Siamo venuti qui per combattere

Prologo

In questo testo vibrante e privo di compromessi, la beata Gerontissa Macrina (Vassopoulou, 1921-1995), madre spirituale del Monastero della Panagia Odigitria di Portarià in Grecia, ci offre una lezione fondamentale sulla "lotta invisibile". Le sue parole, pronunciate per le sue monache, risuonano come un antidoto alla tiepidezza spirituale che affligge anche i laici.

L'insegnamento ruota attorno al concetto di "attenzione" (trezvènie o nefsi): come il monaco (e ogni cristiano serio) non deve sprecare energie nell'analizzare i difetti altrui, ma concentrarsi esclusivamente sulla propria anima e su Dio. La Gerontissa Macrina usa esempi forti, dal "pugno" con cui dobbiamo stringere la grazia, alla commovente storia della monaca Parfenia che, illuminata dalla Madre di Dio, dipingeva icone stando al gelo sulle impalcature. Il cuore del messaggio è chiaro: siamo qui per combattere contro noi stessi, non per "fare i turisti" in un monastero. Solo cadendo e rialzandosi, solo accusando se stessi invece del prossimo, si può sperare di attirare la grazia.


Un comportamento litigioso, sfrontato e orgoglioso è un peccato così grande e terribile che non si può esprimere a parole. 

Gerontissa Macrina Vassopoulou 1921 1995Vi prego, fate attenzione affinché tutto, anche le cose più piccole, siano fatte con la benedizione. Tenete a mente: qualunque cosa faccia l’uomo, nulla rimane segreto. Non ditevi: «Farò questo di nascosto, e nessuno lo saprà». Tutto, qualunque cosa un uomo abbia commesso, diventerà palese (cfr. Lc. 8, 17). Ciò che semini, quello mieterai. Se farai il bene, troverai il bene; se farai il male, esso ritornerà a te. Dio dispone le cose in modo tale che tutto venga scoperto.

Quando l'uomo serve il peccato, Dio renderà sempre la cosa palese. Il Signore troverà il modo necessario, il tempo necessario e disporrà le circostanze così che all'improvviso scoppierà un incendio. E prova dopo a spegnerlo e a correggere tutto ciò che è accaduto! Così il nostro peccato diventa scandalo per molte persone.

Per questo è necessario custodire l'attenzione ancor più della preghiera. Quando l'uomo ha la sobrietà (nefsi), controlla di andare per tempo all'obbedienza e di sforzarsi per quanto ne ha le forze. Tutto ciò che ognuno di noi fa per amore di Cristo, lo ritroverà nel futuro. Quando un lavoratore fatica un'ora o due più del dovuto, il datore di lavoro gli paga gli straordinari. A maggior ragione Dio ci ricompenserà per ogni fatica intrapresa per causa Sua.

Stiamo attenti a non contraddire. Un comportamento litigioso, sfrontato e orgoglioso è un peccato così grande e terribile che non si può esprimere a parole. Tutte le parole inappropriate che l'uomo dice sono manifestazione di un cuore peccaminoso e non sono gradite a Dio (cfr. Mt. 12, 34).

Nel momento in cui uno sta per dire una qualche frecciata, si morda la lingua. Se invece l'ha detta, si confessi subito, faccia una prosternazione e si penta di essersi espresso in modo indebito. Tale comportamento non piace né a Dio, né al prossimo; è un peccato molto grande. Qualunque cosa ci sia – irritazione, disperazione, pensieri malvagi – teniamoci a freno. Perciò è detto: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mc. 14, 38). Per non cadere nelle tentazioni, l'uomo deve essere sempre attento a se stesso.

Noi tutte, che seguiamo la via del monachesimo, dobbiamo diventare più attente. E allora impareremo a non litigare, a non lasciarci coinvolgere in discorsi mondani, a non alzare la voce. Del resto, questo lo richiede anche la comune educazione laica. Ma noi dobbiamo aspirare ad essere educate spiritualmente.

