del trasgressore della legge ho adempiuto la legge, affinché il genere umano sia magnificato grazie alla parentela con Colui che ha corretto. E perciò ora nella persona di Adamo accetto la sentenza di morte, affinché egli ottenga tramite Me la grazia della risurrezione. Adamo attraverso la caduta introdusse la morte, Io attraverso la correzione introduco la risurrezione. E poiché la morte ha regnato da Adamo fino a Mosè, e ha regnato perché aveva in suo potere il corpo come complice del peccato, perciò Io ho assunto lo stesso corpo, considerato strumento del peccato, per rendere l'uomo libero dal peccato distruggendo il peccato. Inoltre, poiché gli uomini, colpiti dal peccato, vivevano una vita cattiva, tanto che la loro vita era peggiore della morte, per questo motivo Io, preferendo una buona morte a una vita cattiva, subisco la morte, affinché coloro che sono diventati partecipi della bella morte gustino la vera vita, e la gustino attraverso il battesimo: «Quanti siete stati battezzati… nella Mia morte siete stati battezzati, affinché come Io sono risorto dai morti… così anche loro camminino in una vita rinnovata» (Rom. 6, 3-4)».
Dio agisce contro le leggi della natura
8. «E nessuno dica, dubitando: se la tenebra non produce luce e il nero non crea il bianco, come la morte ha generato la vita? È chiaro infatti che questo è al di sopra della natura. Perciò non cercare in Me l'ordine della natura, perché Io sono il Padrone della natura, che a volte permette alla natura di dirigersi secondo natura, e a volte la dirige al di sopra della natura. Quando infatti Io desidero fare qualcosa di straordinario, allora anche la natura, deviando il suo ordine, compie tutto ciò che il Mio cenno comanda. Ciò che ho detto è evidente dall'ordine visibile del mondo. Il sole e la luna sono fuoco per natura, e il firmamento cristallino, chiamato cielo, è acqua. Indaghi tu forse il corso della natura, come l’acqua conservi il fuoco o come il calore del fuoco non distrugga e non ammorbidisca il firmamento cristallino?»
Ma per non occupare la tua anima con l’ordine visibile del mondo, ti persuado, conducendoti a questa opera salvifica, che non si deve indagare il corso della natura nei fenomeni incredibili e miracolosi. Acconsenti dunque che Egli, essendo Dio, ha assunto un corpo umano, e questa è la prima cosa contro natura. Poi dimmi: come ha potuto un corpo umano triplicemente diviso contenere l’Incontenibile, l’Immisurabile, l’Onnipresente, Colui che abbraccia l’intero universo, che misura i cieli con il palmo, la terra con il pugno e il mare con il calice? È evidente che lo ha contenuto, poiché «in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità» (Col. 2, 9).
«Ma come [lo ha contenuto], lo lo so [questo è noto a Me], dice il Signore. Perché Io so ciò che compio, ma tu non puoi udirlo, perché la conoscenza di ciò che è detto supera l’udito umano a tal punto che, se Io mai per la moltitudine della misericordia volessi spiegare qualcosa, lo spiegherei non come sta la natura delle cose, ma come tu potresti capirlo. Per questo motivo, per placare l'orgoglio dei presunti sapienti, ho detto: «Chi crede di sapere qualcosa, non sa ancora nulla come si deve sapere» (1 Cor. 8, 2). Sebbene tu abbia udito che Io, essendo il Verbo, sono diventato carne, non sai in che modo. In che modo Io ero nella carne: come un corpo nel corpo o come un’anima nel corpo? È evidente che Io, soffrendo insieme al corpo passibile, non ho sofferto, perché la natura di Dio non soggiace alla sofferenza. Dunque, come sono diventato carne senza decadere dall'essere di Dio, così ho subito le sofferenze senza essere sottoposto a sofferenza. Sono nato per benevola disposizione, sono morto per la salvezza degli uomini. O meglio: sono morto per questo, per cui sono nato.
Non cercare in Me né l'ordine della nascita, né il modo della morte. Ciò che non compie la natura, lo compie la potenza. Dunque, essendo Dio, ho assunto un corpo umano. Questo è il primo paradosso contro natura. Tuttavia, a causa della natura, questo non è divenuto impossibile, poiché in Me dimora la potenza: Io ho creato la natura. Poi ho permesso anche a questo corpo di sottoporsi alla morte comune a tutti gli uomini, affinché la vita, che domina sulla morte, anche in questa morte mostrasse l'azione della vita. Non è sorprendente mantenere la vita in un vivente, ma vivificare un morto è cosa grande e incredibile. Perciò ho permesso che morisse e dopo la morte risorgesse, per mostrare che, sebbene il corpo abbia subito la morte, tuttavia Io rimango talmente impassibile che non solo ho resuscitato il mio Proprio corpo, ma ho co-resuscitato anche i corpi dei giusti defunti prima».
