La penisola del Monte Athos

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La Repubblica monastica del Monte Athos si trova nella propaggine più orientale della penisola Calcidica, in Grecia. Per raggiungere la repubblica non esistono delle strade poiché quest'ultime terminano a Ouranoupolis, un piccolo paese turistico dal quale ogni giorno parte un traghetto che conduce i visitatori e i pellegrini nel Monte Athos. E' bene notare che i visitatori che si recano sull'Athos non devono pensare di andare ad una semplice gita perché ne rimarranno delusi. E' auspicabile un atteggiamento da pellegrinaggio o, quanto meno, uno stile rispettoso e discreto. I monaci accolgono volentieri tutti ma sono sempre infastiditi quando si trovano dinnanzi a visitatori senza alcuno scopo spirituale e con atteggiamento supponente. Se si tollera la macchina fotografica è assolutamente proibita la videocamera. Andando all'Athos, il visitatore ha l'opportunità di accostarsi ad un modo di vita piuttosto insolito, se paragonato a quello mondano. Chiunque sia, se si reca con umile atteggiamento e con preghiera, può avere percezioni poco comuni, intuire realtà non ordinarie, realtà che il linguaggio religioso occidentale denomina "soprannaturali". Tutto ciò è di casa all'Athos ma è percepibile solo se il visitatore sa assumere la veste del silenzioso e rispettoso pellegrino. Tutto ciò che può distrarre il visitatore (telefonini, walkman, discorsi "culturali" e via dicendo) lo allontana da quest'esperienza spirituale e lo pone fuori posto, dal momento che, con queste realtà, si trova nel luogo sbagliato.

Non ci si reca nell'Athos solo per visitare dei monumenti antichi, per vedere una particolare tradizione religiosa o per ammirare una superba natura incontaminata! Si visita l'Athos per aprire il cuore e accogliere Dio che, pur essendo ovunque, si rende più vicino all'uomo quando quest'ultimo s'immergere in un ambiente che lo aiuta a percepire la Sua presenza. In questa prospettiva si accettano i divieti e si comprendono stili di vita che paiono molto distanti da quelli moderni.

Come si raggiunge il Monte Athos

Il foglio di permesso per visitare l'Athos: il Diamonitirion. Per raggiungere il Monte Athos è necessario fare una prenotazione all' "Ufficio dei Pellegrini" per il Monte Athos. La prenotazione deve essere fatta almeno due mesi prima della data nella quale si vuole visitare il posto. La richiesta può essere stilata in greco o in inglese. All'ufficio, che si trova a Salonicco (viale Kon. Karamanli, 14 GR-54638) non è necessario presentarsi di persona. Basta inviare una richiesta per lettera o per fax (Tel. 0030-31-861611; Fax 0030-31-861811). Successivamente l'ufficio stesso provvede ad informare positivamente il richiedente della disponibilità alla domanda (che, se presentata per tempo, è sempre positiva) e chiede l'invio di alcuni dati identificativi essenziali (normalmente la fotocopia della carta d'identità). Due settimane prima di recarsi all'Athos il pellegrino può verificare per telefono o di presenza che non vi sia alcun problema. A questa prima fase segue la seconda. Raggiunto il paesino di Ouranoupolis (i più lo fanno tramite una linea di corriere che congiunge Salonicco a Ouranoupolis, partendo dalla stazione degli autopulman per la Calcidica) il giorno dell'imbarco, poco prima di partire (verso le nove di mattina), è necessario ritirare il lasciapassare per l'Athos da un piccolo ufficio poco distante dal porticciolo. Tale foglio si chiama Diamonitirion ed è stato già stilato in precedenza sulla base dei dati trasmessi dall'ufficio di Salonicco. Non resta che pagare una piccola tassa d'ingresso ed imbarcarsi con il permesso e un documento identificativo. Il permesso non dura più di quattro giorni. Da questo momento il pellegrino non è tenuto a pagare più nulla perché l'ospitalità che gli viene data è gratuita. E' consentita la presenza di piccoli gruppi. Per gruppi più numerosi (dalle dieci persone in poi) si può trovare qualche difficoltà dal momento che il flusso di pellegrini non deve superare giornalmente un certo numero di presenze. Per motivi organizzativi ultimamente alcuni monasteri desiderano essere preavvisati telefonicamente dell'arrivo dei pellegrini. L'ufficio di Salonicco trasmette per tempo l'elenco di tali monasteri (Vatopedi, Iviron, Karakallou, Koutloumousi, Pantokratoros, Xenofontos, Xiripotamou, Simonos Petra, Grigoriou, Stavronikita, Agias Annis) e il loro numero di telefono in modo che il pellegrino si annunci.

Chi può visitare il Monte Athos

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Il Monte Athos è un territorio monastico. I monasteri maschili sono disseminati lungo tutta la penisola. Per questo motivo non è consentito l'accesso alle donne. Per gli uomini non esistono proibizioni e non crea problemi la loro confessione religiosa: essere cattolici o protestanti non è un impedimento per visitare il Monte Athos. Tuttavia non ci si deve meravigliare se ai non ortodossi non è consentito assistere alle Liturgie dopo la professione di fede (il Credo) e se quest'ultimi si devono sedere solo nella parte iniziale della chiesa. Il pasto è condiviso fraternamente con tutti ma la chiesa rappresenta una realtà nella quale non si può confondere l'ortodosso da chi non lo è. Il dovere di carità e di ospitalità al non ortodosso significa ricordargli che non può assistere ad una liturgia che esprime una fede diversa dalla sua. Infatti la chiesa e la preghiera esprimono il contenuto della fede dei presenti. Nella liturgia è necessario che gli oranti abbiano un cuor solo e un'anima sola, dal momento che il culto non è uno spettacolo esterno e richiede l'adesione interiore di tutti. Non è tenuto a quest'adesione il non ortodosso e, d'altronde, non è giusto chiedergliela. E' per questo che costui viene invitato a non fermarsi da un certo punto della preghiera in poi. Per lo stesso motivo il non ortodosso non si può accostare ai sacramenti dell'Ortodossia. Con questo, non significa che i non ortodossi non vengano amati ed ascoltati. Ma ciò dipende pure dal loro rispetto e attenzione.

I lunghi percorsi impegnativi che collegano tra loro i monasteri, devono essere fatti a piedi. Per questo motivo il Monte Athos non è consigliabile alle persone malate di cuore, ai bambini e agli anziani.

Cosa portare con sè e come percorrere il Monte Athos

L'acqua cristallina e la natura mediterranea dell'Athos. Nel Monte Athos non esiste luce elettrica e, tranne qualche strada in terra battuta, il modo ordinario di percorrerlo è quello di attraversare dei piccoli sentieri tra i boschi e, non di rado, qualche torrentello. E' necessario avere una torcia elettrica e un buon paio di scarpe da montagna. Le scarpe da ginnastica non fanno presa sul terreno, soprattutto se si devono superare dei passaggi rocciosi. I percorsi sono raramente leggeri. E' quindi necessario avere uno zaino non troppo pesante per non affaticarsi. Per lo stesso motivo è sconsigliabile recarsi nel Monte Athos nei mesi estivi quando la temperatura raggiunge e supera i quaranta gradi. Le cartine che si trovano sul Monte Athos sono tutte approssimative. Esiste solo una cartina molto dettagliata stampata in Austria. L'ospitalità nei monasteri prevede il vitto e l'alloggio. Se si ha un regime alimentare particolare è bene avvertire il monaco foresterario dell'Archondariki. E' importante sapere che nell'Athos non si mangia carne e che in parecchi periodi dell'anno il tenore alimentare è piuttosto severo (verdura, frutta, olive e poco altro). I monasteri seguono l'ora "bizantina". Ciò significa che il pranzo viene offerto verso le nove di mattina e la cena verso le sei di pomeriggio. In alcuni monasteri (ad Iviron, ad esempio) la cena viene servita anche prima. I più previdenti che programmano lunghe camminate nei boschi, assieme ad una buona cartina, dovranno avere con sè una bussola e un altimetro. Sebbene i percorsi siano segnati, è facile che l'inesperto si smarrisca nelle piccole strade o che si ritrovi in un sentiero che non lo porta da nessuna parte. Una maniera comoda di percorrere la penisola è quella di costeggiarla con un traghetto. E' comunque molto raro che il traghetto faccia il giro del Monte Athos perché le correnti opposte agitano il mare in corrispondenza della testa della penisola. In questo punto, dal quale sarebbero visibili gli eremitaggi, il mare è molto profondo ed è pericoloso attraversarlo in condizioni avverse. Un modo alternativo di percorrere l'Athos è anche quello di chiedere il passaggio ai veicoli fuoristrada che percorrono le polverose strade. Questi mezzi sono un po' frequenti la mattina e corrono raramente il pomeriggio. Ciò non solleva dall'obbligo di fare a piedi dei percorsi più o meno lunghi. Per la pendenza del terreno, è consigliabile munirsi di un bastone sul quale appoggiarsi. La fatica trova la sua ricompensa nella contemplazione di una natura che, con i suoi profondi silenzi e la sua selvaggia bellezza, offre uno spettacolo non comune.

 

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La vita di preghiera

Le origini del monachesimo

Il monachesimo organizzato non appare prima dell'inizio del IV secolo, ma già fin dalle origini del cristianesimo vi furono singole persone che realizzarono la sequela di Cristo in modo radicale, con la rinuncia a costituirsi una famiglia, vivendo nella castità, nella povertà, usando le eventuali ricchezze ereditate in opere di carità a favore dei poveri della Chiesa. Queste persone erano chiamate "asceti" dal greco àskisis, che indicava l'esercitazione laboriosa degli atleti per conquistare la vittoria nelle gare. La vita cristiana veniva paragonata al lungo periodo di preparazione per conseguire il premio finale e quindi realizzata in un continuo progresso spirituale. Ciò tuttavia non comportava una fuga dal mondo.

La fuga apparve forse per la prima volta come programma di vita nella vicenda di sant'Antonio (250-356) che, sentendo leggere nel Vangelo le parole di Gesù "Va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi" (Matteo, 19, 21), le mise letteralmente in pratica, ritirandosi a vivere in estrema indigenza tra il Nilo e il Mar Rosso. Ma non potè rimanere solo: la fama della sua santità attirò molti giovani generosi e nomini maturi, delusi dalle esperienze mondane che, cercando la sua direzione spirituale, si sistemarono nei dintorni in grotte e capanne. Così al difficilissimo e pericoloso ideale della vita solitaria, rimasta sempre nella pratica per alcuni, specialmente nei deserti di Siria, si sostituì una prima forma di vita associata: la lavra. Tuttavia rimase l'originaria denominazione di monaco (monachòs), "solitario", e di ancoreta, "colui che si è ritirato" dal mondo. Attorno alla stessa epoca, un altro egiziano, san Pacomio (290-346), pensò che fosse più utile per il progresso spirituale dei monaci riunirli in comunità in un unico edificio, chiamato monastero, legati all'obbedienza di un unico superiore, con un comune orario giornaliero nel quale alla preghiera si alternasse il lavoro manuale per il mantenimento della comunità. Così nacque il cenobio (koinòbion, che ora si pronuncia kinòvion). Tale formula si propagò rapidamente in Egitto e in Palestina e giunse a Roma verso la metà del IV secolo. In Oriente la si riscontra nelle disposizioni ai monaci di san Basilio (330-379), alla quale più tardi in Occidente si ispirerà la Regola di san Benedetto (480-547). Le disposizioni basiliane applicate variamente nei monasteri, furono precisate nei particolari da san Teodoro Studita (759-826) per il monastero di Studion a Costantinopoli. E' necessario aggiungere che in questi secoli la regola di un santo asceta non coincide con i suoi scritti come se questi fossero disposizioni legislative ma con la vita del santo. La regola in questo tempo non è, dunque, un codice di norme scritte come verrà sentito in Occidente molti secoli dopo. Ciò spiega la libertà con la quale, ancora oggi, vengono interpretate ed adattate le antiche disposizioni monastiche.