Avere un’educazione spirituale è una grande cosa, poiché Dio Stesso istruisce una persona simile su come bisogna dormire, come alzarsi, come sorvegliare se stessi, come praticare l'ascesi durante il giorno. La voce di Dio grida dentro di noi: «Non fare questo, non fare quello». E anche se qualcuno vorrà ribellarsi, la coscienza gli griderà: «Attenta, sei una grande schimonaca, sei una novizia, indossi la ryassa».

Nessuno può sfuggire alla propria coscienza. Per quanto l'uomo possa usare stratagemmi, sentirà inevitabilmente il rimprovero della coscienza, ad eccezione solo di quei casi in cui la mente dell'uomo si è ormai del tutto dilatata ed è diventata insensibile, come è detto: «Si è fatto grasso, si è fatto grosso: e ha abbandonato Dio che lo ha creato» (Deut. 32, 15).

Ma se uno ha un'educazione spirituale, sarà attento a ogni dettaglio: alle funzioni liturgiche, alle prosternazioni e così via. In qualsiasi circostanza egli compirà il pòdvig, verserà lacrime, seguirà i suoi doveri spirituali, si istruirà nella Legge di Dio, piegherà le ginocchia nella preghiera e così acquisirà la grazia di Dio. E senza la grazia di Dio non c'è progresso. Com'è terribile vivere in monastero e non avere in sé la grazia di Dio, non sentire la beatitudine, la trasfigurazione divina, la dolcezza, il desiderio di Dio!

Dobbiamo avere abnegazione. L'abnegazione attirerà nell'anima buoni cambiamenti, le lacrime, l'umiltà, tutte le virtù. Chi rinnega se stesso, Dio lo riempirà immancabilmente della Sua grazia. Ma quando in noi non c'è grazia, abbandoniamo subito la lotta, iniziamo a esprimerci in modo indebito, litighiamo, ci adiriamo, gridiamo, gesticoliamo violentemente con le mani e cadiamo in risentimenti fuori luogo per il minimo motivo.

La ribellione, l'ira, il disordine: tutto ciò dimostra che l'uomo non ha accolto nella sua anima i buoni cambiamenti per essere pronto a umiliarsi. Ma quando Dio dimora in noi, allora abbiamo sia la pazienza, sia l'umiltà, sia l'obbedienza, sia la sobrietà. Dio si rattrista molto e soffre a motivo del fatto che non conduciamo la vita spirituale con quell'attenzione che Egli richiede da noi in quanto grandi schimonache e monache ryassoforo.

Quando abbiamo fede nella starica (anziana spirituale), la sua preghiera ci copre, e allora possiamo essere degni di vedere le cose celesti. La nostra fede verso di lei favorirà la liberazione dalle passioni e dai difetti. Ma finché non abbiamo vera fede, non possiamo troncare in noi né la menzogna, né il vaniloquio, né la contraddizione, né la superbia, né l'egoismo.

Non siamo venute qui per il riposo estivo o per fare turismo. Siamo venute qui per combattere. Dobbiamo lottare, e se cadiamo, dire: «Sono caduta, perdonatemi. Ho peccato, pregate affinché mi corregga. Sono caduta di nuovo, e di nuovo chiedo perdono». Tale è la nostra guerra.

Se cadiamo da qualche parte per strada, sapete come ci vergogniamo quando si raduna la gente a guardare che cosa ci è successo. Quanto più, dunque, dovremmo vergognarci quando cadiamo in una moltitudine di trasgressioni e sul cuore ci sentiamo tristi e pesanti? Non dobbiamo forse ricordare quell’occhio insonne di Dio che vede tutto? Il tuo prossimo è caduto nel peccato? Preghiamo e chiediamo alla Madre di Dio che si penta.