Il discorso timoroso: esca per il diavolo
9. «Volontariamente per filantropia accetto la morte e di nuovo volontariamente, sulla base di una certa economia salvifica, Mi spavento della morte. Mi spavento della morte per ingannare la morte. Come, ad esempio, nel deserto, se non avessi avuto fame, il diavolo non si sarebbe avvicinato. Perciò ho avuto fame, affinché lui si mettesse a caccia, senza pensare che Io sono un altro Adamo. Per questo stesso motivo pronuncio un discorso timoroso, come un’esca, per prendere all'amo la morte per Me Stesso. Infatti, dopo che ho compiuto molti segni, rafforzato il paralitico, corretto i discorsi dei balbuzienti, aperto le orecchie dei sordi, donato la vista ai ciechi, mutato l’agitazione del mare in quiete, disseccato i flussi dell'emorroissa col tocco del lembo della veste, svegliato Lazzaro con la parola, risuscitato la figlia di Giairo, richiamato dai morti il figlio della vedova — certamente il diavolo, avendo esaminato tutto questo e convintosi da queste opere che Io sono il Figlio di Dio, apparso in forma d'uomo secondo la predizione dei profeti, temerebbe e avrebbe paura di inchiodarMI alla Croce e consegnarMI alla morte, affinché Io, assunta la forma di morto, non liberassi i morti.
Che fare dunque per mutare la paura del diavolo in follia e costringere la morte ad avvicinarsi?
Fuggirò affinché insegua, Mi spaventerò affinché prenda coraggio, userò parole umilianti, affinché, considerandomi uno dei tanti, si avvicini e Mi inghiotta. Infatti se non inghiottirà Me, non potrà rigettare quelli che ha inghiottito. Perciò pronuncio un discorso timoroso, per distruggere l’inganno ingannando l’ingannatore. Quello con discorsi lusinghieri ingannò Adamo, Io con discorsi timorosi ingannerò il lusingatore. Quello pronunciò parole ingannevoli per perdere l’uomo, Io invece pronuncio discorsi timorosi per salvare l’universo.
Io sono il pescatore che pesca pesci predatori. Come infatti il pescatore, innescato il verme sull’amo, getta la lenza e intanto ora rilascia l’amo, ora lo tira a sé e lo trascina lentamente, per preparare il pesce all’attacco con l'aspetto del verme che fugge, così anche Io, innescato sull’amo della Mia Divinità il corpo come un verme — «Poiché io sono un verme, e non un uomo» (Sal. 21, 7) — ora attiro la morte, come uno che ha paura, ora rilascio l’amo, come uno coraggioso, affinché il diavolo, accostatosi alla carne come un pesce che si lancia sul verme, incappi inavvertitamente nell'amo della Divinità e, catturato, sia estratto, affinché si compia ciò che di lui disse Giobbe: «Estrarrai forse il serpente con l’amo?» (Giob. 40, 20)».
10. «Non temendo la morte, ho detto: «L'anima mia è triste fino alla morte» (Mt. 26, 38). Non paventando le sofferenze, dico: «Padre, se è possibile, passi da Me questo calice». Perché compio tutto affinché la morte non fugga via da Me. Mi spavento come uomo, per agire come Dio una volta che mi sarò fatto inghiottire come uomo. Uso parole di umiliazione, affinché egli, inghiottito il lievito del Mio corpo, trovi il carbone della Divinità che lo brucia terribilmente. Mi spavento, affinché egli mangi il Mio corpo, che è un granello di senape, e trovi l'acredine della Divinità che lo ferisce gravemente. Mi spavento, affinché egli mi inghiotta come un uomo. Perché, se Mi inghiottirà, troverà la dura pietra della Divinità, che gli spacca i denti, affinché si compia ciò che è scritto di lui: «Dio spezza i suoi denti nella sua bocca» (Sal. 57, 7).
Proprio per questo motivo nascondo l'autorità della Divinità e spingo in avanti la timidezza della carne, affinché egli sia catturato non dalla potenza della Divinità, ma sia abbattuto dalla debolezza del corpo.