Sant'Atanasio, nella sua fondazione all'Athos, imitò da vicino la Regola di san Teodoro, non sopprimendo tuttavia la forma eremitica e il tipo di lavra che già esisteva sulla Santa Montagna. Tuttavia, sulla linea stabilita da San Basilio, collegava gli eremiti con un monastero, e disponeva che il superiore concedesse solo a pochi monaci, già sperimentati nella fedeltà alla vita comunitaria il privilegio di ritirarsi in un eremo a fare vita solitaria di preghiera e penitenza.

Nell'Athos sussistono contemporaneamente le tre fasi dello sviluppo storico del monachesimo: l'eremitismo in capanne talora isolate sulla montagna, nascoste e raggiungibili con difficoltà; la vita parzialmente associata in molte kalivi e kellia; la vita comunitaria nei monasteri e nelle skiti.

Il monachesimo dell'Athos, come generalmente quello orientale, è rimasto fedele allo scopo primigenio della vita monastica. In Occidente la vita religiosa associata si è adattata a seguire un mondo ormai non più statico con la nascita degli ordini mendicanti che completavano o supplivano il clero secolare. Poco alla volta queste comunità religiose divennero prevalentemente sacerdotali. Il fenomeno della clericalizzazione degli ordini raggiunse il suo apice nel periodo barocco e non risparmiò neppure i benedettini, unici in Occidente a meritare correttamente il titolo di monaci. Contrariamente a ciò, in Oriente e, in modo speciale nell'Athos, gli "ieromonaci", cioè i monaci sacerdoti, e gli "ierodiaconi", i monaci diaconi, sono molto pochi: il loro numero è indispensabile per la celebrazione della Divina Liturgia e per amministrare i sacramenti a servizio della comunità monastica. Questa scelta coincide con lo scopo originario del monaco la cui vita non è espressamente dedicata all'apostolato in una parrocchia o nelle missioni, ma alla santificazione personale rinunciando a quanto potrebbe impedire o ritardare l'unione con Dio. Normalmente si dice che lo scopo dei cristiani è comune. Tuttavia se coloro che vivono nel mondo tendono a Dio come chi salendo su una montagna ne percorre la strada, il monaco lo fà come chi scala la montagna stessa. Ecco perché il monaco vive nella castità e nella povertà, nell'astinenza e nel digiuno, ma specialmente nell'umiltà. Quest'ultimo motivo lo spinge a considerarsi un "servo inutile" (Luca, 17, 10), anche se tutta la sua vita fosse tesa a servire Dio. A questo nel cenobio si aggiunge la rinuncia alla propria volontà con la sottomissione agli ordini del superiore e alle esigenze comuni. In queste condizioni si realizza una vera comunità, praticando il servizio del prossimo, la carità fraterna e la pazienza, virtù irrinunciabile là dove vivono assieme parecchie persone. Quanto alla vita intellettuale, non rientra negli scopi del monaco. In Oriente, come nel medioevo occidentale, i monasteri furono la salvezza degli antichi tesori della letteratura classica e patristica, ma ciò non rientra nella finalità della vita monastica, ma al fatto che, tra i lavori manuali assegnati ai monaci, vi era anche quello di ricopiare i manoscritti. Tuttavia, a differenza dell'Occidente, durante la progressiva cristianizzazione dei barbari dopo il crollo di Roma imperiale, in Oriente sopravvisse fino al XV secolo la raffinata cultura romano-bizantina, con le sue scuole imperiali e vari ambienti culturali. Solo dopo la caduta di Costantinopoli, la Chiesa e i monasteri dovettero supplire allo stato cristiano che non esisteva più, salvando con la fede ortodossa i valori dell'antica cultura come pure il sentimento nazionale.

La vita monastica è, in primo luogo, ascetismo che non è fine se stesso dal momento che lo scopo è la vita mistica la quale, secondo i maestri della vita spirituale, irrompe in forza della grazia, cioè di un dono divino, quando la purificazione dei sensi, della fantasia e dell'intelligenza abbia lasciato via libera all'azione del Santo Spirito. Si tratta di un'esperienza spirituale, che i maestri si sono sforzati di descrivere, ma che non può essere compresa se non da chi l'ha provata. Infatti essa non è sul piano di una teoria, che può essere spiegata concettualmente, ma sul piano esistenziale di un contatto personale con Colui che sta al di là delle nostre fantasie e dei nostri concetti. Molti all'Athos hanno raggiunto questa esperienza, ma essa resta il loro segreto; nulla ne appare all'esterno se non, forse, un riflesso in quella semplicità, dolcezza, mitezza e quasi trasognata serenità, che si riconosce nello sguardo di qualche umile monaco.

I gradi della professione monastica

Vi sono all'Athos, come negli altri monasteri ortodossi, tre gradi di professione monastica. Il laico che desidera diventare monaco assiste agli uffici ed è adibito a qualche lavoro. Dopo tre mesi riceve l'abito monastico: una veste talare nera (antérion) allacciata al collo e tenuta aderente alla persona da una cintura di cuoio (zoni); come copricapo lo skufos, un berretto cilindrico, il quale differisce da quello del clero secolare (kamilavchion) perché più basso e senza l'orlo sporgente nella parte superiore. Dopo altri tre mesi può indossare il rason, ampio e leggero soprabito nero con maniche larghissime, comune a ogni grado monastico ed ecclesiastico. Tuttavia questo abito diventa definitivo quando, dopo due o tre anni, il novizio, che ha dato buona prova di sé, non in un noviziato ma nel monastero comune, affidato alla cura spirituale di un monaco anziano, viene finalmente ammesso al primo grado, quello di rasofòros (portatore del rason). Mediante una breve funzione liturgica, e cioè dopo alcune preghiere, il novizio riceve la tonsura, il rason e lo skufos. Quanto alla tonsura, si noti che essa rimane solo come un rito, segno della rinuncia alle vanità del mondo, ma in realtà il monaco si lascia crescere barba e capelli a imitazione degli antichi eremiti. Le lunghe capigliature, annodate dietro la nuca, godono in epoca moderna minore stima, specie nel clero secolare, ma la barba è assolutamente di regola. Il rasoforo non è ancora legato in modo definitivo alla vita monastica e al suo monastero; tuttavia può rimanere tale per tutta la vita.

In genere dopo alcuni anni, da cinque a dieci, il rasoforo viene ammesso al secondo grado, quello di stavrofòros (portatore della croce). Questa professione monastica avviene durante la Divina Liturgia. L'igumeno impone al monaco lo schima (o piccolo abito): è un quadrato di stoffa con la figura della croce e altri simboli sacri, che si porta sulla persona sotto la veste. In seguito il monaco tocca il libro del vangelo, riceve il libro delle regole monastiche, e gli viene praticato ancora il rito della tonsura. Segue la consegna degli abiti monastici, cioè del rason, del mandyas, un largo manto nero per i monaci e viola con linee bianche per i vescovi, un velo nero che copre lo skufos, chiamato epanokalymavchion. Tale velo nel clero secolare è proprio solo dei vescovi e dei dignitari (archimandriti), i quali, anche senza vivere in un monastero, rimangono celibi e fanno la professione monastica. Alla fine gli viene consegnata una candela accesa e una croce di legno, che il monaco avrà sempre con sè caratterizzandolo con il titolo di stavroforo. Il monaco stavroforo è legato per sempre alla vita monastica e al suo monastero.

Il terzo grado è quello del "grande abito" (megalòschima). Solo dopo molti anni di vita monastica esemplare lo stavroforo può accedere al grado di megalòschimos. Il rito, alquanto solenne, comprende ancora la tonsura e la consegna degli abiti monastici, da ultimo l'abito caratteristico di questo terzo grado, il "grande abito", chiamato anche analavos. E' una specie di scapolare che scende sul davanti come una stola, ornato con una croce e con i simboli della Passione (spugna, lancia e iscrizioni varie. Presso i russi esso è completato da un cappuccio ornato di croci. Lo si porta sempre sopra gli altri abiti monastici, ma solo in determinate occasioni. Il monaco megaloschimos partecipa alla vita della comunità come consigliere e guida spirituale, ma è dispensato dai lavori manuali.

Cenobitisino e idiorritmia

Come gia abbiamo avuto modo di far notare, il cenobio, che presenta l'organizzazione monastica più perfetta, ha una costituzione, per così dire "monarchica", avendo a capo l'igumeno (igumenos), che dura in carica per tutta la vita. Viene eletto da tutti gli stavrofori e i megaloschimi del monastero in due sedute: nella prima si designano i più degni d'essere eletti, nella seconda a scrutinio segreto si elegge il nuovo superiore.

L'igumeno esercita la sua autorità con l'assistenza di tre epitropi (procuratori) e di un consiglio di otto anziani. Nel monastero cenobitico tutto è comune, anche gli abiti che ciascuno porta oltre alla preghiera liturgica e alla mensa. L'igumeno non ha alcuno sopra di sé. Neppure il protepissàtis, capo di tutta la confederazione monastica, ha la precedenza sull'igumeno quando visita il monastero. Tuttavia l'arbitrio dell'igumeno è minimo, delimitato com'è dal regolamento; per l'assegnazione degli incarichi hanno responsabilità anche gli anziani del consiglio e gli epitropi. Questi hanno una grande importanza per le mansioni amministrative. Si occupano dei bisogni del monastero e amministrano i beni della comunità. Tra le particolari incombenze affidate al monaci ricordiamo le più importanti: pyloròs o portàris, il portiere; archcondaris, l'addetto alla foresteria (archondarikon) che accoglie gli ospiti e si prende cura di loro; kodonokrustis o kambanàris, il campanaro o più spesso l'incaricato di battere con un martello il simandron, di legno se recato in mano, di ferro se sospeso. Tale strumento segna l'inizio delle funzioni sacre e delle riunioni per la mensa o per altri scopi. Esiste poi l'ekklisiastikòs, il sacrestano; l'anaghnòstis, il lettore. Costui è ordinato con un sacro rito per leggere in chiesa i passi biblici (ad eccezione del Vangelo che è riservato al diacono o al sacerdote) e, nel refettorio, leggere le vite dei santi o altri libri spirituali. I monaci lettori sono anche cantori, perché tutti gli uffici che si recitano in chiesa sono accompagnati dal canto. L'elenco degli incarichi prosegue con il vivliofylax, il bibliotecario; lo skevofylax il conservatore del tesoro nel quale si custodiscono i cimeli, le icone antiche e i paramenti preziosi. Altri incaricati attendono a servizi meno nobili ma non meno necessari: il trapezàris, l'addetto al refettorio; il maghiras, il cuoco; il dochiàris il cantiniere; l'arsanàris, l'addetto al piccolo porto (arsanàs) del monastero; il vadonàris, l'addetto ai trasporti e alle stalle dei muli. Come si vede, il cenobio è concepito come una comunità autosufficiente. Infatti altri monaci lavorano attorno alle coltivazioni (orti, vigneti, uliveti) e sorvegliano o eseguono le provviste di legname nei boschi del circondario. In tal modo, il monastero arriva anche a esportare vino, olio, legname, procurandosi in cambio i generi che non si possono trovare sul posto. Un'ultima caratteristica dello statuto cenobitico, a differenza di quello idiorritmico: nel cenobio non si mangia mai carne, neppure a Pasqua.

