La fede

La Chiesa ortodossa ha conservato l'originale fede apostolica, espressa pure nella comune tradizione cristiana dei primi secoli.

cristo sinagoga2Tutte le formule di fede ortodosse, i testi liturgici e le asserzioni dottrinali dichiarano che la Chiesa ortodossa ha conservato l'originale fede apostolica, espressa pure nella comune tradizione cristiana dei primi secoli. La Chiesa ortodossa riconosce come ecumenici sette concili: Nicea I (325), Costantinopoli I (381), Efeso (431), Calcedonia (451), Costantinopoli II (553), Costantinopoli III (681), e Nicea II (787). Vengono pure considerate le delibere di altri Concili più recenti in quanto riflettono la stessa originale fede (ad esempio i concili tenutisi a Costantinopoli che hanno approvato la teologia di San Gregorio Palamas nel XIV secolo). Così la Chiesa si riconosce come portatrice di una ininterrotta vivente tradizione, dell'autentico Cristianesimo espresso nel culto, nelle vite dei santi e nella fede del popolo di Dio.

Nel XVII secolo come controparte alle varie "confessioni" della Riforma, si formularono diverse "confessioni ortodosse" espresse in concili locali ma, di fatto, espressione di singoli autori (ad es. Mitrophane Critopoulos, 1625; Pietro Mogila, 1638; Dositheos di Gerusalemme, 1672). Oggi non si riconosce alcuna particolare importanza storica a queste confessioni. Quando il teologo ortodosso esprime la fede della sua Chiesa piuttosto di aderire ad un costante conformismo con alcune di queste particolari confessioni, cerca, piuttosto, la consistenza delle sue affermazioni con le Sacre Scritture e la Tradizione, com'è stata espressa negli antichi Concili, tra i Padri, e nell'ininterrotta vita liturgica. Se tale tradizione è conservata non ha timore di affermare qualcosa di apparentemente nuovo.

Una peculiare caratteristica di quest'atteggiamento verso la fede è l'assenza della preoccupazione di stabilire dei criteri esterni e oggettivi di verità come sono cominciati ad esistere presso il pensiero cristiano occidentale a partire dal basso Medioevo. La verità appare come un'esperienza vivente ed accessibile nella comunione della Chiesa. Essa è normalmente espressa dalle Sacre Scritture, dai Concili, e dalla teologia. Pure i Concili ecumenici, nella prospettiva Ortodossa, hanno bisogno di essere ricevuti e "convalidati" dal corpo della chiesa per essere veramente riconosciuti come tali. Ultimamente, perciò, la verità è vista con un suo proprio criterio: ci sono dei segni che la dimostrano ma nessuno di questi si sostituisce ad una libera e personale esperienza della verità, resa possibile nella prassi sacramentale della Chiesa.

A causa di questa visione della verità, il cristiano ortodosso è tradizionalmente riluttante a coinvolgere le autorità della Chiesa nel definire delle materie di fede in forma precisa e dettagliata. Questa riluttanza non è dovuta a relativismo o indifferenza quanto, piuttosto, alla convinzione che la verità non ha bisogno di definizione essendo oggetto di esperienza. Perciò ogni legittima definizione, quando viene fatta, dovrebbe mirare principalmente a escludere l'errore e non a fingere di rivelare la verità dal momento che essa è sempre creduta e pienamente vissuta nella Chiesa.

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