Il diavolo sconfitto dalla debolezza della carne umana
Per questo stesso motivo, affinché non si vanti di essere stato vinto da Dio, lo inganno per mezzo della carne, per raggirarlo con lo stesso mezzo con cui lui ha tramato. Perciò lo vinco con la debolezza del corpo, affinché non si vanti di essere svergognato dalla Potenza Divina. Essere vinto dalla Divinità gli avrebbe portato più gloria che vergogna. Di conseguenza, ora lo vinco con una carne timorosa, umiliata e debole, non tentando, ma essendo tentato; non colpendo, ma subendo colpi; non uccidendo, ma morendo; non crocifiggendo, ma essendo crocifisso; non percuotendo, ma sopportando percosse, affinché la vittoria non sia ascritta a Me, ma affinché attraverso l'immagine dell'uomo si renda gloria al genere umano».
11. «Perciò fingo di spaventarmi, affinché il diavolo come un pesce incappi nell’amo e la morte come un passero resti presa nella trappola. Perciò lo inganno nobilmente, dopo che lui ha ingannato malvagiamente. Perciò viene scacciato dal genere umano mediante la natura corporea, dopo averlo incantato con il piacere corporeo. Sopporta ciò che ha fatto. Ciò che fece a molti, lo subisce da Uno. Sì, ciò che lui ha compiuto è rovinoso per coloro che l'hanno patito, ma ciò che Io compio contro di lui è salvifico per l’universo. Perché inganno l’ingannatore con la natura corporea, affinché egli, svergognato, non possa più indurre in errore coloro che lui stesso aveva indotto in errore attraverso la natura corporea. Lui introduce la morte, per mezzo della quale Io dono la risurrezione. Contro la sua volontà ha reso un beneficio al genere umano. Perché attraverso la morte ha introdotto la prefigurazione della risurrezione. Chi tramava contro tutti è divenuto inaspettatamente benefattore dell’universo. Sebbene abbia indotto l’universo in errore, gli ha reso un beneficio: ha inventato un inganno utile al mondo e [ha compiuto] la vittoria sulla propria tirannia. Come una pietra lanciata contro la roccia non spezza la roccia, ma questa distrugge la pietra, così il diavolo, scagliando contro il Mio corpo la morte come una pietra, non ha danneggiato il Mio corpo — «poiché non darai al Tuo santo di vedere la corruzione» (Sal. 15, 10) — ma ha frantumato il proprio pungiglione, poiché non ha potuto sopportare la forza del contraccolpo».
12. «Che nessuno Mi accusi di viltà e ignoranza e non attribuisca parole umilianti alla Divinità. Io sono, secondo la Parola Divina, Pastore: «Tu che pasci Israele, ascolta, Tu che guidi Giuseppe come una pecora» (Sal. 79, 2), e secondo l'Economia dell’incarnazione sono pecora: «Come pecora fu condotta al macello e come agnello senza voce davanti a chi lo tosa» (Is. 53, 7). Così dunque, poiché il diavolo mi tende agguati, volendo rapire la Mia carne come una pecora, ma, spaventato dalla Divinità come da un pastore, indietreggia e fugge, per questo Io nascondo la Mia Divinità come un pastore e mando avanti la carne come una pecora, affinché egli, preso coraggio, si avvicini e, avvicinatosi, afferri, ma, avendo afferrato la Mia carne come una pecora, sia stritolato dalla spada a doppio taglio del Santo Spirito».
La Divinità è impassibile, la carne è soggetta alla sofferenza
13. «Smetti dunque, o eretico, di condannarMi per viltà e ignoranza. Perché Io Mi spavento per mostrare la realtà dell'assunzione della carne. Dico: «L'anima Mia è turbata», affinché impariate che non ho assunto un corpo inanimato, come desidera l’errore di Apollinare. Perciò non attribuire, o eretico, al Verbo impassibile le sofferenze della carne, poiché Io sono Dio e uomo. Dio — come confermano i miracoli; uomo — come testimoniano le sofferenze. Poiché sono veramente Dio e uomo, dimmi: chi ha subito le sofferenze? Se ha sofferto Dio, hai detto una bestemmia. Se invece ha sofferto la carne, perché non attribuisci la viltà a quella a cui attribuisci le sofferenze? Infatti quando uno soffre, l'altro non si spaventa, e quando l'uomo viene crocifisso, Dio non si turba.
E che la carne abbia sofferto, mentre il Verbo non è stato sottoposto a sofferenza, è testimone Isaia, che, contemplando spiritualmente Me insanguinato, chiese: «Perché sono rosse le Tue vesti e i Tuoi abiti?» (Is. 63, 2). I Tuoi vestiti, dice, sono rossi, ma Tu no. Perché il corpo viene trafitto, ma il Verbo Divino rimane illeso. Testimone è anche il patriarca Giacobbe, che dice di Me: «Laverà nel vino la sua veste e nel sangue dell'uva il suo manto» (Gen. 49, 11). Quale manto? Il corpo. In quale sangue? In quello scaturito dal costato.