Caratteristiche del monastero idiorritmico (idios, proprio, privato, rythmòs, ordine regola) sono il permesso della proprietà privata ai monaci e la vita in gruppi o famiglie monastiche distinte, benché alloggiate nello stesso monastero e riunite in preghiera nella stessa chiesa centrale. La famiglia monastica è composta da cinque o sei monaci attorno a un presidente (proestòs) il quale, come un padre di famiglia, ha il peso finanziario di mantenere i suoi monaci. Il monastero fornisce pane e farina, vino, olio, legna; il presidente deve pensare al resto. Ciò spiega come possa formarsi una famiglia di questo tipo: da una parte il presidente deve avere personalmente dei mezzi e quindi cercare tra i novizi e i monaci liberi chi vuol fare vita monastica sotto la sua presidenza; d'altra parte i novizi o i monaci liberi scelgono un presidente di loro gradimento per mettersi sotto il suo patronato. Naturalmente non vengono mantenuti a ufo; fanno i lavori che il presidente dispone per il buon andamento della famiglia, ma ricevono anche un piccolo salario che mettono da parte e di cui si serviranno liberamente. Nel tempo disponibile possono dedicarsi a qualche lavoro di artigianato e guadagnare qualche cosa dalla vendita dei prodotti di tale lavoro, in genere oggetti religiosi, arredi, piccole icone, incensi pregiati, eccetera.

Ogni famiglia monastica vive in un appartamento proprio: il presidente occupa le camere che vuole e le arreda anche con proprietà ed eleganza e alloggia i suoi monaci nelle rimanenti camere, lasciando alla loro fantasia di arredarle come vogliono. Ogni famiglia ha la sua cucina e il suo refettorio. Nel refettorio comune, di solito grandioso e ornato di affreschi, le varie famiglie si radunano solo tre volte all'anno in occasione delle grandi feste. Ogni monastero conta da tre a dodici famiglie. Non esiste l'igumeno né un'autorità di tipo personale. L'autorità centrale, unico legame tra le famiglie dello stesso monastero, è costituita dal consiglio di tutti i presidenti delle singole famiglie. Naturalmente anche questo consiglio ha un suo presidente (proistàmenos), che viene eletto dai membri del consiglio e deve essere approvato dal consiglio generale di tutti i monasteri dell'Athos (Sacra Comunità o Antiprosopopia). Egli ha il titolo di dikeos (giusto), e tutte le prerogative onorifiche dell'igumeno, ma nessun potere che rietra completamente come prerogativa del consiglio. Il consiglio nomina il padre spirituale (pnevmatikòs) che è il confessore di tutto il monastero; decide sull'ammissione agli ordini sacri (diaconato, sacerdozio) dei monaci appartenenti al monastero. Nomina anche l'economo, amministratore dei beni del monastero, che praticamente sbriga anche le compere per incarico dei singoli presidenti; nomina i sacrestani, perché la chiesa e le cappelle sono in comune, nominando pure l'archondàris, l'addetto alla foresteria, dato che l'ospitalità viene esercitata a nome e a spese di tutto il monastero. Il consiglio decide dell'espulsione di un monaco, se si rende necessaria, ma non dell'accettazione che è prerogativa del presidente che lo prende a carico.

Il candidato, che ha trovato un presidente che lo accetta nella propria famiglia, fa un noviziato di due o tre anni, occupato nei lavori materiali e nella lettura di libri ascetici, con la frequenza regolare alle preghiere comuni. Terminato il noviziato diventa stavroforo con l'approvazione del consiglio. Egli resta però legato al monastero solo per propria volontà. Potrebbe diventare un monaco libero, ma allora dovrebbe provvedere personalmente a tutte le sue necessità, ricevendo dal monastero solo l'abito. La vita comune si svolge nell'ambito della famiglia monastica, tranne che per gli uffici liturgici, celebrati da tutte le famiglie riunite. Il presidente della famiglia non è necessariamente un sacerdote. A questo proposito si noti che i monaci sacerdoti (ieromonaci) o diaconi (ierodiaconi) non hanno nessuna precedenza sugli altri monaci, ma ricevono il medesimo trattamento, ciò in tutti i monasteri, cenobitici o idiorritmici.

Se all'Athos si trova un vescovo come ospite temporaneo o in ritiro definitivo, egli non ha alcuna autorità sui monasteri. Potrà presiedere le celebrazioni liturgiche nelle solennità maggiori; potrà anche essere designato dalla Sacra Comunità per le ordinazioni dei sacerdoti e dei diaconi, ma non spetta a lui interferire nella vita dei monasteri.

Quanto all'autorità spirituale del patriarca di Costantinopoli, che è il capo gerarchico dell'Athos, essa si esercita mediante l'Exarchia, un consiglio di tre metropoliti. Talvolta il patriarca interviene mandando un éxarchos (delegato) straordinario, un metropolita a ciò designato con altri sacerdoti, allo scopo di visitare i monasteri, informarsi sul loro funzionamento, convocare la Sacra Comunità per risolvere le questioni pendenti e comunicare le disposizioni del patriarca. Come già abbiamo notato, nonostante l'opinione della gerarchia e degli intellettuali ortodossi sfavorevole allo statuto idiorritmico, ben sette monasteri, anche tra i più importanti, praticano tuttora l'idiorritmia: Grande Lavra, Vatopédi, Iviron, Chilandàri, Pantokràtoros, Xiropotàmu, Dochiariu.

Un altro punto dove i monaci dell'Athos non temono di mettersi in contrasto con le direttive del patriarcato consiste nella difesa dell'ortodossia. A tal proposito criticano apertamente l'ecumenismo quale sorgente d'indifferentismo religioso. In questa linea, nell'aprile del 1980, la Santa Assemblea (Synaxis) della comunità della Santa Montagna, in sessione straordinaria, emanò una "Dichiarazione" al patriarca e a tutto il mondo ortodosso denunciando l'errore e il pericolo insito nelle relazioni della Chiesa ortodossa con gli eterodossi e particolarmente nel dialogo con i cattolici romani. La Dichiarazione afferma che "il dialogo con gli eterodossi può solo avere lo scopo di illuminarli, perché possano ritornare alla vera fede. Ma il dialogo teologico non può assolutamente accompagnarsi con preghiere comuni, ciò che potrebbe dare l'impressione che la nostra Santa Chiesa Ortodossa riconoscerebbe i cattolici romani come formanti una Chiesa nel senso pieno e il papa come il vescovo canonico di Roma". Naturalmente questo tipo di affermazioni non negano quegli elementi di valore che possono esistere all'interno delle altre confessioni cristiane. Ma quest'aspetto è riscontrabile soprattutto nel dialogo diretto con ogni monaco.

La giornata del monaco

Secondo il nostro modo di computare le ore, la giornata del monaco all'Athos incomincia all'una o alle due di notte secondo le stagioni. Al rintocco del simandron i monaci, rivestiti dell'abito corale, cioè del rason e del velo nero sullo skufos, si radunano nella chiesa maggiore del monastero, detta katholìkòn, e celebrano l'ufficio notturno (mesonyktikòn), l'ufficio dell'alba (òrthros), accompagnato dalle lodi mattutine (Eni). Segue la liturgia eucaristica (la Divina Liturgia), per la quale il sacerdote e il diacono indossano le vesti liturgiche. La Divina Liturgia è celebrata da uno dei sacerdoti per turno. Solo nelle feste la celebrazione è presieduta dall'igumeno, con altri sacerdoti concelebranti. Generalmente i monaci non ricevono con frequenza la comunione. Ciò per umiltà e perché la comunione deve essere preceduta da una lunga preparazione. La questione sulla frequenza alla comunione divise gli animi all'Athos nel secolo scorso. Una corrente sosteneva l'utilità della comunione frequente, altri ritenevano che ciò fosse un segno di presunzione. Infine il patriarca stabilì che ciascuno agisse secondo la propria coscienza. La frequenza alla comunione è molto maggiore presso i monaci russi, anche se esiste qualche monastero greco che la pratica (Grigoriou).

La celebrazione notturna e mattutina dura da quattro a cinque ore. Alla vigilia delle grandi feste vi è la pannychis (tutta la notte) o agrypnia (rinuncia al sonno). L'ufficio comincia alla sera con l'ora di nona e il vespero (esperinòs) e si prolunga per tutta la notte. Il giovedì e venerdì della Grande Settimana (la Settimana Santa), l'ufficio dura praticamente l'intera giornata. A differenza di quanto si è imposto in Occidente, la preghiera dell'ufficio divino non è un obbligo individuale, ma della comunità. Le composizioni dell'ufficio bizantino sono così numerose e ricche da non potersi riunire in un breviario portatile di facile consultazione per il singolo. Esse compongono una piccola biblioteca. Le ufficiature liturgiche hanno varie parti: le preghiere che sono recitate dal sacerdote all'altare; le invocazioni che sono cantate dal diacono tra due cori; i salmi, i canti, le letture che sono cantati alternativamente di due cori. I monaci lettori sono riuniti attorno ai leggii, a destra e a sinistra. Sui leggii sono collocati dei grandi libri che riportano gli uffici di ogni giorno, dei santi e delle feste. Gli altri monaci stanno disposti nei loro stalli tutt'attorno alle pareti della chiesa, ascoltando senza leggere, segnandosi e inchinandosi nei momenti stabiliti. Altre parti dell'ufficio sono: l'ora di prima, di terza, di sesta, che possono essere recitate in altri luoghi, anche sul posto di lavoro. Comunque, la prima può essere un'appendice delle lodi mattutine e la nona è recitata prima del vespero nel pomeriggio. La compieta (apòdipnon: dopo cena) è recitata in comune o in privato prima del riposo notturno.

