Discorso sulla fine del mondo

In quei giorni gli apostoli si accostarono al Signore, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine di questo tempo?». E dice loro Gesù: «Date ascolto al profeta Daniele, che dice: [...] Il regno di Dio non ha fine, e la fine di questo tempo non la conosce alcuno, se non il Padre e colui che egli ha mandato nel mondo, Gesù Cristo. Guardate dunque di non essere ingannati: numerosi infatti sorge­ranno falsi profeti e falsi messia.

giovanni apocalisse scena1L'apocalisse apocrifa, attribuita dai codici a Leone di Co­stantinopoli, fa parte della serie di visiones Danielis medioeva­li, uno dei generi letterari caratteristici della letteratura bizan­tina1: tuttavia, anche se noto ai maggiori studiosi della ma­teria2, il testo di essa è rimasto, fino ad oggi inedito, ed è tuttora attribuito al patriarca Leone Stipa, attribuzione che suscita notevoli perplessità. Non è stato comunque il generico desiderio di colmare una lacuna a suggerire l'edizione di tale testo, ma piuttosto l'intenzione di presentare del materiale nuo­vo, il cui esame linguistico, storico e culturale potesse condurre in qualche modo a risultati concreti e validi.

Va osservato infatti in primo luogo che un testo di questo genere, per la sua stessa ragion d'essere, rappresentava un ruolo determinante per la formazione religiosa e culturale di larghi strati della società: da questi «apocrifi» partiva il messaggio che con maggiore immediatezza poteva essere accolto dal popo­lo, e, viceversa, in questi testi confluivano e prendevano forma dottrine e immagini che spesso rappresentavano tutto il patri­monio di conoscenza sull'aldilà e sul contrasto tra Bene e Male per monaci e sacerdoti spiritualmente assai vicini al pubblico a cui si rivolgevano. [Dalla Premessa di Riccardo Maisano]

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In quei giorni gli apostoli si accostarono al Signore, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine di questo tempo?». E dice loro Gesù: «Date ascolto al profeta Daniele, che dice: io, Daniele, vidi l'anziano di giorni seduto su un trono di gloria. Se dunque egli lo definisce anziano e anteriore al tempo, perché voi cercate di conoscere la fine? Il regno di Dio non ha fine, e la fine di questo tempo non la conosce alcuno, se non il Padre e colui che egli ha mandato nel mondo, Gesù Cristo. Guardate dunque di non essere ingannati: numerosi infatti sorge­ranno falsi profeti e falsi messia, mostrando grandi prodigi, cosi da ingannare, se possibile, anche gli eletti». Ascolta Daniele, che dice: negli ultimi giorni sorgeranno templi ed altari, saranno edificate città e saranno popolati deserti, e allora si leveranno molti capi crudeli, inclini al male e disposti alla crudeltà. E si leverà regno contro regno e nazione contro nazione, vi saranno guerre e sommosse, grandi paure e terremoti ovunque: quando cominceranno ad accadere queste cose, allora sarà il principio dei dolori. Quando io, Daniele, ebbi udito e compreso, il mio cuore e la mente furono colti da stupore per quello che sarebbe accaduto in quei giorni. Allora soffriranno e si lamenteranno i figli per i padri e i padri per i figli, allora gemerà il cielo e farà cordoglio la terra e negherà i suoi frutti; allora si leverà ogni nazione verso il santo battesimo, si leverà verso di te ogni nazione, Città dei sette colli, si leverà e non desisterà: e saranno aperte le tue porte e non saranno chiuse, e ogni nazione ti adorerà. Sta scritto infatti che davanti ai tuoi imperatori, Città dei sette colli, si piegherà ogni ginocchio e ogni nazione, e ai loro piedi si prostrerà ogni lingua, ed ogni creatura piangerà per te.

Io, Daniele, ti vidi e fui spaventato, le giunture delle mie membra tremarono, i miei occhi non cessano di lacrimare, la mia lingua smise di parlare. Ma guai ai governanti della settima età, guai ai vescovi di quei giorni, guai ai preti, poiché giunsero al compimento di quei giorni: cesseranno infatti le funzioni sacre e taceranno i canti, le chiese di Dio faranno cordoglio, e i sacerdoti saranno come laici. Ci sarà allora una grande afflizione sulla terra, l'arcobaleno non si leverà, l'aria sarà sconvolta, i monti e le valli saranno volti in fuga. Io, Daniele, quando compresi, rimasi stupefatto.