Sapete, quando ero ancora molto giovane, lavoravo in una fabbrica dove c'erano duemila persone, e cercavo di mantenermi nella dovuta opera spirituale. Non mi interessava cosa facesse l'uno o l'altro. Accanto a me succedevano molte cose, ma io non prestavo loro alcuna attenzione. Praticavo solo costantemente la Preghiera di Gesù, e nient'altro.

Qui siamo in un monastero cenobita. Inevitabilmente cadremo e ci rialzeremo. Quando c'è fede, pietà e fiducia nella starica, possiamo sempre porre un nuovo inizio e correggerci.

Alla confessione diremo umilmente così: «Geronda, cerco di lottare con le mie passioni. Mi combatte molto forte questa o quella passione; ho un tale odio, un tale egoismo, una tale contraddizione, una tale ira... Vedo in me la mancanza di volontà di umiliarmi e faccio ciò che rattrista sia Dio che lei...» Apriamo così la nostra anima affinché possa venire la grazia di Dio. Invece di giustificarci, guardiamo meglio nella nostra anima, pensiamo a come ci siamo comportate in questo giorno, guardiamo le nostre cadute e la nostra indegnità.

Io stessa sono molto debole. Se avessi virtù e potessi aiutarvi e sostenervi meglio, vi darei «cibo solido» (cfr. 1 Cor. 3, 2). Ma io stessa mi reggo a malapena in piedi. Voi non ricevete da me nulla di spirituale e per questo siete esauste. Da dove troverete le forze?

Quando il pensiero ci dice: «Perché lei mi ha detto questo?», rispondiamogli così: «Sia benedetto! Ha detto tutto giusto». Non facciamo domande superflue. Non abbiamo una viva obbedienza!

La nostra mente deve essere in Dio, dal Trono di Dio trasferirsi alla Madre di Dio, e dalla Madre di Dio di nuovo al Trono di Dio.

A noi come monache conviene aspettarci la vera giustizia solo in cielo. Qui sulla terra saremo disprezzate, derise, ci parleranno sgarbatamente, ci tratteranno male, ci faranno questa o quella cosa, ma noi dobbiamo ugualmente compiere la volontà di Dio. La nostra mente deve essere in Dio, dal Trono di Dio trasferirsi alla Madre di Dio, e dalla Madre di Dio di nuovo al Trono di Dio. Là deve essere rivolta la mente del monaco. Tali meditazioni deve avere! Avrà l'amore, e non c'è virtù superiore all'amore. E quando la grazia di Dio scorgerà il suo amore per il prossimo, lo illuminerà, lo coprirà e lo rafforzerà.

Nella nostra anima manca questa nobiltà spirituale, e perciò mormoriamo tutte e ci lamentiamo di cosa ha detto o fatto il prossimo. Non c'è Dio nella nostra anima! Ecco, esaminate voi stesse. Esaminiamo noi stesse tutte quante, e io per prima, e vediamo se c'è Dio nel nostro cuore o se ci occupiamo dei difetti degli altri.

Se vedi una sorella che calunnia un'altra, sappi: in lei non c'è Dio. Dobbiamo saperlo! Bisogna lottare! Sì, io stessa cado spesso. E che cosa succede quando la monaca rivolge la sua mente a Dio? Esamina le sue azioni e il motivo per cui le ha commesse, per comprendere correttamente cosa la tenta. Ragiona così: «La mia sorella è pure un essere umano. Oggi è caduta lei, domani cadrò io».

Oggi Dio ti ha coperta, Egli dimora nel tuo cuore e tu non pecchi, ma domani potrebbe allontanarsi da te, e allora rimarrai denudata della grazia di Dio e cadrai negli stessi peccati! Significa che tutte noi ci troviamo in uno stato passionale e incessantemente cadiamo nel peccato e in ogni male. Le nostre passioni si sono radicate in noi, e senza Dio non possiamo estirparle.