Dopo la Divina Liturgia, ai monaci viene servita una tazza di caffè o di tè, dopodiché inizia il lavoro e ciascuno si applica in vari modi. Il pranzo è le prime ore della mattina a seconda da quando comincia a sorgere il sole. Quando non è giorno di digiuno, i cenobiti possono mangiare del pesce, mentre nei monasteri idiorritmici anche della carne. Di solito viene servita una zuppa, legumi cotti in acqua e conditi con olio, formaggio, verdura e frutti freschi o secchi. Il vino non manca nei giorni ordinari. Nei giorni di digiuno i monaci si astengono dal pesce, dai latticini, dall'olio e dal vino. Inoltre in questi giorni vi è un solo pasto completo; alla sera solo una piccola refezione. I giorni di digiuno sono 125, distribuiti in quattro periodi: dal 15 novembre in preparazione al Santo Natale, nella Grande Quaresima dalla sesta settimana prima della Santa Pasqua, dalla domenica dopo Pentecoste in preparazione alla festa dei santi Pietro e Paolo (29 giugno). dal primo di agosto in preparazione alla festa della Dormizione (o Assunzione) della Madonna (15 agosto). Inoltre ogni mercoledì e venerdì nel corso dell'anno è giorno di digiuno, tranne qualche mitigazione quando uno di questi giorni coincide con una festa. Durante il pranzo, che ha luogo nel refettorio comune, un lettore per turno legge la vita di qualche santo o scritti ascetici. Una preghiera precede e segue il pasto. Esiste, inoltre, l'uso dell' "elevazione" della Panaghia (la Tutta Santa), cioè di un pane che viene deposto davanti a un'icona della Madonna. Alla fine del pranzo esso viene incensato e benedetto e poi innalzato con un'invocazione alla Madonna, dopodiché ogni monaco ne riceve un piccolo pezzo. Essa vuol ricordare la presenza della Madonna ai pasti degli apostoli e della Chiesa primitiva e vuol sottolineare che, come allora, anche ora spiritualmente la Madre di Dio è vicina ai suoi figli riuniti a mensa. Nelle prime ore pomeridiane c'è un riposo, fino alle due o alle tre. Quest'usanza è comune nei paesi mediterranei, ed è indispensabile nei monasteri dove metà della notte viene passata in preghiera. Nel secondo pomeriggio si riapre la chiesa per l'ora di nona e di vespero e riprende il lavoro. Dopo la cena c'è un po' di tempo libero e la compieta. Come preghiera privata e personale i monaci possono fare qualche lettura spirituale, o pregare mentalmente. Tutti però hanno l'impegno che gli assegna il loro padre spirituale (pneumatikòs) di fare un numero determinato di "metanie" con l'invocazione del nome di Gesù: " Gesù Cristo, figlio di Dio abbi pietà di me!" . La metania è una prostrazione fino a terra (grande metania) o un inchino profondo toccando la terra con la mano destra (piccola metania), che si conclude con un segno di croce e con l'invocazione. Un numero determinato di metanie sostituisce l'ufficio divino celebrato in comune; ciò è di regola per gli eremiti che vivono lontano dalla comunità. Molto è lasciato all'iniziativa individuale. E' appunto praticando questa preghiera di Gesù che gli esicasti si concentrano nel pensiero della presenza di Dio, fino a divenire come trasfigurati. Per contare le invocazioni i monaci si servono di una corda con nodi o grani, simile ad una corona del rosario, detta komboschini (cioè corda a nodi), che i sacerdoti monaci e i vescovi portano attorcigliata sul polso sinistro anche durante le sacre funzioni.

Concludendo, la giornata del monaco all'Athos comporta otto ore di preghiera, otto ore di riposo e otto ore di lavoro, il tutto suddiviso e alternato nel corso della notte e del giorno. Tutto ciò è quello che appare all'esterno. Il perfezionamento interiore, la progressiva capacità di accogliere il dono di Dio, l'esperienza anche straordinaria di tale dono, rimangono il segreto che ogni monaco tiene racchiuso nel cuore.

Il Monte Athos e il monachesimo russo

A diverse riprese uomini e istituzioni del Monte Athos influirono sullo sviluppo del monachesimo nei paesi slavi e particolarmente in Russia. Com'è noto, il popolo russo ricevette il cristianesimo da Costantinopoli quando, nel 988, il principe san Vladimiro e sant'Olga, sua nonna, furono battezzati con i loro sudditi e fu istituita la sede metropolitana di Kiev. Meno di un secolo dopo, verso il 1073, moriva il padre del monachesimo russo, sant'Antonio, fondatore della Lavra delle Grotte (Pecerskaja Lavra) presso Kiev. Egli si era formato all'Athos. Tuttavia la sua personale esperienza orientava la vita monastica in un senso più profondamente penitenziale, con un accento posto sulla peccabilità umana, che rimarrà caratteristico della spiritualità russa. All'Athos si era formato anche san Nilo Sorskij (1433-1508), profondo ed equilibrato esponente della spiritualità esicasta che, tornato in Russia, si oppose con l'esempio e con gli scritti al principio della proprietà terriera dei monasteri. Questo ideale di povertà non fu allora accolto dalle organizzazioni monastiche, ma rivisse più tardi, connaturale col radicalismo dello spirito russo.

Nel 1515 un dotto monaco di Vatopédi, Massimo il Greco (al secolo Michele Trivolis, 1470-1556 circa), fu chiamato dal gran duca di Mosca, Basilio III; per tradurre le opere ecclesiastiche dal greco in slavo. Massimo aveva studiato in Italia, era stato amico di Aldo Manuzio e discepolo del Savonarola. La sua cultura e la sua spiritualità, favorevole alle idee riformatrici di san Nilo Sorskij, urtarono contro la mentalità dominante nei centri di potere; così, dopo quindici anni di lavoro intenso, Massimo fu condannato come sospetto di eresia e incarcerato per ventidue anni in un monastero di Tver. Dopo la morte fu annoverato tra i santi della Chiesa russa.

Un altro erudito greco, monaco a Dionysìu e poi in un kellion della Grande Lavra, Nicodemo Aghiorita m. 1809), influì indirettamente sullo sviluppo successivo del monachesimo russo mediante una voluminosa opera di compilazione chiamata Filokalìa (amore per la bellezza), un'antologia di scritti di ascetica e mistica, dai più antichi monaci egiziani ai padri greci e ai teologi esponenti dell'esicasmo, fino a Palamas e a Nilo Cabasila. Stampata a Venezia nel 1782, essa divenne quasi la Bibbia della preghiera esicasta specialmente in Russia. Infatti, attorno allo stesso tempo, un monaco ucraino, Paisi Velickovski (1722-1794), dopo essere stato nel monastero Pantokràtoros e aver fondato la skiti di Sant'Elia, si stabili con i discepoli in un monastero della Bucovina ed ebbe la felice idea di tradurre in slavo la Filokalìa (Dobrotoliubie), che fu pubblicata nel 1793. La diffusione di quest'opera influì potentemente sulla rinascita monastica in Russia, con la valorizzazione della direzione spirituale da parte degli starcy (monaci anziani). Si rese famoso in quest'opera di guida verso la perfezione il monastero di Optina, a cui nel secolo scorso ricorrevano anche gli intellettuali russi tornati alla fede ortodossa. Tale era la figura dello starec Zosima (il suo vero nome era Amvrosi, Ambrogio), immortalata da Dostoevskij nel romanzo I Fratelli Karamazov. Si può vedere in azione la spiritualità della Filokalìa nel libro, assai noto e incantevole per la sua semplicità, Racconti di un pellegrino russo.

 

5. Monte Athos-arsanàs-cop

I Monasteri della Sacra Montagna

LA GRANDE LAVRA

GrandeLavraMonastero idiorritmico dedicato a sant'Atanasio Athonita, che ne è il fondatore. Fondato nel 963. Il termine lavra in origine non indicava un monastero, ma un insieme di abitazioni monastiche indipendenti che facevano capo a una chiesa comune. Quando sant'Atanasio inizio la sua fondazione già esistevano all'Athos dei raggruppamenti a modo di lavre. Di qui si spiega il nome di Meghisti Lavra, "la più grande lavra", benché in seguito sia rimasta la sola a conservare questo nome, e lo conservò nonostante che sant'Atanasio le abbia dato la struttura e la regola di un monastero. Si calcola che vi siano nella biblioteca 1950 manoscritti, di cui 690 su pergamena. Dalla Grande Lavra dipendono le skite di Sant'Anna, del Prédromos (dedicata a san Giovanni Battista, con monaci rumeni), e la skiti chiamata Kafsokalivia (o Kapsokalìvia); inoltre gli eremi Sant'Anna minore, San Basilio (Àghios Vasilios), Katunàkia e Karùlia, tutti, come le skite, sulle pendici meridionali del Monte Athos. La Grande Lavra, il più antico e il più bello dei monasteri athoniti, sorge presso l'estremità orientale della penisola, di poco elevata sul mare. Dal piccolo porto una strada, fiancheggiata da folti oleandri, in venti minuti di salita conduce davanti all'ingresso. una specie di pronao coperto da una cupola e protetto in alto da grandi vetrate a colon. Oltre i portoni blindati e chiodati si arriva in un cortile quasi rettangolare (120 per 45 metri circa): è l'area occupata dal katholikòn, dalla fiali e dal refettorio. Gli edifici del monastero sono quasi tutti racchiusi dentro mura merlate, munite di torrazzi coperti e vegliate dall'alta torre merlata dalla parte della montagna. Questo dà al monastero un aspetto di castello fortificato, Due cipressi altissimi occupano gli angoli del cortile davanti al refettorio; secondo la tradizione, furono piantati mille anni fa da sant'Atanasio. L'origine della Grande Lavra coincide con le origini stesse della vita monastica organizzata all'Athos per opera di sant'Atanasio, nel 963, con l'appoggio degli imperatori Niceforo II Foca (963-969) e Giovanni I Zimisce (969-976). La costruzione del katholikòn fu ultimata nel 1004, un anno dopo la morte di sant'Atanasio. Anche il successore di Giovanni I Zimisce, Basilio II (976-1025), favorì la Grande Lavra assegnandole in proprietà vasti territori. Il voivoda di Valacchia Neagoe Basarab (1512-1521) procurò la copertura di piombo del katholikòn. Alla fine del XVI secolo questo monastero, come altri, attraversò un periodo di decadenza e di povertà, che ridusse di molto il numero dei monaci. Come gli altri monasteri, anche la Grande Lavra in questo periodo era passata allo statuto idiorritmico, che conserva ancora. La sua ripresa data dal 1655 in seguito a un cospicuo lascito. Nel 1744 il patriarca Paisios II, al suo terzo patriarcato (1744-1748, fu patriarca quattro volte), aiutò finanziariamente il monastero e lo restituì al suo antico grado, il primo posto nell'ordine gerarchico.