Ascolta come sarà il principio di quei giorni tristi, amari, crudeli, pietosi e disgraziati. Si leveranno infatti al principio di essi delle stirpi crudeli, sanguinarie e malvagie nella Città dei sette colli e faranno scomparire le chiese di Dio, e s'impadroniranno dell'uomo puro, e fuggiranno da loro non pochi dell'ordine sacerdotale, della Chiesa di Dio e dei monaci: da questo tutti conosceranno che la fine è vicina. E dopo queste cose si leverà un imperatore nella Città dei sette colli e li colpirà, un imperatore che non teme Dio e non rispetta l'uomo, sorgerà una belva grande e selvaggia che non sarà domata: è fuori di sé lo sciagurato nell'insorgere dell'ira, è fuori di sé il mi­sero nell'insorgere della furia, e il misero vede come nemico del mondo il giorno della furia, e vede il principio del male e teme il giorno in cui perde la propria vita; e il suo nome è detto Abar. E dunque questo empio e terribile imperatore, come predissi, si alzerà dal suo trono e colpirà gli altri regni, e si sottometteranno a lui le nazioni, e molti stranieri riceveranno il battesimo ed edificheranno città soli­tarie; ed egli onorerà le nazioni e si prosternerà a stranieri infedeli, ma perseguiterà il popolo di Dio e lo combatterà da una città all'altra fino alla fine. Questo regno rinnoverà la Gerusalemme terrena e com­pirà la celeste, combatterà con Dio, combatterà con gli angeli: la ce­nere combatterà col fuoco, le tenebre combatteranno col sole, il fango combatterà col fuoco. Ascolta!

Il demonio infatti, volendo conquistare l'imperatore, insi­nuerà nel suo cuore questo ragionamento: «Tu sei un dio sulla terra, e un altro dio è in cielo e sulla terra; a somiglianza di lui facciamo anche noi: presa una tavola e un pittore, facciamo un'icona imperiale. Noi sappiamo infatti che tu sei venuto da Dio, o imperatore, poiché nessun altro imperatore ha compiuto i prodigi che tu hai compiuto, né ha sottomesso popoli stranieri». E l'imperatore, dopo aver chia­mato a raccolta l'assemblea e i maggiorenti della città, dice loro: «Orsù, facciamo un'icona imperiale e collochiamola dinanzi a voi, così che l'adoriate col Cristo». E tutti gli dicono: «Sì». E, convo­cato un pittore, egli collocherà la propria immagine fra il Cristo e la sua santa madre, e la porrà al cospetto di tutti nel palazzo. E manda araldi con trombe di grande suono, e tutti si raduneranno in fretta per adorare l'icona: «Se qualcuno di voi non si prostrerà, immediatamente morrà». L'aralda grida con forza, e si raccoglieranno tutti i potenti della città. E dice loro l'imperatore: «Prostratevi, e adorate l'icona che ho posto dinanzi a voi, e chi non farà così morrà in malo modo». E tutti, rispondendogli, dicono: «Noi adoreremo, ma chiama prima la schiera dei monaci, e adori essa, e così faremo anche tutti noi dopo: ma se essi non adoreranno, neppure noi adoriamo, nemmeno se ce lo impone il tuo editto e l'icona». E l'imperatore manda araldi in tutta la città e la regione, e radunerà i maggiori fra i padri, e saranno messi dinanzi all'icona, e saranno trattenuti quaranta giorni. E in te si raccoglierà tutta la schiera dei monaci, Città dei sette colli odiosa assassina, e non ado­reranno l'immagine dell'empio imperatore.

Viene allora un monaco da lontano, pieno di Santo Spirito, da un luogo chiamato Telema, vicino al paese degli Acemeti: egli viene da quella contrada rapidamente, per sostenere la lotta e ottenere il premio da Cristo re, viene per non restare diviso dai suoi compagni di lotta, ansioso di essere il primo fra tutti, viene a scontrarsi col­ l'empio imperatore. Il suo nome è Stefano, è di mezza età, biondo, ricciuto, dallo sguardo vivace, e dice agli altri fratelli: «Orsù, mo­riamo, poiché il mondo è nel lutto». Ed essi lo rimprovereranno, dicendo: «Lascia perdere, affinché non ci sfiori questa furia luttuosa». Egli dice loro di nuovo: «Io vado, muoio per tutti io solo». Allora, vedendo che si affretta al buon combattimento, gli dicono: «Andiamo, moriamo anche noi con te!». E dopo essersi prostrato, levato lo sguardo al cielo, dice piangendo: «Signore del cielo e della terra, creatore di tutto l'universo, tu che hai fatto l'uomo a tua immagine e somiglianza, e gli hai dato onore per tua propria volontà e hai fatto si che egli governasse sulle creature terrestri, tu che hai fissato i limiti della sua vita, tu che per i nostri peccati hai disteso sulla croce le tue mani immacolate, sii vicino ai tuoi servi quest'oggi, e da' loro, Signore, perseveranza, coraggio e valore, affinché nessuno rinneghi il tuo santo nome, o Signore!». E poi che ebbe dette queste cose, ecco una nube dal cielo e una voce dalla nube, che dice: «Coraggio, Ste­fano, io sono con voi».

 

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Note
1 Cfr. BHGJ, III, p . 314 (n. 1871); id., Auctarium, p. 188: il testo di Leone è registrato al n. 1871a.
2 Cfr. K. KRUMBACHER, Geschichte der byzantinischen Litteratur, Munchen 18972, p. 173; H.-G. BECK, Kirche tmd theologische Literatur im byzantinischen Reich, Munchen 1959, pp. 632-33.

 

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Fonte: Riccardo Maisano, L'Apocalisse apocrifa di Leone di Costantinopoli, Morano Editore, Napoli, 1975, pp. 150-153

 

 

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