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Di Te avevo sentito dire ma ora i miei occhi Ti vedono.
In termini generali, la tradizione ortodossa rifiuta di esprimere la dottrina della redenzione in termini "legalistici" e non concorda con chi si serve di questi termini per esprimere la pratica cristiana. Seguire le regole rigidamente, senza porre il cuore, non aiuta un credente ad entrare nel processo della sua salvezza ma lo trasforma, semmai, nel fariseo condannato da Cristo. Perciò il peccato non riguarda l'infrazione di un certo insieme di regole. Esso è, piuttosto, il nome dato a qualsiasi comportamento che allontana il credente da Dio, invece di avvicinarlo.
Il termine "peccato originale" è usato dai Cattolici-romani ed è sovente rigettato dagli Ortodossi, che preferiscono utilizzare l'espressione patristica "peccato ancestrale" per indicare la colpa di Adamo ed Eva, le cui conseguenze - cioè la morte fisica e spirituale - si sono abbattute su tutta l'umanità. Partecipi degli effetti collaterali del peccato primordiale, gli esseri umani nascono spiritualmente puri, ma inevitabilmente destinati a far presto i conti col peccato, che è una sorta di "malattia" dell'anima i cui sintomi iniziano a manifestarsi solo col tempo. L'essere umano, per sua natura, alla nascita non è né colpevole del peccato adamitico né totalmente incapace di accogliere Dio: semmai Dio offre a tutti indiscriminatamente la possibilità di accogliere la sua Grazia increata e farsi 'guarire' dal Signore.
Infatti, nella tradizione ortodossa il peccato non è considerato come una macchia dell'anima che deve essere lavata (concetto che porta l'uomo a chiudersi in se stesso contemplando solo l'immagine di sé), ovvero come un reato da punire, quanto piuttosto, come una malattia che necessita di guarigione e disturba il regolare rapporto con Dio, finendo per isolarlo completamente nei suoi criteri egocentrici. Proprio come per le patologie del corpo, la peccaminosità umana necessita di attenzioni e concrete terapie individuali. Lo scopo ultimo di questo processo non è riconquistare il favore del Signore, quanto, piuttosto, rimettersi sulla strada che porta a Lui, riaccendere il contatto dell'uomo con Dio in vista di un suo infinito progresso spirituale in Dio (san Gregorio di Nissa).
Come per la terapia delle malattie del corpo è necessario un medico, che conosca personalmente il paziente e la storia delle sue patologie, così per la cura del cristiano nell'Ortodossia è necessaria la presenza di un padre (o una madre) spirituale, a cui confessarsi e che considera il proprio affidato con la misericordia del genitore della parabola del "figlio dissoluto". Non è necessario che il padre (o la madre) spirituale sia un sacerdote. Solitamente i padri spirituali appartenendo al monachesimo e sono persone ricche di esperienza e attenzione.
Il cristiano si affida a loro ed apre totalmente il suo cuore, rivelando anche i pensieri più nascosti ed essi, attraverso la preghiera e con l'aiuto dell'esperienza dei santi, cominciano a tracciare un possibile percorso affinché la fede cristiana non sia, per colui che si affida loro, un campo di puri concetti idealistici. Il fine del padre (o della madre) spirituale non è di tipo morale (fare in modo che il cristiano non pecchi più) quanto piuttosto di tipo spirituale (fare in modo che il cristiano senta la vivida presenza di Dio nella sua vita) e possa rispondere come Giobbe: «Di te avevo sentito dire ma ora i miei occhi Ti vedono!». La redenzione comincia ad operarsi nel momento in cui è ristabilito questo contatto tra l'uomo e Dio e l'uomo inizia il suo cammino ascendente di trasformazione per il quale è nato.
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