VATOPEDI

VatopediMonastero idiorritmico, dedicato all'Annunciazione della Vergine (25 marzo). Fondato nel 972 circa. Il nome, di non facile spiegazione, fu interpretato dalla tradizione mediante un episodio leggendario che attribuisce la fondazione del monastero a Teodosio I (379-395). I figli di questo imperatore Arcadio e Onorio, ancora fanciulli, navigavano da Roma a Costantinopoli, quando presso l'Athos una tempesta furiosa mise in pericolo la nave. Il piccolo Arcadio si aggrappava al bordo della nave invocando la Madonna, ma un ondata più forte lo fece cadere in mare. Vani furono gli sforzi per ripescarlo. Cessata la tempesta il piccolo Arcadio fu trovato non lungi dalla spiaggia che dormiva pacificamente sotto una pianta di lampone; era stato salvato dalla Madonna. Più tardi l'imperatore per gratitudine fece costruire sul posto (o ricostruire, perché alcuni attribuiscono a Costantino la prima fondazione) un monastero in onore della Vergine Maria e lo chiamò Vatopédi per ricordare la salvezza del figlio. Infatti in greco vàlos significa "rovo, lampone" e pedion (scritto paidion) indica il "bambino". Forse la vera etimologia non è da paidion, ma da pedion "pianura": Vatopédi sarebbe "la piana dei lamponi", che infatti ancora vi crescono allo stato selvatico. La biblioteca possiede 680 manoscritti, di cui circa la metà su pergamena. Da Vatopédi dipendono la skiti di San Demetrio e la grande skiti di Sant'Andrea, detta anche Sarai, cioè palazzo, un tempo abitata da monaci russi (400 nel 1903), ora senza più monaci ma adibita a ospitare la Scuola dell'Athos (Athoniàs), data anche la sua vicinanza con Karyés. Il grandioso complesso monastico di Vatopédi è adagiato presso la curva graziosa di un'ampia baia. Le sue mura disposte a triangolo spariscono quasi sotto il cumulo di terrazze, loggiati, balconi; gli edifici dipinti di rosso delimitano un vasto cortile. Vi si trova il katholikòn, dalla consueta struttura "a trifoglio"; la cupola poggia su quattro colonne di porfido che si dice provengano da Ravenna. Due cappelle (pareclesia) fiancheggiano la chiesa principale. Due sono le caratteristiche proprie a Vatopédi: la conservazione di un bellissimo mosaico (Déisis) a sfondo d'oro sul timpano del portale entro il nartece (XI secolo) e una cappella isolata nel cortile dedicata ai santi Anargiri ("senza denaro": sono i santi Cosma e Damiano, medici che curavano senza farsi pagare), con le pareti esterne non a intonaco dipinto, ma tali da mostrare, con bellissimo effetto cromatico, fasce orizzontali alternate di pietre e di mattoni. Graziosa la fiali rotonda con due giri concentrici di colonne. Gli affreschi datati dal 1312 e più volte restaurati sono della scuola macedone; un altro mosaico, pure dell'XI secolo, nell'interno della chiesa rappresenta l'Annunciazione, a cui la chiesa stessa è dedicata. L'origine del monastero di Vatopédi risale al tempo di sant'Atanasio. Tre notabili di Adrianopoli, Atanasio, Nicola e Antonio vennero alla Grande Lavra e fecero professione monastica sotto la direzione di sant'Atanasio. In seguito essi stessi fondarono il monastero, la cui data si può porre nel 972, anno in cui fu emanato il typikòn di Giovanni I Zimisce. Un documento del 985 menziona Nicola igumeno di Vatopédi. Nel typikòn di Costantino IX Monomaco (1046) il monastero di Vatopédi figura già al secondo posto nell'ordine gerarchico. Vatopédi ebbe a soffrire del saccheggio da parte dei mercenari catalani di Andronico II (1282-I 328), ma lo stesso imperatore restaurò il monastero. Ricordiamo il soggiorno a Vatopédi dell'imperatore Giovanni VI Cantacuzeno quando nel 1355, dopo aver abdicato, si fece monaco e venne all'Athos. L'ultimo zar di Serbia prima della dominazione turca, Lazzaro I Greblianovic ebbe modo di beneficare Vatopédi, a cui donò la reliquia della cintura della Madonna, che prima era conservata a Costantinopoli. Altre benemerenze verso il monastero ebbe il voivoda di Moldavia Stefano il Grande (1457-1504), il costruttore dei famosi monasteri moldavi di Putna, Neamts, Voronets. Le costruzioni monastiche attuali molto devono alle donazioni dei patriarchi di Costantinopoli, Cipriano (1708/1709, 1713/1714) e di Alessandria, Gerasimo 11(1689-1710). Posteriori a questi restauri sono gli affreschi del refettorio (1780). Dopo l'incendio che nel 1965 distrusse l'ala sud-est, con la foresteria e molte camere, il progetto e le spese della ricostruzione furono assunti dal governo greco.

IVIRON

IvironMonastero a statuto idiorritmico fondato nel 979. E' dedicato alla Dormizione (Assunzione) di Maria (15 agosto). Il nome significa "degli iberi", cioè dei georgiani i quali fondarono il monastero e lo tennero per qualche secolo. Attualmente i monaci sono tutti greci. La biblioteca è tra le più ricche dell'Athos, la più ricca in libri stampati dopo quella della Grande Lavra. Possiede 1381 manoscritti, di cui settanta su pergamena. Da Iviron dipende la skiti dedicata a san Giovanni Battista (Pròdromos), distinta dall'omonima dipendente dalla Grande Lavra. Quasi sulla riva del mare, forma un vasto quadrilatero di edifici, addossati alle mura e disposti attorno al cortile centrale, dove sorge il katholikòn, con le altre consuete costruzioni. La storia della sua origine è connessa con le vicende politiche intervenute alla morte di Giovanni I Zimisce (976). Teofano, la vedova di Niceforo II Foca, aveva sposato in prime nozze Romano II (959-963) da cui aveva avuto due figli, per la cui tenera età Niceforo II Foca e poi Giovanni I Zimisce (che era cognato di Romano II) si erano autorizzati a occupare il trono, senza voler sopprimere il diritto dei due bambini. Dopo tredici anni i bambini erano cresciuti e vennero riconosciuti imperatori: erano Basilio II (976-1025) e Costantino VIII (976-1028). A questo punto un pretendente al trono, Barda Scleros, mosse guerra ai giovanissimi imperatori. Intanto all'Athos già da un anno tra i discepoli di sant'Atanasio si trovavano due georgiani di nobile famiglia, Giovanni e suo figlio Eutimio, che era stato in ostaggio alla corte di Costantinopoli. Dopo aver praticato la vita monastica in un cenobio del Monte Olimpo in Misia erano venuti all'Athos nel 975, dove altri georgiani li avevano raggiunti; tra questi il generale Tornikios, che aveva reso grandi servigi all'impero. La madre dei due giovani imperatori, Teofano, che aveva abbandonato il suo esilio monastico per ricoprire il ruolo di imperatrice madre, conoscendo il valore di Tornikios, lo pregò di riprendere te armi in aiuto ai legittimi imperatori Tornikios, lasciato l'Athos, ottenne dal principe di Georgia David, vassallo dei bizantini, un fortissimo contingente di cavalieri che contribuì alla vittoria decisiva nel 979. Dopo di che ritornò all'Athos e, con i mezzi propri e l'appoggio fornito da Basilio II e dalla madre Teofano, promosse l'iniziativa dei suoi compatrioti Giovanni ed Eutimio e con loro costruì un nuovo monastero per i georgiani che sempre più numerosi accorrevano all'Athos. Fu appunto il monastero che i greci chiamarono Iviron (979 circa). Sant'Eutimio, il primo igumeno di Iviron, si rese celebre per l'immenso lavoro di traduzione e adattamento di scritti ecclesiastici dal greco in georgiano. Per mezzo suoi georgiani conobbero le opere di San Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, come pure I Dialoghi del papa San Gregorio Magno. Verso 1040 venne a Iviron il monaco georgiano Giorgio l'Athonita, che succedette a sant'Eutimio come igumeno e come traduttore; per opera sua il patrimonio letterario costituito dai libri liturgici bizantini passò nella letteratura georgiana. Iviron rimase un centro culturale georgiano fino all'inizio del XVI secolo; da allora lo abitarono solo monaci greci. Tuttavia nella biblioteca vi sono ancora preziosi manoscritti georgiani. Ricordiamo un manoscritto greco con molte miniature del XIII secolo che contiene il romanzo dei santi Barlaam e Ioasaf (o Giosafat), una trasposizione della vita di Buddha sulla persona di Ioasaf, figlio di un re dell'India, che convertito al cristianesimo da santo eremita Barlaam, riuscì a convertire il padre e, rinunciando al regnò, si diede con Barlaam alla vita monastica. Anche Iviron ebbe a soffrire da parte dei pirati conobbe periodi di decadenza e successivi restanti. Tra i suoi benefattori vi fu il re di Serbia Stefano VII Dusan (1331-1355), che allargando le sue conquiste si rese padrone della Macedonia e dell'Athos (1334). Quando nel 1346 si fece Incoronare "imperatore dei greci e dei romani", erano presenti alla cerimonia anche i rappresentanti dei monasteri dell'Athos In seguito lo stesso Dusan visitò l'Athos elargendo i suoi benefici. Notiamo che il katholikòn dell'XI secolo fu ampliato e in parte rifatto nel 1523; gli affreschi sono posteriori a quella data. Nel 1865 il monastero fu devastato da un grande incendio, di qui il carattere recente di molti suoi edifici. L'icona più venerata a Iviron è chiamata Portaitissa ("custode della porta"), conservata in un'apposita cappella. E' del tipo dell'Odighitria, ed è conosciuta in Russia col nome di Ivérskaja. la Madonna di Iviron. Secondo la leggenda essa sarebbe stata dipinta da san Luca; profanata da un saraceno (porta i segni di una ferita al viso), fu ritrovata dalla Terra Santa alla spiaggia di Iviron scortata da due piccoli lumi. Un eremita georigiano di nome Gabriele la raccolte e la portò sopra l'ingresso della sua grotta; furono pure fissati i due piccoli lumi. Saputa la cosa, l'igumeno fece trasportare l'icona nella chiesa del monastero, ma il giorno dopo fu ritrovata al posto di prima. L'igumeno decise di non opporsi al volere della Madonna. Dopo qualche tempo, nell'aprire l'ingresso del monastero il podere si accorse che l'icona miracolosa si trova al di sopra della porta. Corsero allora i monaci alla grotta dell'eremita. Gabriele era morto e i due piccoli lumi erano spariti.