E se non rigetterete la Mia testimonianza, Io Stesso testimonierò di Me. Sebbene non vogliate, la Mia testimonianza che ho detto ai Giudei è vera: «Perché cercate di uccidere Me, un Uomo che vi ha detto la verità?» (Gv. 8, 40). Dunque, eretico, un uomo ha parlato, non Dio. È proprio quest'uomo Gesù, ucciso dai Giudei, che si spaventa. E non distorcere la parola con la tua ignoranza. Mi spavento affinché la morte combatta con Me come con un uomo e si riveli vinta da Dio».
14. «Peraltro, sebbene provi paura, non evito affatto le sofferenze. Infatti se le avessi evitate, non avrei detto: «Padre, se è possibile, passi il calice». Perché so che per il Padre non c’è nulla di impossibile. Ma se avessi supplicato di allontanare la morte, e Lui non l’avesse allontanata, ne sarebbero risultate due incongruenze.
Se non avesse potuto allontanare la morte o avesse consegnato alla morte senza risparmiare, allora tu, eretico, attribuiresti a Me la paura e al Padre l’impotenza. Dicendo che Mi sono spaventato, hai pur sempre una scusa nella Mia carne, ma pecchi in modo imperdonabile attribuendo al Padre l’impotenza, poiché dici che la forza di Dio è più debole della morte. Inoltre, tu dimostri che Io sono più forte del Padre. E dirò in che modo.
Se Io, vivendo nella carne, ho risuscitato Lazzaro, la figlia di Giairo, il figlio della vedova e di nuovo, morendo nella carne, ho liberato dai sepolcri oltre cinquanta morti, mentre il Padre Mio, non avendo subito la prova né nella carne né nella morte, non ha potuto liberare dal pericolo Me, l’Unico Figlio, come Lui Stesso ha detto: «Questi è il Figlio mio diletto» (Mt. 3, 17), allora guarda, eretico, a che punto sei arrivato. Al punto che, sebbene volontariamente non Mi dai l'uguaglianza, contro la tua volontà concedi il maggiore e mostri più forte del Padre Colui che desideri deridere per la sua debolezza. [Sei giunto al punto di dire] che Io ho liberato le anime trattenute nell’ade, sebbene non lo chiedessero — «Signore, hai fatto risalire dall'ade l'anima mia» (Sal. 29, 4) — ma il Padre non ha liberato la Mia anima turbata dai mali imminenti, sebbene glielo abbia chiesto.
Ma non sia mai! Perché né il Padre per crudeltà o impotenza ha mancato di liberarMi dalle sofferenze, né Io, come se evitassi le sofferenze, ho chiesto di far passare il calice. Se infatti le sofferenze non fossero volontarie, le avrei temute veramente, ma se la morte è volontaria, allora fingevo di essere timoroso per liberare l’uomo ingannando il diavolo».
La Luce di Cristo ha vinto la tenebra dell'ade
15. «Per tale motivo il diavolo, non accorgendosene, Mi ha rapito come intenzionato a inghiottirMi, non sapendo che sarebbe stato costretto a rigettare coloro che aveva inghiottito. In vero, appena entrato nell’ade, ho svuotato i suoi sepolcri, ho spogliato le tombe. Le ho spogliate, non combattendo palesemente, ma donando invisibilmente la risurrezione. Perché non liberavo nessuno — e ho fatto uscire tutti; non dicevo nulla — e predicavo la libertà; non chiamavo nessuno — e tutti sono accorsi. Non appena Io come Re Mi sono avvicinato, il tiranno è stato abbattuto; non appena Io ho brillato come Luce, la tenebra si è dispersa. In vero si poteva vedere che ogni prigioniero volgeva lo sguardo alla libertà e ogni captivo glorificava la risurrezione. [Si poteva vedere] come questi morti si stupiscono di Me a causa della vittoria, ridono della morte a causa della sua sconfitta e dicono: «Dov'è la tua causa, o morte? dov'è il tuo pungiglione, o ade?» (Os. 13, 14)».
Ed è tutto proprio così. E per ciò che è stato detto eleviamo gloria a Cristo, Re universale di tutti, poiché a Lui si addicono gloria, onore e adorazione con il Purissimo Padre e il Tuttosanto Spirito nei secoli dei secoli. Amìn.