Quando viene la grazia di Dio, non ci preoccupiamo dei peccati altrui. Se ne va la grazia divina? Scopriamo subito ovunque difetti e notiamo persino le più piccole inezie. A questo ci istiga il diavolo. Egli sintonizza il nostro cervello sull'analisi delle altre persone, e noi la eseguiamo così dettagliatamente e con tale accuratezza, come se avessimo qui un laboratorio chimico e non un monastero: «Ecco, adesso la madre ha fatto questo! E ora ha fatto quello!». Sorprende solo come la sorella faccia in tempo a notare tutto questo? Eppure nota. Fruga per trovare, vedere, sentire e denunciare le debolezze della sua sorella, perché così è sintonizzata la sua mente.

Se invece custodisce la sua mente in Dio e presso il trono della Madre di Dio, non avrà tempo per guardare e monitorare gli errori del prossimo, poiché la sua mente sarà presso il Trono di Dio, in pace e quiete, senza alcun turbamento o tristezza. La sorella penserà così: «Dio ha permesso questo affinché io mi umiliassi. Qualcosa non va nella mia vita spirituale. È colpa mia».

Dunque, dobbiamo condurre su noi stesse un autocontrollo spirituale. Quando nella nostra anima si affermeranno l'autoaccusa e la sobrietà, diverremo veramente una schiera angelica. Ma poiché non abbiamo raggiunto questa salute spirituale, ci occupiamo tutto il giorno oziosamente ora dell'uno ora dell'altro, e perdiamo il nostro tempo prezioso. Il giorno viene speso nell'esteriorità, e non possiamo contemplare il volto di Dio.

Oh, com'è bello quando la nostra giornata passa nell'incessante esame di sé e nel pianto per i nostri peccati, quando vediamo solo noi stesse e non ci guardiamo attorno né a destra né a sinistra!

Chiediamoci così: «Ho adempiuto oggi qualcosa dei comandamenti di Dio? E quali? L'amore? Mi sono guardata dal giudizio? Quali virtù ho compiuto? La preghiera? La memoria di Dio? Che cosa ho acquisito? Nulla! E ho fatto opere di misericordia? Ho pregato per qualcuno? No».

Allora cadiamo in ginocchio e piangiamo per la sorella che soffre e si tormenta. Inginocchiamoci davanti a Cristo ed eleviamo a Lui la nostra breve preghiera: «O Cristo mio Dio, mia sorella è creazione delle Tue mani a Tua immagine e somiglianza. Oggi è caduta lei, e domani io. Non so come mi ritroverò in quell'ora e in quale oscurità io, miserabile, andrò». «Non proclamare beato nessuno prima della morte». Nessuno deve fidarsi di se stesso fino alla tomba.

Ricordate cosa diceva San Macario? Quando saliva al cielo, i demoni gli gridavano dietro: «Sei grande, o Macario!». «No, non sono grande», rispondeva lui. «Quando arriverò là dove devo, allora vi dirò se sono beato».

Perciò dovete chiarire molto bene a voi stesse che, quando vedete la caduta di una nostra sorella, occorre pensare alla propria caduta. Siamo tutti nella stessa barca, «in quanto porto la carne e vivo nel mondo», perché la nostra carne è tutta passioni e infermità. Quando la grazia di Dio ci abbandona, insieme ad essa se ne va tutto ciò che è buono. Rimaniamo privati della grazia, e al diavolo si apre subito l'accesso per flagellarci; egli si insedia nella nostra anima e ci trasforma in barattoli bucati.

Perciò, quando viene la grazia di Dio, dobbiamo essere estremamente attente a trattenerla saldamente nelle "nostre mani". Per trattenere la Grazia Divina, il nostro "pugno" dev'essere stretto forte forte, poiché se essa se ne va dalla nostra anima, cominceremo subito a inciampare spiritualmente. Quando invece la Grazia Divina riposa in noi, l'uomo intero irradia gioia, diventa ricettacolo di Cristo Crocifisso e non ferisce nessuno.