CHILANDARIOU

ChilandarMonastero idiorritmico serbo, dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio (21 novembre). Fondato nel 1197; ricostruito nel 1293. Il nome che sembra significare "mille uomini" (chilioi andres) fu diversamente spiegato: mille sarebbero stati i monaci del convento; mille, anzi mille e tre, i saraceni che un giorno assalirono il monastero, ma per un miracolo della Madonna trovandosi improvvisamente all'oscuro si uccisero combattendo tra di loro; i tre scampati abbracciarono la fede cristiana, furono battezzati e divennero santi monaci. Più probabilmente il nome si deve a un cerco monaco Chilandarios che aveva iniziato una residenza monastica in quel luogo poco prima della fondazione del monastero. La biblioteca contiene 105 manoscritti greci e slavi. Il monastero è il più vicino al confine settentrionale della repubblica monastica, Giace in una bellissima valle verdeggiante. Gli edifici dominati da un'alta torre, si addossano alle alte mura, disposti in forma di rombo attorno al Katholikòn dal caratteristico esterno, non intonacato ma con bella alternanza di mattoni rossi e bruni e decorazioni in ceramica attorno alle finestre. Pur non essendo dei più grandi questo monastero è tra i più belli dell'Athos. Gli affreschi del katholikòn e del nartece appartengono alla scuola macedone (dal 1319 in poi); furono restaurati con fedeltà nel 1804 Il refettorio fu affrescato nel 1623 dal monaco serbo Giorgio Mitrofanovic, ma vi furono scoperti frammenti del XIV secolo. L'origine del monastero è legata alla fuga dalla corte paterna di Rastko (o Rastmir) figlio del re di Serbia Stefano Nemanja (1186-1195); il giovane si fece monaco a Vatopédi col nome di Savva. Il padre, dopo aver riuniti i territori serbi della Rascia e della Zeta in un grande regno, abdicò e si fece monaco al monastero da lui eretto a Studenica, Poi nel 1197 raggiunse il figlio all'Athos e con lui fondò il monastero di Chilandàri che forse già esisteva in forma embrionale. Un decreto di Alessio III Angelo (1195-1203) stabili che questo monastero fosse destinato ai serbi, per i quali divenne un importante centro spirituale. Stefano Nemanja morì a Chilandàri e vi è venerato sotto il nome di San Simone (suo nome come monaco) Savva in seguito divenne arcivescovo di Ipek (ora Pec). Nel 1293 il re di Serbia Stefano V Milutin (1275-1322) fece restaurare il monastero e in quell'occasione fu costruito il katholikòn. Nel 1722 Chilandiri fu devastato da un incendio e visse anni difficili. Il re di Serbia Alessandro I Karageorgevic (1843-1858), recatosi all'Athos, dispose che vi si facessero a sue spese i restauri necessari e che vi fossero inviati monaci dalla Serbia per ripopolare il monastero. Anche a Chilandàri vi è un 'icona particolarmente venerata nel mondo ortodosso. è la Madonna chiamata Tricherusa, cioè "dalle tre mani", perché ad un osservatore superficiale può sembrare che la Madonna (del tipo Odighitria ma col Bambino a destra) abbia una terza mano al disotto di quella che sostiene il Figlio. In realtà si tratta di una mano votiva. La leggenda riferisce il fatto miracoloso a San Giovanni Damasceno (m. 749) che, prima di essere monaco a San Sabba nel deserto a est di Betlemme, era funzionario del governatore di Damasco (conquistata dal califfo Omar nel 637). Citato in tribunale per il suo zelo nel difendere i cristiani, ebbe recisa la mano sinistra. Allora il giovane coraggioso prese la mano amputata e la presentò come segno di fedeltà davanti all'icona della Vergine, senza nulla chiedere. Ma dall'icona usci una mano della Madonna che riattaccò perfettamente l'arto amputato. Per riconoscenza Giovanni fece applicare all'icona una mano d'argento, poi si fece monaco e divenne un grande dottore della Chiesa. Un'altra storia dice che l'icona si trovava nel monastero di Studenica, e venne a Chilandiri da se stessa a dorso di mulo. Posta dai monaci sull'iconostasi, a tre riprese fu trovata alla mattina sul seggio dell'igumeno. Da quel tempo la Vergine è considerata la superiora del monastero, e non venne eletto più nessun igumeno.

DIONYSIOU

DionisiouMonastero cenobitico (dal 1907), dedicato a san Giovanni Battista. Fondato verso il 1375. Porta il nome del suo fondatore, il monaco Dionisio, che aiutato dai suoi discepoli ideò e iniziò la costruzione di questo originale complesso monastico. Nella biblioteca si conservano 588 manoscritti. Il monastero Dionysìu sorge poco discosto dal mare, nella parte sud-ovest della penisola. Le mura altissime poggiano su una roccia alta circa cento metri sul mare e da esse sporgono balconi e loggiati come sospesi nel vuoto. Data la ristrettezza della base, tutti gli edifici anche all'interno sono addossati attorno al cortile quasi inesistente e al katholikòn non molto grande e dipinto di rosso. Gli affreschi della chiesa e del refettorio (1547) sono dovuti a Zorzi il Cretese. L'origine del monastero si deve all'iniziativa del monaco Dionisio, che, avuta la visione di una fiamma immobile alta presso la riva, decise di costruire in quel posto un monastero. Venne in suo aiuto l'imperatore di Trebisonda (oggi Terabron in Turchia) Alessio III Comneno (1349-1390) con l'imperatrice Teodora. L'inizio della costruzione si può porre verso il 1375 circa. Nel tesoro del monastero si conserva la carta di fondazione, con una grande miniatura che rappresenta l'imperatore con la moglie nell'atto di tenere un rotolo sigillato, cioè la crisobolla con i privilegi concessi al monastero, mentre sopra di loro è rappresentato san Giovanni Battista. Benefattori del monastero furono i voivodi di Valacchia Radu il Grande (1495-1508) e Neagoe Basarab è di Moldavia Pietro Rares (1527-1546); ai primi si deve la torre che domina e costruzioni dalla parte della montagna. La costruzione attuale si deve in gran parte al principe di Moldavia Alessandro Lapusneanu (1564-1568), alla vedova di lui Roxandra e al principe di Valacchia Pietro Schiopul (1559-1567). In una cripta dcl katholikòn si conserva In un'urna il corpo di Nifone II patriarca di Costantinopoli (1486-1489; 1497-1498). Rifiutando una terza elezione al patriarcato, si ritirò all'Athos senza farsi riconoscere e visse nell'umile condizione di semplice monaco. Solo dopo la sua morte se ne scopri l'identità e, per l'esempio delle sue virtù, fu proclamato santo.

KUTLUMUSÌOU

KutlumusiouMonastero a statuto cenobitico (dal 1856), dedicato alla Trasfigurazione (6 agosto). Fondato alla fine del XIII secolo e rinnovato nel XVIII secolo. Il nome deriva dalla famiglia turca dei Kutlumusìu a cui apparteneva il fondatore. La biblioteca possiede 560 manoscritti, di cui 95 su pergamena. Da Kutlumusìu dipende la skiti di San Panteleimon da non confondersi coi monastero russo dello stesso nome. Adagiato sul fianco della collina al centro della penisola, il monastero spicca tra il verde della costa che conduce a Karyés, da cui non dista molto. E' un complesso quadrangolare di modeste proporzioni, dove fanno bella mostra di sé tre piani di loggiati simili a chiostri sovrapposti. Le circostanze della fondazione si fanno risalire a Costantino figlio di Azz ed-Din della famiglia turca dei Kutlumush, imparentata con i sultani selgiuchidi di Konya; dopo la morte della madre Anna, che era cristiana, si portò a Costantinopoli al tempo di Andronico II e si fece cristiano. In seguito si ritirò sull'Athos e fondò il monastero che ne porta il nome. Dal XIV al XVII secolo fu abitato da monaci rumeni e fu beneficato dai voivodi moldavi e valacchi. Il katholikòn fu costruito nel 1540, dopo che un incendio nel 1497 aveva quasi interamente distrutto il monastero. L'ultima ricostruzione risale al XVIII secolo, dopo l'incendio del 1767.

 

 

PANTOKRATOROS

PantokratorosMonastero idiorritmico, dedicato alla Trasfigurazione (6 agosto). Fondato nel due fratelli 1363 da imparentati con la famiglia imperiale dei Comneni, il grande stratopedarca (generalissimo) Alessio e il grande primicerio (cancelliere) Giovanni. Il nome gli viene da un campo presso il monastero, detto "del Salvatore". La biblioteca possiede 234 codici. Sorge sulla riva settentrionale del mare; di piccole dimensioni, come il suo katholikòn, i cui affreschi datano dal secolo scorso. Tra i benefattori del monastero si ricordano i Paleologhi Manuele II (1391-1423) e Giovanni VIII (1425-1448), il voivoda di Valacchia Neagoe Basarab e il fanariota Giovanni Maurocordato (1716-1719). Le costruzioni furono ultimate nel 1700 col refettorio di fronte alla chiesa.

 

 

 

 

 

 

XIROPOTÀMOU

XiropotamouMonastero idiorritmico, dedicato ai santi Quaranta Martiri di Sebaste. Fondato nel X secolo e ricostruito nel XVIII secolo. Il nome, che significa "fiume asciutto", gli deriva da un torrente presso il quale fu costruito il monastero. La biblioteca non è molto ricca, ma conserva alcuni codici finemente miniati e qualche manoscritto ebraico. Sorge su un pianoro che sovrasta il porto di Dafni; è un quadrato che delimita il cortile interno entro cui oltre il katholikòn sorge la bassa torre. La fondazione è attribuita al monaco Paolo figlio dell'imperatore Michele I Rangabé (811-813) oppure a un certo Paolo Xiropotaminos, con l'autorizzazione di Romano I Lecapeno (919-944). Nel XII-XIV secolo aveva vastissimi possedimenti e fu beneficato dai re di Serbia, che ampliarono il monastero e fecero costruire la cappella dedicata alla Madonna, con un'alta cupola che domina sul lato settentrionale. Il monastero decadde in seguito ai due incendi del 1507 e del 1609. Alla sua rinascita contribuirono i patriarchi Timoteo II (1612-1620) e Metodio III (1668-1671) e inoltre Costantino Dapontes, letterato e uomo politico della corte dei principi di Moldavia Costantino e Giovanni Maurocordato, che, fattosi monaco a Xiropotàmu, vi risiedette dal 1757 al 1784; con i suoi mezzi e il prestigio personale rialzò le sorti del monastero. Nel 1972 un incendio ha devastato la foresteria, tre cappelle e qualche affresco. Tra i tesori di Xiropotàmu si trova il frammento più grande della reliquia della Santa Croce.

ZOGRAFOU

ZografouMonastero cenobitico (dal 1840), dedicato a san Giorgio (23 aprile). Fondato agli inizi del X secolo, secondo alcuni sotto l'imperatore Leone VI il Filosofo (886-911), secondo altri verso il 980. Il nome, che significa "(monastero) del pittore", si spiega con la tradizione sull'origine del monastero: tre fratelli di Ocrida, Mosè, Aronne e Giovanni, non accordandosi sul patrono a cui dedicare il monastero, misero nella chiesa una tavola non ancora dipinta e iniziarono a pregare; la tavola si dipinse da sé e apparve l'immagine di san Giorgio che i monaci chiamarono Zogrifos, ed è ancora in grande venerazione. La biblioteca conserva 259 manoscritti slavi e 107 greci. Zogràfu si trova nascosto dai boschi in una vallata dell'interno a un'ora di cammino dal suo porto, posto sulla sponda occidentale. L'aspetto regolare e quasi senza balconi sporgenti accusa lo stile razionale e monotono del XIX secolo. Infatti il katholicòn fu costruito nel 1800, l'ala nord e l'entrata negli anni 1862-1869. Di poco più antica è l'ala sud-est (1716), mentre delle ricostruzioni operate dai Paleologhi rimangono pochi elementi dopo il saccheggio dei pirati catalani. Sembra che già dall'XI-XII secolo il monastero sia stato di proprietà esclusiva dei bulgari. Dopo un periodo di decadenza venne ripopolato nel 1502, con l'aiuto dei voivodi della Moldavia. L'icona di San Giorgio sembra del XIV secolo e secondo gli esperti, sarebbe di stile italiano.

 

 

DOCHIARIOU

DochiariouMonastero idiorritmico, dedicato agli arcangeli Michele e Gabriele. Fondato nel X secolo (976 circa) da sant'Eutimio di Costantinopoli discepolo di sant'Atanasio; restaurato nel XVI-XVII secolo. Il nome sembra riferirsi al fondatore il quale sarebbe stato dochiéris, cioè addetto alla custodia del vino nella Lavra di sant'Atanasio. La biblioteca conserva 395 manoscritti. Sorge sul versante occidentale, quasi sul mare, dal quale si innalza sulla pendice del monte. Il katholikòn il più grande dell'Athos, data dal 1567 ed è affrescato da Teofane di Creta o dalla sua scuola. Una cappella conserva l'icona della Madonna Gorgoepikoos, ossia Colei "che risponde prontamente".

 

 

 

 

 

KARAKALOU

KarakalouMonastero a statuto cenobitico (dal 1813) dedicato ai santi apostoli Pietro e Paolo (29 giugno). Fondato alla fine dell'XI secolo per autorità di Romano IV Diogene (1068-1071); restaurato nel XVI secolo. Il nome ha creato la leggenda che il primo fondatore fosse l'imperatore Caracalla (211-217); sembra invece che si riferisca a un certo Nicola Karakalas. La biblioteca possiede 224 manoscritti, di cui 36 su pergamena. Il monastero sorge alto sul mare, nel versante orientale. La ricostruzione attuale risale agli anni 1541-1546. Fu oggetto di cure particolari da parte di Roxandra, la vedova del voivoda di Moldavia Alessandro Lapusneanu, divenendo uno dei monasteri più popolati e fiorenti nel XVII secolo.

 

 

 

 

 

 

 

FILOTHÉOU

FilotheouMonastero a statuto cenobitico (dal 1973), dedicato all'Annunciazione della Vergine (25 marzo). Fondato verso il 990 dal monaco Filoteo, con i compagni Arsenio e Dionisio, almeno secondo la tradizione; comunque la sua esistenza è documentata nel 1015. Il nome gli viene dal monaco fondatore. La biblioteca custodisce 250 manoscritti.Il monastero ha il suo porto sulla sponda orientale, ma dista alquanto da essa, nascosto in mezzo a una vegetazione lussureggiante, che tuttavia non impedisce, data la sua elevazione, una splendida vista sul mare. Dal XIV al XVI secolo fu popolato in prevalenza da monaci bulgari. Gli affreschi del refettorio sono di scuola cretese, mentre quelli del katholikòn sono posteriori alla sua ristrutturazione nel XVIII secolo. Nel 1871 gran parta del monastero fu distrutto da un incendio, che tuttavia risparmiò il katholikòn e gli edifici centrali. Le ricostruzioni attuali datano da quell'epoca. Nel katholikòn si venera l'icona della Glykofilusa, la Madonna "del dolce amore", le cui copie sono assai diffuse nel mondo ortodosso. Dal 1973 il monastero è al centro di un risveglio della vita cenobitica tra i giovani e gli intellettuali.

 

 

 

SIMONOS PETRA

SimonosPetraMonastero a statuto cenobitico (dal 1801), dedicato alla Natività di Cristo (25 dicembre). Fondato nel 1357. La denominazione indica la roccia su cui e costruito (petra) e il nome del fondatore, Simone: "la roccia di Simone". La biblioteca fu distrutta con tutto il monastero nell'incendio del 1891. La sua origine risale al monaco Simone, che avuta la visione di una stella ferma sopra una roccia alta più di trecento metri presso il mare (era la notte di Natale) ebbe l'ardita idea di innalzare lassù un monastero. Venne in suo aiuto il despota della Macedonia Giovanni Ugles, fratello del re di Serbia Vukakin (1366-1371; ambedue perirono combattendo contro i turchi), che fornì i mezzi per completare la costruzione. Essa fu rifatta più volte dopo gli incendi degli anni 1580, 1626 e 1891, sempre nello stesso sito e con lo stesso stile, con i baìlatoi e le logge sporgenti sul precipizio. La costruzione attuale è dovuta alla munificenza dell'ultimo zar Nicola II (1894-1917).

 

 

 

AGHIOU PAVLOU

AghiouPavlouMonastero a statuto cenobitico (dal 1839), dedicato alla Presentazione della Vergine al Tempio (21 novembre). Fondato, secondo la tradizione, dal monaco Paolo che, lasciato il monastero di Xiropotàmu, venne in questo luogo a condurre vita eremitica nel IX secolo. Dal fondatore il nome è passato al monastero. Ne dipendono la Nea Skiti e la skiti rumena detta Lakku Skiti. Il monastero è arroccato tra le pendici rocciose del Monte Athos sul versante occidentale. Le sue origini sono oscure; secondo la tradizione, risalirebbe a un eremo anteriore alla venuta di sant'Atanasio. Comunque solo nel 1370 ottenne il grado di monastero autonomo, non più dipendente da Xiropotàmu e fu abitato da monaci serbi. Il katholikòn, costruito nel 1447 dal despota serbo Giorgio Brankovic (1444-1456), fu completamente rifatto nel 1839; è molto ampio ma senza affreschi. Affreschi della scuola cretese sono conservati nella cappella di San Giorgio e databili dalla metà del XVI secolo. Gli edifici attuali risalgono in gran parte all'ingrandimento del monastero effettuato ad opera degli zar Alessandro I (1801­1825) e Nicola I(1825-1855).

 

 

STAVRONIKITA

StavronikitaMonastero a statuto cenobitico (dal 1968), dedicato a San Nicola (6 dicembre). Fondato forse nel XIII secolo, divenne proprietà del monastero Filothéou; solo nel 1541 fu riconosciuto autonomo. Il nome viene spiegato da alcuni come derivato dai nomi di due eremiti, Stavrós e Nikita, che vivevano nel luogo dove poi fu edificato il monastero. Secondo un'altra tradizione sarebbe il nome del fondatore Niceforo Stavronikita, ufficiale di Giovanni I Zimisce. Il monastero sorge sul versante orientale della penisola e domina il mare dall'alto di una roccia. Qualunque sia stata l'origine, la sua storia e quella degli edifici attuali incomincia nel 1533, quando il primo igumeno, Gregorio Geromeriatis, lo acquistò dal monastero Filothéou con tutto il territorio annesso, e lo riedificò, ottenendo dal patriarca Geremia I (1522-1545) nel 1541 il decreto di istituzione come monastero a pari diritti con gli altri. Dopo un lungo periodo di prosperità, decadde e rimase spopolato al tempo della guerra d'indipendenza greca (1821). Nel 1968, popolato da nuovi adepti, passò al sistema cenobitico ed è ora in fase di espansione. Il katholikòn conserva preziosi affreschi di Teofane di Creta e di suo figlio Simone; affreschi della stessa scuola si trovano anche nel refettorio. Raro cimelio è l'icona di San Nicola (detto Stridàs), finissimo esempio di mosaico dell'XI secolo.

 

 

XENOFONTOS

XenofontosMonastero a statuto cenobitico (dal 1780-1785), dedicato a san Giorgio (23 aprile). Fondato all'inizio dell'XI secolo dal santo monaco Xenofon (Senofonte) da cui prese il nome. La biblioteca possiede 163 manoscritti, la maggior parte su pergamena. Ne dipende la skiti dell'Annunciazione, che si trova più in alto. Le prime costruzioni furono dovute alla munificenza di Basilio II. In seguito Stefano, ammiraglio di Niceforo III Botaniate (1078-1081), si fece monaco col nome di Simone. Divenuto igumeno, ingrandì il monastero, ma poi gli altri igumeni, giudicandolo troppo invadente, lo deposero. Alessio I Comneno (1081-1118) lo fece riammettere. Nel XV secolo si spopolò e vennero ad abitarlo monaci serbi e bulgari. Si riprese nel 1785, quando il patriarca Gabriele IV (1780-1785) lo restituì allo statuto cenobitico. Nel 1817 gran parte del monastero fu distrutta da un incendio. Gli edifici attuali risalgono alla ricostruzione del secolo scorso. Il katholikòn fu sostituito agli inizi dell'800. Di antico rimane il vecchio katholikòn con affreschi di Antonios (XVI secolo) e la cappella di San Giorgio con affreschi della scuola di Teofane di Creta. Tra i cimeli ricordiamo due grandi icone a mosaico del XII secolo, che rappresentano i santi Giorgio e Demetrio.

 

 

GRIGORIOU

GrigoriouMonastero a statuto cenobitico (dal 1840), dedicato a san Nicola (6 dicembre). Fondato nel 1345 da Gregorio il Siriano, che fece le prime costruzioni dove Gregorio Sinaita pochi anni prima aveva radunato la prima comunità dei suoi discepoli. Di qui il nome del monastero, che ricorda i due fondatori. La biblioteca conserva 163 manoscritti, la maggior parte su pergamena. Il monastero è situato su una roccia da cui si domina il mare, sul versante occidentale della penisola. La costruzione originaria fu totalmente rifatta dal voivoda di Moldavia Stefano il Grande verso l'anno 1500, ma nel 1761 un incendio distrusse quasi tutte queste costruzioni, che furono sostituite negli anni successivi, Anche il katholikòn fu ricostruito nel 1779; è noto il nome dei pittori che lo hanno affrescato: Gabriele e Gregorio di Castoria. Vi si venera l'icona della Madonna Galaktotrofusa, cioè allattante. E' un tema raro nell'iconografia bizantina e forse di origine italiana; tuttavia esso si trova nell'antica iconografia copta.

 

 

 

 

 

ESFIGMÉNOU

EsfigmenouMonastero a statuto cenobitico (dal 1796-1797), dedicato all'Ascensione di Cristo (40 giorni dopo Pasqua). Fu fondato all'inizio dell'XI secolo e ricostruito subito dopo l'incendio del 1534. Il suo nome è variamente spiegato. Potrebbe indicare la sua posizione, quasi "schiacciato" (esfigménos) tra due colline. Oppure era l'appellativo dell'ignoto fondatore (stretto dalla cintura). La biblioteca custodisce 233 manoscritti, di cui 60 su pergamena; vi si trovano anche manoscritti bulgari. La tradizione che fa risalire l'origine del monastero all'imperatrice Pulcheria, sorella di Teodosio II (414-450), forse ha fondamento se riferita a Pulcheria, sorella di Romano III Argiro (1028-1034). A Esfigménou fu igumeno San Gregorio Palamas, famoso per il suo fondamentale contributo alla teologia ortodossa. Degni di nota fra i cimeli sono l'icona del Salvatore in mosaico del XII secolo e un menologio (calendario dei santi) dello stesso secolo ornato con sessanta miniature. Una curiosità è un tessuto appartenuto a Napoleone, parte della tappezzeria della sua tenda da campo.