Dio giudicherà ogni uomo a modo Suo, perché ogni uomo ha il suo mondo interiore. Ora noi giudichiamo dal nostro campanile, ma non sappiamo come giudicherà Dio. Criticando il prossimo, rubiamo per noi il giudizio di Dio. Il diavolo ci inganna, e poi ci giustifichiamo: «Questo non l'ho mai fatto. E quello non l'ho commesso. Io non sono come loro». Eppure continuiamo a peccare.

Anche molti santi cadevano in trasgressioni. Perciò stiamo attente e accettiamo tutto ciò che Dio permette per noi. Gettiamo noi stesse davanti al trono di Dio e della Santissima Madre di Dio. Quando avremo zelo nell'adempiere tutto quanto detto sopra, la Grazia Divina ci rafforzerà e scaccerà dalla nostra anima tutto ciò che è cattivo. Allora vivremo come vere monache.

Oggi è venuta da me una persona spirituale e abbiamo parlato della signora Maria Papamakariou di Atene. Era come la sorella Tabita.

La signora Maria era una donna ricchissima, e donò tutti i suoi beni ai poveri. In quegli anni difficili dell'occupazione [nazista], come una madre naturale prese sotto tutela me e mio fratello. Alla fine della vita fondò un grande orfanotrofio e aiutò tanti bambini. Nel momento in cui moriva, il suo volto risplendette come il sole. I suoi familiari notarono una luce molto intensa nella stanza. Chiamava anche me: «Dov'è Macrina, come posso vedere la piccola Macrina?». Riuscii ad arrivare all'ultimo momento e vederla.

La signora Maria ricordava un certo staretz (anziano) che nella sua vita monastica si distingueva per una speciale continenza e ascesi. Sul corpo portava le catene. Quest'uomo lo conobbi personalmente anch'io quando ero ad Atene.

Vivevamo allora con mio fratello nel quartiere Marousi, dalla signora Papamakariou, e andammo molte volte al monastero di questo staretz per aiutare lì. Invece di una cella questo staretz aveva un forno di argilla, in cui si infilava e dormiva lì dentro. Dalla sua celletta uscivano insetti e vari animaletti. «Non toccarli, figlia mia, anche loro sono benedetti da Dio. Li ha mandati Lui a trovarmi», diceva l'anziano. Tanto amore aveva, persino per gli insetti!

Una volta vennero dei vescovi a trovarlo, e lui, così com'era, tutto coperto di cenere, a piedi nudi, come uno jurodivyj (folle per Cristo), uscì incontro a loro, fece una prosternazione e baciò le loro mani. Che scena fu! Si meravigliarono della sua ascesi e abnegazione.

A una sua figlia spirituale di nome Parfenia, che era andata in monastero, fu data una visione dell'intero Secondo Avvento. Le apparve la Madre di Dio e le mise in mano una moneta. Da quel momento lei, che prima non aveva capacità per l'iconografia, iniziò a raffigurare sulle icone ciò che aveva visto.

Quando arrivammo da lei con lo staretz, e anche con i coniugi Papadimitriou della casa editrice "Astir", era inverno, faceva gelo, in strada c'erano tre palmi di neve. Vedemmo come lei dipingeva in chiesa la scena del Secondo Avvento. Stava sulle impalcature e la sua mano si muoveva così velocemente, come se fosse meccanica. Dipingeva molto in fretta. Vedemmo raffigurazioni di demoni terribili e ci sentimmo inquieti, a disagio.

In chiesa faceva così freddo! Come faceva a non congelare, stando lì per ore senza stufa e riscaldamento? Noi eravamo gelati, e lei era lassù sulle impalcature e affrescava le pareti. Terminò la pittura del tempio in tre mesi, sebbene ci fosse lavoro per sei-sette mesi. Così velocemente lavorava.