 

 

 

AGHIOU PANTELEIMONOS (ROSIKON)

RosikonMonastero cenobitico (dal 1803), russo, dedicato a san Panteleimon (27 luglio). Fondato nel X secolo ma rifatto nel XVIII-XIX secolo. La biblioteca possiede 1027 manoscritti greci e slavi, di cui 99 su pergamena. Dal monastero dipendono le skite della Nuova Tebaide e di Xylùrgu (o Bogoròditsa, "la Madre di Dio", perché dedicata alla Dormizione di Maria). Il grandioso monastero, non circondato da mura, sorge sul versante occidentale della penisola vicino al mare. Le costruzioni sono del secolo scorso, grandiose e funzionali ma non pittoresche. La storia del monastero è alquanto movimentata; eccone le fasi principali. Nell'XI secolo i monaci russi occupavano un piccolo monastero che ora è la skiti Xylàrgu (1030 circa). Nel 1169 la comunità dell'Athos donò ai russi (e altri slavi) divenuti numerosi il monastero (già esistente dal X secolo) di San panteleimon. A causa dell'invasione dei tartari in Russia, l'afflusso dei monaci russi cessò (1237) e i monaci serbi ne presero possesso fino all'invasione turca, che distrusse il regno di Serbia (1417). Dal 1480 al 1735 la Russia riprese a proteggere il monastero, inviando numerosi monaci. Ma poi la guerra russo-turca (1734-1739) creò grandi difficoltà. Dal 1735 al 1821 il monastero divenne idiorritmico e puramente greco, sostenuto dai principi fanarioti della Valacchia e della Moldavia. Uno di costoro Scarlatos Kallimachis faece costruire il nuovo katholikòn negli anni 1812-1821. Intanto nel 1803 il monastero passò alla riforma cenobitica. Dal 1821 prevalse la protezione russa; nel 1888 venne costruita la splendida chiesa di stile moscovita dedicata alla Protezione della Vergine, nel 1892 l'enorme refettorio, nel 1899 la grande chiesa della skiti di Sant'Andrea. Nel 1903 la metà dei circa 7000 monaci che formavano la popolazione dell'Athos era costituita da russi. Con la rivoluzione del 1917 cessò l'afflusso dalla Russia di monaci e di mezzi e il monastero andò spopolandosi. Nel 1968 un furioso incendio distrusse sei cappe, parte della foresteria e tutta l'ala est del quadrato centrale. Data l'origine recente delle costruzioni, a parte i manoscritti, non vi sono cimeli antichi.

KONSTAMONITOU

KonstamonitouMonastero a statuto cenobitico (dal 1799), dedicato a santo Stefano Protomartire (27 dicembre). Fondato nell'XI secolo. Il nome è variamente spiegato. L'ignoto fondatore proveniva da Kastamoni, nell'Asia Minore. Oppure apparteneva alla famiglia bizantina dei Kastamoniti. Leggendaria è l'attribuzione all'imperatore Costantino. La biblioteca conserva 110 manoscritti. Il monastero, posto all'interno in una valle boscosa e quasi affondato nella vegetazione, è piccolo ma grazioso. Il katholikòn restaurato nel 1860 non è affrescato. Decaduto nel XVIII secolo, si riprese lentamente e, anche in grazia degli aiuti provenienti dalla Russia, poté essere decorosamente restaurato.

 

 

 

 

 

Informazioni

La Repubblica monastica del Monte Athos si trova nella propaggine più orientale della penisola Calcidica, in Grecia. Per raggiungere la repubblica non esistono delle strade poiché quest'ultime terminano a Ouranoupolis, un piccolo paese turistico dal quale ogni giorno parte un traghetto che conduce i visitatori e i pellegrini nel Monte Athos. E' bene notare che i visitatori che si recano sull'Athos non devono pensare di andare ad una semplice gita perché ne rimarranno delusi. E' auspicabile un atteggiamento da pellegrinaggio o, quanto meno, uno stile rispettoso e discreto. I monaci accolgono volentieri tutti ma sono sempre infastiditi quando si trovano dinnanzi a visitatori senza alcuno scopo spirituale e con atteggiamento supponente. Se si tollera la macchina fotografica è assolutamente proibita la videocamera. Andando all'Athos, il visitatore ha l'opportunità di accostarsi ad un modo di vita piuttosto insolito, se paragonato a quello mondano. Chiunque sia, se si reca con umile atteggiamento e con preghiera, può avere percezioni poco comuni, intuire realtà non ordinarie, realtà che il linguaggio religioso occidentale denomina "soprannaturali". Tutto ciò è di casa all'Athos ma è percepibile solo se il visitatore sa assumere la veste del silenzioso e rispettoso pellegrino. Tutto ciò che può distrarre il visitatore (telefonini, walkman, discorsi "culturali" e via dicendo) lo allontana da quest'esperienza spirituale e lo pone fuori posto, dal momento che, con queste realtà, si trova nel luogo sbagliato.

Non ci si reca nell'Athos solo per visitare dei monumenti antichi, per vedere una particolare tradizione religiosa o per ammirare una superba natura incontaminata! Si visita l'Athos per aprire il cuore e accogliere Dio che, pur essendo ovunque, si rende più vicino all'uomo quando quest'ultimo s'immergere in un ambiente che lo aiuta a percepire la Sua presenza. In questa prospettiva si accettano i divieti e si comprendono stili di vita che paiono molto distanti da quelli moderni.

Come si raggiunge il Monte Athos

Per raggiungere il Monte Athos è necessario fare una prenotazione all' "Ufficio dei Pellegrini" per il Monte Athos. La prenotazione deve essere fatta almeno due mesi prima della data nella quale si vuole visitare il posto. La richiesta può essere stilata in greco o in inglese. All'ufficio, che si trova a Salonicco (viale Kon. Karamanli, 14 GR-54638) non è necessario presentarsi di persona. Basta inviare una richiesta per lettera o per fax (Tel. 0030-31-861611; Fax 0030-31-861811). Successivamente l'ufficio stesso provvede ad informare positivamente il richiedente della disponibilità alla domanda (che, se presentata per tempo, è sempre positiva) e chiede l'invio di alcuni dati identificativi essenziali (normalmente la fotocopia della carta d'identità). Due settimane prima di recarsi all'Athos il pellegrino può verificare per telefono o di presenza che non vi sia alcun problema. A questa prima fase segue la seconda. Raggiunto il paesino di Ouranoupolis (i più lo fanno tramite una linea di corriere che congiunge Salonicco a Ouranoupolis, partendo dalla stazione degli autopulman per la Calcidica) il giorno dell'imbarco, poco prima di partire (verso le nove di mattina), è necessario ritirare il lasciapassare per l'Athos da un piccolo ufficio poco distante dal porticciolo. Tale foglio si chiama Diamonitirion ed è stato già stilato in precedenza sulla base dei dati trasmessi dall'ufficio di Salonicco. Non resta che pagare una piccola tassa d'ingresso (nel 1996 era 7000 dracme, l'equivalente di 42.000 lire circa) ed imbarcarsi con il permesso e un documento identificativo. Il permesso non dura più di quattro giorni. Da questo momento il pellegrino non è tenuto a pagare più nulla perché l'ospitalità che gli viene data è gratuita. E' consentita la presenza di piccoli gruppi. Per gruppi più numerosi (dalle dieci persone in poi) si può trovare qualche difficoltà dal momento che il flusso di pellegrini non deve superare giornalmente un certo numero di presenze. Per motivi organizzativi ultimamente alcuni monasteri desiderano essere preavvisati telefonicamente dell'arrivo dei pellegrini. L'ufficio di Salonicco trasmette per tempo l'elenco di tali monasteri (Vatopedi, Iviron, Karakallou, Koutloumousi, Pantokratoros, Xenofontos, Xiripotamou, Simonos Petra, Grigoriou, Stavronikita, Agias Annis) e il loro numero di telefono in modo che il pellegrino si annunci.

Chi può visitare il Monte Athos

Il Monte Athos è un territorio monastico. I monasteri maschili sono disseminati lungo tutta la penisola. Per questo motivo non è consentito l'accesso alle donne. Per gli uomini non esistono proibizioni e non crea problemi la loro confessione religiosa: essere cattolici o protestanti non è un impedimento per visitare il Monte Athos. Tuttavia non ci si deve meravigliare se ai non ortodossi non è consentito assistere alle Liturgie dopo la professione di fede (il Credo) e se quest'ultimi si devono sedere solo nella parte iniziale della chiesa. Il pasto è condiviso fraternamente con tutti ma la chiesa rappresenta una realtà nella quale non si può confondere l'ortodosso da chi non lo è. Il dovere di carità e di ospitalità al non ortodosso significa ricordargli che non può assistere ad una liturgia che esprime una fede diversa dalla sua. Infatti la chiesa e la preghiera esprimono il contenuto della fede dei presenti. Nella liturgia è necessario che gli oranti abbiano un cuor solo e un'anima sola, dal momento che il culto non è uno spettacolo esterno e richiede l'adesione interiore di tutti. Non è tenuto a quest'adesione il non ortodosso e, d'altronde, non è giusto chiedergliela. E' per questo che costui viene invitato a non fermarsi da un certo punto della preghiera in poi. Per lo stesso motivo il non ortodosso non si può accostare ai sacramenti dell'Ortodossia. Con questo, non significa che i non ortodossi non vengano amati ed ascoltati. Ma ciò dipende pure dal loro rispetto e attenzione.

I lunghi percorsi impegnativi che collegano tra loro i monasteri, devono essere fatti a piedi. Per questo motivo il Monte Athos non è consigliabile alle persone malate di cuore, ai bambini e agli anziani.

Cosa portare con sé e come percorrere il Monte Athos

Nel Monte Athos non esiste luce elettrica e, tranne qualche strada in terra battuta, il modo ordinario di percorrerlo è quello di attraversare dei piccoli sentieri tra i boschi e, non di rado, qualche torrentello. E' necessario avere una torcia elettrica e un buon paio di scarpe da montagna. Le scarpe da ginnastica non fanno presa sul terreno, soprattutto se si devono superare dei passaggi rocciosi. I percorsi sono raramente leggeri. E' quindi necessario avere uno zaino non troppo pesante per non affaticarsi. Per lo stesso motivo è sconsigliabile recarsi nel Monte Athos nei mesi estivi quando la temperatura raggiunge e supera i quaranta gradi. Le cartine che si trovano sul Monte Athos sono tutte approssimative. Esiste solo una cartina molto dettagliata stampata in Austria (1). L'ospitalità nei monasteri prevede il vitto e l'alloggio. Se si ha un regime alimentare particolare è bene avvertire il monaco foresterario dell'Archondariki. E' importante sapere che nell'Athos non si mangia carne e che in parecchi periodi dell'anno il tenore alimentare è piuttosto severo (verdura, frutta, olive e poco altro). I monasteri seguono l'ora "bizantina". Ciò significa che il pranzo viene offerto verso le nove di mattina e la cena verso le sei di pomeriggio. In alcuni monasteri (ad Iviron, ad esempio) la cena viene servita anche prima. I più previdenti che programmano lunghe camminate nei boschi, assieme ad una buona cartina, dovranno avere con sè una bussola e un altimetro. Sebbene i percorsi siano segnati, è facile che l'inesperto si smarrisca nelle piccole strade o che si ritrovi in un sentiero che non lo porta da nessuna parte. Una maniera comoda di percorrere la penisola è quella di costeggiarla con un traghetto. E' comunque molto raro che il traghetto faccia il giro del Monte Athos perché le correnti opposte agitano il mare in corrispondenza della testa della penisola. In questo punto, dal quale sarebbero visibili gli eremitaggi, il mare è molto profondo ed è pericoloso attraversarlo in condizioni avverse. Un modo alternativo di percorrere l'Athos è anche quello di chiedere il passaggio ai veicoli fuoristrada che percorrono le polverose strade. Questi mezzi sono un po' frequenti la mattina e corrono raramente il pomeriggio. Ciò non solleva dall'obbligo di fare a piedi dei percorsi più o meno lunghi. Per la pendenza del terreno, è consigliabile munirsi di un bastone sul quale appoggiarsi. La fatica trova la sua ricompensa nella contemplazione di una natura che, con i suoi profondi silenzi e la sua selvaggia bellezza, offre uno spettacolo non comune.

 

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