Anche il suo staretz era stupito dal dono che si era aperto in lei. La sua anziana ci raccontò ciò che lei contemplava nella rivelazione. Oh, quali cose non vedeva questa monaca! E come vedeva, così affrescò tutta la chiesa. Era una monaca come ce ne sono poche.

Il suo staretz amava le persone ed era molto ospitale. Ordinava ai suoi monaci di non chiedere mai agli ospiti che arrivavano al monastero da dove venissero, come si chiamassero e di cosa si occupassero, ma di dare subito da mangiare a tutti senza eccezione. A ciascuno mettevano uno sgabello, un piatto di cibo, un po' di pane, una forchetta, una brocca d'acqua, e l'ospite si sedeva a mangiare.

Una volta prese un pezzo di legno, lo segò e disse a un monaco di scavare una buca di mezzo metro. Quello, senza contraddire, prese la pala e scavò la buca. Ecco l'obbedienza senza obiezioni: in silenzio prese e scavò. Poi l'anziano gli disse di piantare quel legno e annaffiarlo. Era sicuro che per l'obbedienza l'albero avrebbe dato germogli, anche se era secco. E in effetti, crebbe un albero enorme. Grande obbedienza mostrava quel monaco!

La misericordia di questo staretz era indescrivibile. Non immaginate quanto fosse misericordioso! Camminava per la strada e, incontrando un povero, gli dava le sue scarpe e tornava a casa scalzo, oppure si toglieva la ryassa, la dava al bisognoso e arrivava al monastero in solo podriasnik (abito talare interno).

Questo anziano giunse a una grande misura spirituale. Quando cantava i tropari di Sant'Atanasio l'Athonita, si scioglieva in lacrime. Io ho conosciuto personalmente queste persone e le ho amate molto. Conducevano una vita santa ed emanavano profumo!

C'era una ragazza che si preparava a diventare monaca. Si chiamava Kalliopi. Era di statura alta e molto bella. Una volta Kalliopi andò da questo staretz e disse:

Geronda, voglio comunicarmi, ma senza la sua benedizione ho letto un libro di teologia.
— Adesso non ti ammetto alla Divina Comunione. Appena finisce la funzione, mettiti sul sagrato e fa' a tutti un inchino (prosternazione) con le parole: "Perdonatemi, ho letto senza benedizione un libro di teologia".

Lei fece così. Stette sulla porta e faceva a tutte le persone che uscivano un inchino. Io sedevo in un angolo e mi scendevano le lacrime dagli occhi per come lei eseguiva l'epitemia (penitenza) con abnegazione. E la gente usciva e usciva. La aspettai, e andammo a casa insieme. Le feci una domanda:

— Dimmi, ti prego: cosa sentivi nell'anima per tutto questo tempo?
— Oh, sono come nata di nuovo, come se mi fossi immersa di nuovo e fossi uscita dal fonte battesimale! Sento una tale allegrezza e gioia.

Non riusciva a trattenere le lacrime per la gioia che la riempiva.

Io non smetto di pregare per voi, chiedendo a Dio e alla Madre di Dio di colmarvi di grazia sia qui che nei Cieli. Vi renda Dio degne di diventare un unico ordine angelico, affinché dimoriate presso il trono di Dio, affinché io sia là e vi veda da lontano, e affinché per le vostre preghiere anch'io ottenga la salvezza.

Questo chiedo nella mia umile preghiera, dicendo: «Santissima Trinità, Tu illuminale, guarda su di loro e manda loro il Tuo Santo Spirito, irradiale e da' loro spirito di conoscenza e verità, affinché conoscano e sentano la Tua presenza dentro di sé, e gustino la vita spirituale».

 

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Fonte: Starica Macrina (Vassopoulou), «Parole del cuore», Edizione del monastero di Filotheou, Monte Athos
(Traduzione non ufficiale)

 

 

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